GIANFRANCO BUFFARDI, SISSY VITAGLIANO

INSEGNANTI SI DIVENTA


SUONA LA CAMPANELLA


Lunedì mattina: suona la campanella, si entra in classe; l'insegnante sa, ora, che deve acuire tutte le sue capacità: infatti deve spiegare una lezione difficile, deve catturare l'attenzione dei ragazzi, deve assumere un ruolo nomico, punendo i più indisciplinati, deve aiutare quelli con maggiori difficoltà … Controllare, insegnare, aiutare, organizzare … Poi ci sono gli impegni pomeridiani, le circolari del preside, i progetti ma la classe ed i suoi alunni sono prevalenti.
Spesso negli scorsi anni noi italiani abbiamo sottovalutato il ruolo ed il lavoro dell'insegnante; quello che era una volta di fatto un lavoro part-time, confinato alle sole mattine, sempre parzialmente remunerato nonostante l'alta qualificazione professionale richiesta (almeno sulla carta), ha fatto sì che fosse scelto come lavoro soprattutto da donne, data l'atavica tendenza a considerare tutte le donne prima mamme, poi casalinghe, ed infine, eccezionalmente, lavoratrici.
Il rovescio della medaglia è stata la dequalificazione del ruolo e la conseguente scarsa formazione specifica degli insegnanti.
Negli ultimi anni una serie di interventi amministrativi prima, politici poi e, soprattutto, ideologici, hanno teso a rivalutare ruolo e competenze della professione, con conseguente incremento del lavoro, del bisogno formativo, della riqualificazione senza, al momento, esitare in un adeguamento economico e professionale.
La situazione paradossale di incremento lavorativo, di maggiori e più complesse responsabilità, di necessità di formazione per una migliore didattica ed una maggiore capacità educativa ed orientativa dell'insegnante stride con l'immobilismo amministrativo e le inadeguatezze socio-economiche; l'insegnante è posto in una gabbia da nevrosi indotta dove qualsiasi percorso la porta ad un incremento di stress e a rischi personali e collettivi. Spesso l'inazione è più rassicurante per la singola Persona e, quanto meno, non sollecita risposte dal pubblico fruitore.
A questo punto l'insegnante non può non agire sulle sue difficoltà per superare agevolmente il proprio livello di stress e per intervenire sulle difficoltà degli allievi in maniera confacente.
Per far ciò necessita di competenze psicologiche sullo sviluppo e sul disagio esistenziale degli allievi, sulla modalità con cui egli reagisce alle sollecitazioni esterne, sulla natura degli agenti stressanti, sulle diverse possibilità che può mettere in pratica per superare le proprie difficoltà.
Questo è lo scopo che il presente piccolo volume si prefigge.


OSSERVATORE PRIVILEGIATO

Nel mondo anglosassone l'insegnante è considerato, alla pari di altri operatori professionali, che precipuamente orientano il loro lavoro al sostegno ed alla cura psicologica della Persona; negli U.S.A. la capacità di consigliare ed o-rientare nei problemi della vita gli adolescenti è attribuita a i cosiddetti coun-selors, con competenze psicologiche di base, ai therapists, i nostri psicoterapeuti, ed agli educators, tutte quelle professionalità che hanno compi-ti formativi.
Anche in Europa, ormai, l'insegnante non può più limitare il suo intervento ai compiti didattici ma ha sempre più una funzione di educatore ed "orientato-re"; per svolgere tale funzione egli deve acquisire conoscenze di psicologia di base e deve imparare a riconoscere la probabile gravità di un disagio quando si va trasformando in psicopatologia.
In questa prospettiva d'impegno così ampia l'insegnante ha la possibilità di prevenire il disagio esistenziale e l'insorgenza di un eventuale disturbo psichi-co nei suoi allievi. Questa possibilità è strettamente legata alla capacità di riconoscere ed è propria del docente in quanto la scuola risulta, di fatto, un osservatorio privilegiato.
Ritengo che l'insegnante deve essere cosciente di questa particolare responsa-bilità che assume con il proprio lavoro: l'ignorarla o il minimizzarla potrebbe essere fonte di disagio anche grave nel momento in cui egli si trovasse di fron-te a problemi comportamentali di un suo alunno.
Vediamo insieme quali sono alcuni dei possibili motivi perché ciò avvenga.
Pensiamo, limitandoci come esempio ai primi anni delle scuole superiori, ai rapporti importanti che può allacciare Marco, 14enne, promosso dalla III me-dia al IV ginnasio:
"conosce molti compagni nuovi, ognuno con le sue caratteristiche, incontra anche delle nuove compagne, che le sembrano diverse, le sembrano donne, spesso più mature di lui che solo ora sta rendendosi conto di essere un "ma-schio"; nuovi professori, che parlano di cose note in un modo del tutto diffe-rente, secondo un vaglio "critico", termine che Marco pensava che significasse solo giudicare negativamente; gli vengono prospettati nuovi osta-coli, più difficili, più complessi."
Egli è costretto ad esperire i suoi più importanti rapporti sociali ed a confron-tarsi con le diverse emergenze della vita proprio a scuola e con tempi ristret-tissimi: ristruttura un'ampia gamma di rapporti sociali e modifica l'atteggiamento verso quelli a lui già noti.

 

RELAZIONI PRINCIPALI IN AMBITO SCOLASTICO
rapporti con i coetanei (i compagni di classe)
rapporti con altre fasce di età (gli allievi di altre classi)
i primi rapporti con l'atro sesso
rapporto con l'autorità (dell'insegnante, del preside)
rapporto con le istituzioni (le regole che l'istituzione scuola impone
rapporto con i problemi (problem solving)
rapporto con le proprie aspettative
inserimento nella dinamica di gruppo
contatto con la storia dei fatti e delle idee

 

Il docente vede svilupparsi in un tempo estremamente contenuto la personalità relazionale di Marco e dei suoi compagni e può coglierne le caratteristiche e le particolarità sia come "spettatore", sia come interprete di una parte dell'esigenze dei suoi allievi che vedono in lui un riferimento costante, sia le considerano un "bravo" professore, con cui si può "discutere", sia se lo temo-no come professore particolarmente esigente e severo.
Spesso l'insegnante è in grado di raccogliere notizie ed impressioni sul singo-lo allievo tali da risultare estremamente più precise ed importanti rispetto quelle che può fornire un genitore o un fratello; nella pratica clinica spesso i familiari di un giovane con problemi psichici mi hanno riferito che è stato l'insegnante a spingerli a sottoporre a controllo clinico il loro congiunto; e similmente, molte delle notizie che vengono riferite da loro in anamnesi, la storia clinica del soggetto che si sottopone a visita psichiatrica, sono riportate da quanto è stato osservato dagli insegnanti o dai compagni di scuola.
Dal punto di vista dello psichiatra o dello psicologo, quanto viene riferito dal docente che ha osservato il comportamento del giovane alunno in classe è di primaria importanza, perché investe il comportamento sociale del soggetto; questo comportamento è il primo, in genere, a rilevare difficoltà o errori che fanno supporre l'insorgenza di un problema psichico, ma l'insegnante può valutare anche piccole défaillances nel comportamento comunicativo che pos-sono essere espressione dei comuni disagi esistenziali, ad esempio riportando notizie derimenti sulle difficoltà che incontra Marco o un suo compagno a tollerare le frustrazioni o a socializzare con l'altro sesso; nel secondo riquadro riporto alcuni tra i sistemi comportamentali più facilmente esplorabile da parte dell'insegnante.

 

COMPORTAMENTI OSSERVABILI NELL'ALUNNO
capacità alla risoluzione creativa (capacità intuitiva)
capacità di una corretta impostazione logica
comportamento d'approccio eterosessuale
dinamismo o passività relazionale (estroversione o introversio-ne)
irritabilità e labilità emotiva

 

Non bisogna però dimenticare che la relazione tra insegnante ed allievo è essa stessa un sistema comportamentale complesso: è fonte di tensioni e può gene-rare intenso interessamento o profondi rifiuti; pertanto è indispensabile, che ogni docente cerchi di comprendere i sentimenti che prova verso il singolo allievo, la classe, l'istituto o la società intera: sentimenti che spesso sono stret-tamente legati alla storia di ogni persona, al di là del ruolo professionale, e che possono travalicare le intenzioni che il docente aveva professato a se stesso. Speso queste tensioni sono causa di problemi d'ansia dell'insegnate o possono scivolare in manifestazioni di malessere, quale la Sindrome Burn-Out , affe-zione sociale caratterizzata dalla perdita di motivazione, tipica del talento bru-ciato, che infierisce su tutti coloro che svolgono un lavoro professionale e che si vedono sopraffare dalle pastoie burocratiche che impediscono l'auspicato miglioramento della condizione di vita della scuola come di qualsiasi altra istituzione.
Torniamo al nostro Marco che orami ha superato l'impatto con la nuova clas-se e con la nuova scuola; come può l'insegnante rendersi conto se tale supe-ramento ha anche causato problemi psicologici? e se ciò è accaduto, quando è giusto che intervenga e consigli Marco o i suoi genitori?
È impresa biblica determinare il punto esatto in cui le caratteristiche compor-tamentali individuali lasciano il sicuro terreno della normalità e si addentrano nell'oscurità della patologia e probabilmente è anche un'impresa inutile.
La variabilità dei comportamenti, non solo tra i singoli, ma anche tra i gruppi e le etnie diverse, è tale da considerare improponibile un comportamento "normale" per eccellenza.
Negli anni '70, grazie anche alle grandi doti di divulgatore del proprio pensie-ro, Konrad Lorenz promosse uno studio del comportamento comparato tra animali ed uomini secondo il modello etologico che doveva portare di lì a poco alla nascita di diverse correnti di pensiero che si esprimevano in modo affatto diverso sulla possibilità di realizzare una "mappa" del comportamento normale. Una delle ipotesi formulate, cui uno di noi ha fatto riferimento in un lavoro del 1985, è che il comportamento cosiddetto "normale" è solo una del-le possibili variabili dell'evoluzione culturale, quella evoluzione, tipicamente umana, che si differenzia dall'evoluzione filogenetica perché trasmette le mo-dificazioni attraverso l'apprendimento tra i membri del gruppo, vale a dire secondo una modalità culturale.
Molti sono i fattori che determinano marcate differenze comportamentali e, spesso, tali differenze sono foriere di gravi disagi sociali.

 

ALCUNI DEI FATTORI CHE DETERMINANO
DIFFERENZE COMPORTAMENTALI
Età
Ceto Sociale
Razza
Religione
Stato civile
Urbanizzazione
Scolarità
Economia di vita
Condizioni economico-sociali
Gruppo di appartenenza
Gravi patologie nella famiglia

 

Spesso la differenza è letta come malattia: ecco perché, particolarmente in psichiatria l'"altro" viene visto come "alieno" da me, da cui "alienato".
La malattia è però un concetto medico in cui è fondamentale il riconoscimento di una frattura, una differenza chiara dallo stato di "salute" definita dall'Organizzazione Mondiale della Sanità "uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplicemente l'assenza di malattia o infermi-tà" ; ciò sta ad indicare che il disagio sociale o esistenziale, pur non rientrando nel concetto di malattia, non rientrano neanche in quello di salute!
Possiamo considerare la malattia secondo una realtà diacronica, una realtà che si sviluppa nel tempo, per cui ad un certo momento, per cause diverse, viene modificato lo stato della persona che non riesce più a vivere secondo quel benessere che prima caratterizzava il suo quotidiano; la cura di questo males-sere sarà logicamente riportare la persona allo status quo ante, a quella condi-zione di benessere che ha perduto: potrebbe non essere più possibile e la malattia si cronicizzerebbe o avanzerebbe sino alle estreme conseguenze, ma tutta la branca medica è tesa alla ricerca che questa impossibilità riduca sem-pre più la sua presenza; anche patologie congenite possono essere considerate diacronicamente, laddove lo status quo ante è quello che si sarebbe realizzato se il genoma non avesse subito alterazioni o se non fosse accaduto nulla di patologicamente significativo durante la gravidanza.
Ma vi è un altro modello cui far riferimento che consente di leggere la malat-tia sotto un'altra forma, non così rigidamente deterministica; il modello sin-cronico, legato all'hic et nunc, che si svolge orizzontalmente, vede la malattia come uno stato di disadattamento alle condizioni esterne, dell'habitat direbbe-ro gli etologi, o a proprie condizioni interne, del sé, variamente compromesse con fenomeni esterni; è quindi un malessere dell'esistenza, del dasein tedesco, magistralmente tradotto da Cargnello con il termine "presenza".
Questa accezione è di gran lunga più vicina alla sensazione che ha della ma-lattia (non si può parlare di vero e proprio concetto) lo psichiatra o lo psicolo-go nel suo operare quotidiano; è una dimensione dello spirito, una condizione in cui convergono fattori interni ed esterni, se mai fosse possibile discriminare ciò che è interno da ciò che è esterno nella mente umana.
L'adolescente vive un turbinio di diversi stati spirituali, passando dall'esaltazione alla sopraffazione, dal gregarismo al pervicace individuali-smo, dalla svogliata acquiescenza all'espressione di una tenace volontà: è particolarmente in questa fase che il giovane sperimenta i più importanti mo-menti di disagio esistenziale ma è anche in questa fase che egli può dimostrare tutta la capacità adattativa che è propria dell'età adolescenziale e che andrà pian piano spegnendosi con il tempo.
È in questa fase, quindi, che è fondamentale riconoscere quei segni-campanello d'allarme per una condotta deviante, dove deviante implica qual-siasi diversa strada intrapresa che è in contrapposizione con una corretta igie-ne di vita sociale e personale.

 

 

 

S.T.I.P. Presidente Gianfranco Buffardi,Tesoriere Giovanni Barbato,Direttore Scientifico Dante De Santis,
Consiglieri: Maria Rosaria Vigliotta, Titti Cocilovo, Lugi Di Nardo, Bruno Valente