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EDITORIALE 2010
C’È UN’IDENTITÀ PER LO PSICHIATRA?
Sarà che cade, oggi, l’inizio delle celebrazioni dei 150 anni d’Italia o che il 5 maggio richiami a noi italiani un’altra appartenenza forte, quella del piccolo còrso alla grandeur dei cugini transalpini, mi ritorna in mente una già avviata mia riflessione sull’identità. Concetto che da sempre è sottoposto ad acribie ermeneutiche ma che conserva tutto il suo fascino del non detto, della vaghezza che spesso si accompagna alla sua definizione, della sua plasticità e plasmabilità, della retorica che ne loda la presenza e della critica che ne combatte l’assenza.
Ma quale identità inseguo nel mio libero associare? Mi trasferisco idealmente a Quarto, sul mitico scoglio da cui partirono i garibaldini, coloro che hanno fatto l’Italia ma non gli italiani, (come a distanza di più di un secolo sarebbero state parafrasate le parole di Massimo D’Azeglio); e mi viene in mente la nota frase di una canzone di Giorgio Gaber, garbato poeta della disillusione: “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”. Identità è essere, appartenere o sentirsi? o, riflettendo sulla dubbia identità del singolo suggerita da alcuni sviluppi delle neuroscienze, tutte le identità sono costruzioni? Quella italiana, ad esempio, è identità costruita su una falsa lingua nazionale (quanta fatica per realizzarla e quanto ancora essa è inquinata da vernacolismi!) e su “un’espressione geografica”?
Eppure altre identità vengono fortemente sostenute da saperi condivisi e impongono statuti ai loro accoliti: penso alle identità professionali, sostenute da ordini, albi, registri o semplicemente elenchi che raccolgono persone che hanno condiviso studi, abilità, competenze. Forse tra questi, le professioni che si richiamano ad un sapere forte ed a pratiche assolutamente codificate, rispondono più di altri insiemi ad un concetto identitario. È la conoscenza comune, indispensabile al proprio lavoro, che forgia questa identità ed è indubbio che le professionalità mediche siano altamente caratterizzate da questa condivisione.
E la psichiatria, allora? Questo mio gioco associativo non poteva che giungere qui, in quella che dovrebbe essere la nostra identità: ma esiste realmente un’identità degli psichiatri?
Già una prima identificazione con il sapere medico, quel saper proprio della laurea in medicina e chirurgia, è piuttosto dubbia: tranne poche eccezioni, potremmo sbrigativamente liberarci dell’identità chirurgica (mi trovo spesso a celiare, non consegnate un bisturi ad uno psichiatra, ne farete un seriale killer), non dovremmo assolutamente farlo, invece, per l’identità medica: eppure sono ancora presenti in numero significativo gli psichiatri che rifiutano l’etichetta di “medico” e che orientano la loro professioni al sociale o allo psicologico tout court.
E nell’ambito della stessa psichiatria qual è il sapere condiviso? Quello farmaco terapeutico? Non mi sono mai imbattuto in una prescrizione di terapia oncologica o cardiologica redatta in prima istanza da un medico di medicina generale, al contrario almeno 9 persone su 10 che incontro professionalmente per la prima volta mi raccontano delle loro precedenti esperienze con psicofarmaci assunte su consiglio dei medici di medicina generale; non solo benziodiazepine estemporanee per una legittima terapia sintomatica, ma anche antidepressivi, antipsicotici, stabilizzanti del tono dell’umore…(devo registrare anche, tra gli arditi prescrittori, psicologi, maghi, vicini di casa e portiere con la velleità del “riccio”). Ma poi, superato l’indispensabile comune spazio “farmacologico”, ecco una carrellata di colleghi psichiatri che minano profondamente il mio concetto di identità: lo psichiatra burocrate, completamente assorbito da un’indescrivibile montagna di carte scritte senza altro scopo che autogiustificare la loro presenza nel mondo; lo psichiatra neurobiologo che cita a memoria tutti gli articoli di Carpenter e Weinberger; il collega di trincea, giustamente preoccupato dell’emergenza quotidiana e degli strumenti per ridurre la difficoltà esistenziale degli assistiti, dei familiari e degli operatori; il politico, nel senso del gestore della pubblica utilità della psichiatria, che sviluppa progetti per orientare il lavoro degli altri psichiatri, restando ancorato ad un linguaggio, comunque, “politichese”; lo psichiatra orientato al sociale, riabilitatore, attento alle dinamiche dell’esistenza del singolo, spesso in luoghi ovattati che difficilmente potranno restituire il senso di appartenenza al “territorio”. Ed ancora, lo psichiatra legato all’antropofenomenologia, lo psichiatra cognitivo, lo psicoanalista, lo psicoterapeuta sistemico relazionale e l’elenco potrebbe non aver termine. Già prevedo un’obiezione a queste mie riflessioni: in tutti i campi della medicina ci sono specializzazioni ed iperspecializzazioni, senza per questo ridurre l’identità della professione. Certo, è facilmente riscontrabile ed anche in altre branche della medicina il medico che sceglie una iperspecializzazione nel tempo “dimentica” altre competenze più generali della sua professione: il punto è che le ha apprese e non farà fatica a recuperarle qualora gli fosse necessario. Questo possibile “recupero” non mi sembra così evidentemente semplice per lo psichiatra: speso mi trovo a confrontarmi con colleghi che parlano linguaggi completamente diversi. Sono rimasto stupito recentemente, partecipando ad un dibattito proprio con Carpenter: rispondendo ad una domanda sull’autismo, concetto cardine della scuola europea psicopatologica, evolutosi da Breuer a Minkowski in un elemento fondamentale delle psicosi, ho avuta la netta sensazione che il guru americano e il competente collega italiano parlassero di due concetti diversi. Siamo certi di avere un linguaggio comune noi psichiatri? E se non l’avessimo potremmo comunque riconoscere una nostra identità? O, come ho accennato sopra, l’identità è un concetto formale, costruito ad arte, in cui possiamo far confluire ciò che vogliamo? E quindi la psichiatria, con le sue diversità, contraddizioni, incomprensione non è meno identica a se stessa di una cardiologia, ortopedia, oncologia?
Mi dispiace, credo di saper porre domande ma di non saper dare risposte: infatti, mi resta il rammarico di non essere in grado d’immaginare un possibile sapere unico della psichiatria, un’epistemologia e un corpo di conoscenze e metodologie condivise che possano sì rafforzare l’identità, ma che possano, soprattutto, offrire a chi necessita del nostro aiuto quella chiarezza operativa che mi pare ancora pericolosamente carente nel nostro lavoro quotidiano.
Gianfranco Buffardi
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