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FERDINANDO BRANCALEONE
EXISTENTIA
§1. INTRODUZIONE
L’Antropologia Clinica ad indirizzo esistenziale affonda le sue
radici in quell’orientamento esistenziale, che, come affermava
Ludwig Binswanger, “[…] ha avuto origine dall’insoddisfazione
verso gli sforzi prevalenti per arrivare ad una comprensione scientifica
in psichiatria” . D’altra parte, il fatto che lo stesso
Binswanger, il più autorevole portavoce dell’indirizzo
esistenziale in campo clinico, asseriva che “[…] la psicologia
e la psicoterapia come scienza sono dichiaratamente interessate all’uomo,
ma non sono affatto principalmente interessate al malato, bensì
all’uomo in quanto tale” , permette di comprendere perché,
come spesso accade nel rapporto tra scienza pura e scienza applicata,
le pur acute e penetranti applicazioni della psicologia e psichiatria
ad orientamento esistenziale trovino pregnanza solo a partire da un
modello specifico di comprensione della struttura di fondo dell’esistenza.
La speranza “[…] di poter instaurare – come affermava
già Manfred Bleuer – una psicoterapia sistematica sulla
base di un completo esame analitico-esistenziale del paziente”
, ha evidenziato da molto tempo l’esigenza di un adeguato “schema
concettuale”, in base al quale i procedimenti e gli interventi
clinici abbiano la possibilità di trovare un coerente significato.
Ora, per quanto concerne specificamente l’orientamento antropologico
ad indirizzo esistenziale, occorre osservare, in via preliminare, che
tale “schema”, “modello” o “punto di vista”,
si andò originando, in maniera spontanea ed in diverse parti
del mondo occidentale, tra intellettuali, psichiatri e psicologi di
diversa estrazione ed originariamente appartenenti a Scuole di pensiero
anche differenti tra di loro.
Nella progressiva elaborazione ed evoluzione di tale “schema teorico”,
riprendendo una suddivisione classica, anche se alquanto schematica,
è possibile distinguere una “prima fase” (fase fenomenologica)
da una “seconda fase” (fase esistenziale). I rappresentanti
di maggior spicco della fase fenomenologica possono venire identificati
in Eugène Minkowski (in Francia), Erwin Straus (in Germania e
poi in America), V.E. von Gebsattel (in Germania). La fase esistenziale
è rappresentata, in Svizzera, da personalità, quali Ludwig
Binswanger, Medard Boss, Gustav Bally, A. Storch, Roland Kuhn; in Olanda,
invece, da studiosi come J.H. Van den Berg e F.J. Buitendijk.
Ovviamente tale elenco non pretende affatto di essere esauriente, in
quanto, tra coloro che, a vario titolo, hanno offerto contributi importanti
e, talora, determinanti, sono certamente da annoverare almeno i nomi
di V.v. Weizsacker, G. Bachelard, V.E. Frankl, M. Merleau-Ponty e, specificamente
in Italia, D. Cargnello, E. Borgna e B. Callieri. Negli Stati Uniti,
poi, l’approccio esistenziale in antropologia clinica fu introdotto
ufficialmente solo nel 1958, con la pubblicazione del Volume, dal titolo
Existence. A new dimension in Psychology and Psychiatry , curato da
Rollo May, Ernest Angel ed Henri Ellenberger. Il primo manuale organico
statunitense, ispirato alla psicologia e psicoterapia ad indirizzo esistenziale
(Existential Psychotherapy) , fu scritto da Irvin Yalom, nel 1981.
§10. CRITICHE E NUOVI ORIENTAMENTI
In Italia, tra i vari approcci antropologici ad orientamento esistenziale,
è certamente quello frankliano (conosciuto sotto la denominazione
di Logoterapia ed Analisi Esistenziale) che, specialmente a livello
di applicazione clinico-terapeutica, ha trovato più specifica
accoglienza e diffusione. Tale diffusione si deve, in particolar modo,
ad alcuni eminenti studiosi del pensiero e dell’opera di Viktor
Emil Frankl, quali Danilo Cargnello, Tullio Bazzi ed Eugenio Fizzotti.
E’, inoltre, alla figura di Luigi Peresson che è più
specificamente collegata la divulgazione della psicoterapia frankliana;
presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia da lui fondata
e diretta (il C.I.S.S.P.A.T. di Padova), fin dagli inizi degli anni
settanta del secolo scorso, infatti, è stata istituita una specifica
“Sezione di Logoterapia”, che ha avuto come Presidente Onorario
lo stesso Frankl, fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1997. Presso
tale Istituzione, come presso altri Enti ed Associazioni venuti via
via nascendo, il pensiero e la prassi terapeutica, ispirati al Maestro
viennese, hanno avuto modo di essere approfonditi e, per loro tramite,
divulgati in Italia, anche attraverso la formazione di Specialisti (Psichiatri,
Psicoterapeuti, Counselor), che hanno improntato la loro prassi terapeutica
ai principi antropologico-esistenziali tipicamente frankliani.
E’ da rilevare, comunque, che sia in Italia, sia in altri Paesi
europei (come, ad esempio, la Spagna) sono state rivolte critiche, talvolta
anche severe, alla Logoterapia, fino al punto da “accusarla”
di non essere “[…] assolutamente una psicoterapia, ma un
metodo pastorale” . A dire il vero, a far propendere per tale
interpretazione ha contribuito indubbiamente (ma, forse, involontariamente)
lo stesso Frankl, il quale diede al suo Volume, attraverso cui la Logoterapia
e l’Analisi Esistenziale è stata conosciuta e divulgata,
il titolo di Ärtzliche Seelsorge, che tradotto letteralmente significa
“Pastorale medica” o “Cura medica dell’anima”.
D’altra parte, è sempre Frankl che afferma testualmente
che “[…] (l)a logoterapia non può, né deve,
naturalmente, sostituire la psicoterapia, ma soltanto completarla (e
anche questo solo in certi e determinati casi)” .
Frankl sembra utilizzare come sinonimi le due espressioni
(“Logoterapia” ed “Analisi Esistenziale”) e,
difatti, esse lo sono in lui, dato che, se logoterapia si riferisce
allo spirito – intendendo per spirito il nostro legame con l’assoluto
– l’analisi esistenziale è la scoperta dell’esistenza
come responsabilità […] (L)a responsabilità presuppone
in Frankl un dovere […] i doveri sono definiti a partire da un
significato, il quale, a sua volta, fa riferimento a un mondo oggettivo
e assoluto di valori .
Sulla linea di Frankl, come afferma Ayestaran Etxeberria,
vi sono altri Autori, come I. Caruso, P. H. Hofstätter, W. Daim,
che hanno operato soprattutto a Vienna dopo il secondo conflitto mondiale,
“[…] così da introdurre il concetto di Nuova Scuola
di Vienna. Tale scuola è sorta nel clima di ritorno allo spiritualismo
che ha caratterizzato l’Europa degli anni che vanno dal ’45
al ’50, dopo la grande emozione costituita dalla seconda guerra
mondiale” .
Ora, tornando più specificamente a Frankl, è da rilevare
che, sia come analisi esistenziale che come logoterapia, “[…]
la terapia di Frankl fa sempre riferimento, come base e fondamento dell’esistenza
umana, a un assoluto […] Curare in realtà significa aiutare
l’individuo a scoprire il nostro legame con l’assoluto e
a viverlo in piena responsabilità” .
Ora, essere responsabile, per Frankl, “[…] comporta responsabilità
di fronte a un dovere. E i diritti di un uomo possono essere interpretati
solo a partire da un significato. Questo significato viene conferito
all’uomo da fuori, da un mondo di valori che è assoluto,
oggettivo e trascendente” . Come afferma testualmente lo stesso
Frankl: “Il regno dei valori è un regno trascendente di
cose oggettive. In effetti, il valore è qualcosa di necessariamente
trascendente di fronte all’atto conoscitivo che è indirizzato
verso di lui” . E, ancora: “Non appena captiamo un valore,
captiamo implicitamente che tale valore esiste per sé, come valore
assoluto, indipendentemente cioè dal fatto che pensiamo ad esso
o meno” .
Gli altri autori a orientamento esistenziale non escono
dal campo dell’immanenza. Non cercano tanto il senso della vita
quanto che l’individuo sia in grado di porsi il problema del senso
della vita. La loro missione è più modesta: aiutare l’individuo
ad assumere la propria realtà esistenziale affinché da
questa realtà – che è “mia” perché
è “nostra” – si ponga lui stesso il problema
del senso della vita .
Per tale motivo, secondo alcuni critici, “[…]
Frankl corre il rischio di trattare l’uomo esclusivamente dal
punto di vista della prospettiva morale e di imporre all’individuo
un sistema di valori, senza aver assolutamente modificato né
la sua struttura psichica, né il suo progetto esistenziale”
. Su questa linea è, ad esempio, Ayestaran Etxeberria, il quale,
tra l’altro, affermava: “La connotazione moralizzante della
logoterapia è, quindi, indiscutibile. Così, almeno, la
interpreto io e così l’hanno interpretata precedentemente
autori come Wyss, Göres e Martin Santos” .
E’ per ovviare a tali critiche, provenienti dall’interno
stesso del movimento antropologico-clinico ad orientamento esistenziale,
che presso la citata Sezione padovana di Logoterapia del C.I.S.S.P.A.T.,
prima, ed in seguito presso la Società Italiana di Logoterapia
ed Analisi Esistenziale (S.I.L.A.E.) nonché presso l’Istituto
di Scienze Umane ed Esistenziali (I.S.U.E.) ed, ultimamente, presso
la Fondazione Scientifica OFBonlus , sono stati attuati tentativi di
revisione e di rimodulazione del pensiero e della prassi logoterapeutica,
che, pur nella sostanziale condivisione del nucleo teorico-clinico proposto
da Frankl, hanno inteso liberare tale approccio da connotati precipuamente
moralistici (o interpretabili come tali), per restituirlo ad una prassi
clinica più specificamente laica ed epistemologicamente fondata
.
Ed è particolarmente sull’uso di un linguaggio e, quindi,
di una comunicazione terapeutica, che si confacciano ai dettami di un’etica
della responsabilità , laica ed il più possibile esente
da venature moralistiche, che si sono appuntati gli sforzi di molti
di coloro che, in Italia, stanno cercando di rinnovare, approfondire
e divulgare l’approccio teorico-clinico ad orientamento neo-esistenziale,
che, oggi come non mai, sembra dover essere riscoperto ed applicato
nel vasto ambito delle patologie e dei disturbi, attinenti al sempre
più frequente effetto del disagio esistentivo, che pare connotare
l’età contemporanea.
In tale prospettiva, se l’etica tenta di rispondere al quesito
concernente il “[…] come ci si deve comportare perché
le proprie azioni siano pienamente degne di quella meraviglia ontologica
che è l’uomo” , dal momento che ogni individuo della
specie umana è sempre unico ed irripetibile risulta opportuno
distinguere un’etica normativa ed un’etica vocazionale:
“[…] (m)entre il comando dell’etica normativa è:
sii (nel miglior modo possibile) umano, il comando dell’etica
vocazionale è: sii (nel miglior modo possibile) te stesso”
. La prima (etica normativa) concerne l’uomo in quanto appartenente
all’umanità; la seconda (etica vocazionale) riguarda l’uomo
in quanto diverso da ogni altro essere umano.
Ora, dal momento che ogni comunicazione umana comporta una dimensione
pragmatica, nel senso di un inevitabile influsso sul comportamento,
la “pragmatica della comunicazione umana” non può
prescindere da responsabilità etiche, sia di tipo normativo che
vocazionale.
Un fondamentale principio formale dell’etica
della responsabilità è riscontrabile nella “regola
aurea”: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto
a te; precisata da Kant nella massima: agisci in modo da considerare,
nello stesso tempo, l’umanità nella tua persona e nella
persona di ogni altro, sempre come fine e mai come mezzo .
Gli studi e le ricerche, sviluppati negli ultimi anni
in Italia nel campo dell’Antropologia Clinica (Psichiatria, Psicoterapia,
Counseling, Pedagogia clinica), ha permesso di constatare che, tra i
vari approcci comunicativi, quello che, a tutt’oggi, più
adeguatamente sembra in grado di proporre un modello che si confaccia
ad una congrua etica della responsabilità, sia da considerare
la Psicolinguistica Generativa, all’interno di un orientamento
teorico-clinico neo-esistenziale.
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