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Affinità
e complemetarietà nelle professioni d’aiuto
Il counseling filosofico e la cura
BUFFARDI GIANFRANCO
Lo scopo di questo breve lavoro e rintracciare alcuni
elementi di affinità nelle diverse metodologie di aiuto, al fine
di una corretta valutazione epistemologica per favorire un orientamento
tra di esse e la possibilità di un’integrazione; in questo
lavoro mi limiterò a valutare affinità e complementarietà
tra le diverse metodologie d’aiuto, particolarmente tra il Counseling
filosofico e le Psicoterapia.
L’argomento di questo scritto necessita, preliminarmente, di alcune
precisazioni sul significato che ho preferito per alcuni termini chiaramente
centrali del discorso.
Tralascio in questa sede il concetto di Counseling Filosofico, perché
sarà enucleato dalla serie di scritti che riproponiamo in questo
spazio: l’altro termine del discorso, la cura, ha bisogno di una
qualche chiarificazione.
Terapia ovvero Cura
Da psichiatra e clinico, parto da quella che può apparire ancora
una dicotomia: terapia/cura, intendendo con la prima l’azione
singola o integrata volta a restituire ad integrum l’organo colpito;
ormai gran parte della medicina rifiuta il concetto di restituito ad
integrum, inapplicabile nella maggior parte delle patologia, assolutamente
improponibile per le malattie psichiatriche come per le condizioni di
disagio psicologico, sia perché non vi è chiarezza su
quale organo, parte di organo o funzione debba essere reintegrata, sia
perché l’esperienza di malattia o di disagio, la terapia
adottata, i terapeuti stessi ed il contesto in cui si svolgono le terapie
incidono in maniera inalienabile sulla persona, modificandone aspetti
a volte salienti. Ma ogni terapia agisce in un conteso di cura, nel
senso di atteggiamento che la persona, i terapeuti, i familiari, le
istituzioni e qualsiasi altro soggetto/oggetto interagente intraprende
al fine di migliorare la condizione esistenziale della persona: in questo
senso la cura non necessita assolutamente di una terapia perché
si applica anche a chi non è affetto da alcuna malattia, che
non soffra di disagi o sia colpito da calamità avverse. La cura
è stata considerata in ambito medico sinonimo di trattamento,
quindi, generalisticamente, di terapia; ma applicata alla sofferenza
psichica o psicologica, “siccome [] la sofferenza psichica, a
differenza di quella fisica, non è tanto un incidente che si
lascia circoscrivere nel normale corso della vita, quanto piuttosto
un modo di declinare l’esistenza [] la cura psicologica non può
prescindere da quella relazione che C. G. Jung evidenzia tra psiche
e senso” ; se a questo ampliamento verso il senso più che
la “riparazione” dell’alterato, integriamo anche il
concetto generale di cura, prendersi cura di sé, avere attenzione
ad alcuni aspetti della persona, migliorare le proprie abilità
e conoscenze, prevenire le malattie e le evenienze negative etc, giungiamo
alla conclusione che la cura è un complesso di strumenti di attenzione
e salvaguardia della persona agiti autonomamente o attraverso altri
soggetti/oggetti.
Tentando una schematizzazione delle caratteristiche della cura assumerei
che essa:
- ha lo scopo di migliorare la qualità di vita della persona,
nella sua accezione più ampia;
- è caratterizzata da comportamenti complessi che si sono evoluti
nel tempo e che sono propri della natura umana;
- è orientata verso se stessi o verso gli altri con modalità
di interazione di volta in volta differenziati;
- inerisce anche un rapporto con il mondo contestuale, inteso nel senso
di Umwelt binswangeriano;
- orientata a specifici problemi, risulta essere il complesso intenzionale
che cerca una risoluzione a quei problemi, anche indiretta;
- in quest’ottica, all’interno della cura può svolgersi
una terapia;
- la terapia diventa uno strumento della cura;
- orientata alla sofferenza psichica, la cura necessita di un “rapporto
più o meno organico tra ricerca, diagnosi e terapia” ;
- come ogni strumento, ovvero “polistrumento complesso”,
possiamo tracciare un profilo epistemologico della cura;
- alcune caratteristiche di questo profilo riguarderebbero,
o “diverse identità concettuali: a) la salute; b) la malattia;
c) la diagnosi; d) la terapia; e) il medico; f) il paziente; g) il rapporto
medico-paziente; h) il rapporto tra il paziente e la sua stessa condizione
patologica…”
o i modelli di riferimento;
o gli orientamenti della cura;
o gli strumenti adottabili;
o le procedure metodologiche;
o la valutazione del target per le diverse metodologie ed orientamenti;
- l’evolversi delle conoscenze scientifiche, cognitive, sociali
incide sull’epistemologia della cura, rendendola sempre cangiante;
- in questo senso, le metodologie di cura, vale a dire le procedure
che vengono attivate per utilizzare strumenti diversi al fine di “curare”,
cangiano nel tempo e nei contesti.
Ma quando interviene al cura? Troppi ed ampi sono i campi di intervento
perché possano essere qui enucleati: nell’ottica di questo
scritto mi limiterò a considerare quelle cure che vengono poste
in essere quando una persona o un gruppo di persone chiede aiuto ad
un’altra persona, o gruppo, in merito a problemi che ineriscono
la sfera esistenziale, dalla malattia psichiatrica, al disagio psicologico,
dal disagio esistenziale propriamente detto al dubbio filosofico, dalla
difficoltà bioetica al problema di interazione sociale etc.
Tentando una generalizzazione potrei considerare la cura come atta a
incrementare il benessere del singolo o del gruppo, ovvero a ridurre
i rischi di decremento.
In quest’ottica anche il piacere di dialogare su temi specifici
può essere una fonte di cura, migliorando il mio benessere sia
in termini di piacere, sia in termini di conoscenza: anche la ricerca
del piacere potrebbe essere interpretato come una forma di cura ma solo
in funzione del “costo” che il singolo o la collettività
dovrà pagare per quel piacere, valutandone i pro e i contro;
scivoleremmo in una discussione sul relativismo che qui non ha luogo
ad intervenire.
Le professioni d’aiuto
e la cura
Riprendendo il discorso su le ultime tipologie di cura di cui accennavo,
due elementi fondamentali che contraddistinguono gli interventi di cura
sono la richiesta di “aiuto”, per quanto vaga o inespressa
essa possa essere e per quanto relativo possa essere l’apporto
di un ausilio esterno a specifiche situazioni esistenziali, ed il fatto
che la Persona che richiede aiuto riconosca in colui a cui si rivolge
una qualche forma di competenza o conoscenza in quel campo: senza che
vi siano ancora rigide etichette internazionali su queste tipologie
di cura, oggi si individuano professionisti che rispondono a questa
esigenza quali “professionisti d’aiuto”.
“Sotto l’etichetta di PROFESSIONI D’AIUTO (il termine
anglosassone helping professionist sta recentemente prendendo il posto
del più generico caretaker) si raccolgono oggi tutte le competenze
che possono sostenere le persone al momento di una difficoltà
psicologica, sia essa causata da concreti problemi personali, sia da
problemi esistenziali, sia da problemi psicologici o psichiatrici. L’espressione
è invalsa nell’uso ma non ha una sicura origine; in qualche
modo traduce la categorizzazione che viene fatta nel mondo anglosassone
di tutte le professioni che si interessano di aiuto psicologico: educational,
counseling & therapeutic help, da cui deriva la differenziazione
dei professionisti in educators, counselors & therapists.”
In questa accezione la cura che operano i professionisti d’aiuto
è rivolta a problemi ed ambiti della sfera psicologica, sociale,
spirituale ed esistenziale: non vengono considerati, in quest’ottica,
tutti coloro che offrono le loro competenze per migliorare o guarire
il corpo (per quanto vogliamo considerare la psiche altra dal soma),
per sostenere le conoscenze e l’istruzione, per acquisire competenze
ed abilità, per incrementare guadagni o potenzialità lavorative.
Riferendomi, quale esempio, alla situazione italiana, debbo sottolineare
che “[l]e sole professionalità chiaramente riconosciute
sino al 2000 erano […]quelle del medico, specificatamente del
medico psichiatra, e quella dello psicologo, grazie alle legge Ossicini
del 1989, che chiariva, anche, che sia medici che psicologi, potevano
fregiarsi del titolo di psicoterapeuti se avessero completato, dopo
la loro laurea, una formazione quadriennale presso una Scuola di Psicoterapia
Riconosciuta […]. Nel maggio 2000 il CNEL riconosceva come professionalità
anche la Mediazione ed il Counseling, pur se non le obbligava alla creazione
di un ordine professionale; nel frattempo erano stati attivati già
da alcuni anni corsi universitari per la riqualificazione degli Assistenti
Sociali e corsi specifici per i Tecnici della Riabilitazione Psichiatrica
e Psicosociali; l’attivazione delle lauree triennali nel campo
psicologico completava il quadro generale.”
La situazione attuale è molto più complessa, grazie anche
alle proposte di legge avanzate in materia : tentando un elenco delle
professioni d’aiuto intese nell’accezione di cui sopra,
troveremmo:
medici psichiatri
psicologi
psicoterapeuti
mediatori familiari et alia
counselor
assistenti sociali
tecnici della riabilitazione psicosociale
educatori
counselor filosofici
antropologi clinici etc. etc.
La proliferazione di nuovi profili professionali ha fatto sorgere diatribe
su ambiti e competenze, su target e limiti di operatività, creando
una ridda di distinguo e di prevaricazioni. Oggi credo che sia opinione
comune che vi sia una discreta confusione tra specificità e competenze
dei singoli ambiti, soprattutto se raffrontati con le specificità
e competenze di psicoterapie e psichiatria, strutturalmente codificate
con compiti ed ambiti individuati per statuto. Ma “[i]n psichiatria
e in psicoanalisi la cura ha il vantaggio di avere dei limiti”
.
Affinità, complementarietà
e differenze tra Counseling Filosofico e Psicoterapia (psichiatria)
Ed arriviamo al punto centrale del presente lavoro: i rapporti e le
differenze che intercorrono tra alcuni tipi di “cura”. Partendo
dagli interventi di Counseling è utile chiarire in cosa questi
interventi possano differenziarsi o integrarsi con cure psicologiche
o psichiatriche, autorevolmente inserite nell’ambito delle psicoterapie;
ed ancor più specificamente mi riferirò a due professioni
d’aiuto che spesso sono alla cronica quotidiana per le accese
polemiche che stanno sollevando: il Counseling filosofico e le psicoterapia.
Gran parte delle parole scritte nei testi che da 20 anni a questa parte
supportano, con l’autorevolezza più o meno acclarata dei
propri autori, la nascita e l’affermarsi del Counseling Filosofico
hanno lo scopo di sottolineare le differenze tra il counseling e la
psicoterapia; lo sforzo prodotto da questi autori ha in parte sanato
l’assenza di analoga valutazione critica da parte di professioni
d’aiuto con background storico più ampio.
Ma l’essenza del mio scritto sta tutta nel cercare non le differenze
tra le diverse professioni d’aiuto e le psicoterapia bensì
le affinità e complementarietà che emergono nel rispetto
di quello che è il compito della cura.
Vediamo, in sintesi, quali possono essere gli elementi comuni ai diversi
approcci di cura.
Elementi di affinità; intendo qui quegli elementi epistemologici,
metodologici, strumentali che si riscontrano in ogni approccio e in
ogni modello delle c.d. professioni d’aiuto:
- La centralità della persona
- Il rapporto dialogico
- L’empatia
- La comunicazione- La ricerca dell’ampliamento delle mappe interne
- La prescrittività
La centralità della Persona
Anche se colui che chiede l’intervento del professionista non
è un singolo ma un gruppo, la centralità della Persona
è inalienabile:
- la Persona sperimenta in proprio la difficoltà o l’esigenza
per cui chiede aiuto, anche se quest’esigenza sia condivisa da
un gruppo, dalla coppia, dalla famiglia o da ampi strati della società
- il professionista si rivolge alla Persona nella sua interazione con
le circostanze esistenziali (Umwelt), con gli Altri (Mitwelt), con se
stesso (Eigenwelt)
- l’azione d’aiuto è della Persona che chiede: è
lei l’artefice di un eventuale cambiamento, attraverso una nuova
sua visione del mondo che, in quanto tale, è agita ed operata
dal singolo
- la Persona è uno dei due contraenti e, contemporaneamente,
l’oggetto del contratto in una qualche misura.
Il dialogo
Qualsiasi tipo di relazione d’aiuto avviene in una qualche forma
di dialogo, dia-logos, nel senso etimologico del termine: un discorrere
tra due, topos della filosofia antica e moderna, attraverso il sistema
di domande e risposte. Il dialogo sancisce:
- la necessità di un rapporto, che può essere letto come
strutturato alla richiesta e, quindi, legato al solo problema di cui
si discorre, ma anche essere considerato come rapporto più ampio,
un’interazione IO-TU, un porre in comune, un trasferire con le
competenze il feeling necessario alla “presa in cura”; anche
un medico prescrittore, per quanto fredda e tecnocratica possa essere
la ricettazione di un farmaco sintomatico, non invia solo il messaggio
terapeutico;
- una parziale paritarietà di rapporto, dove se è vero
(in alcuni casi, ma non in tutti ) che il consulente ha, mediamente,
conoscenze e competenze specifiche nel campo della richiesta di aiuto
tali da risultare survalenti quelle del consultante e, pertanto, essere
in questo modo in grado di sostenere una richiesta d’aiuto nel
campo, è solo la richiesta del consultante e la sua disponibilità
a discutere del suo problema o della sua esigenza, per quanto questa
richiesta possa essere consapevolizzata o meno, a rendere possibile
quell’interazione e quel dialogo: i due protagonisti del rapporto
hanno paritario e differenziato “potere” nell’essere
in quel rapporto;
- una complementarietà nel rapporto, per la ragioni suddette,
e per le esigenze dei singoli, che consente di sviluppare ogni momento
dialogico come “unico, irriducibile ed irripetibile”, refrattario
a classificazioni e categorizzazioni;
- un terreno privilegiato per lo sviluppo di interazioni empatiche.
L’empatia
Proprio la forma dialogica favorisce un elemento insostituibile che
è l’empatia; considero l’empatia la tendenza a porsi
in rapporto con l’altro misurandosi in un corpo a corpo immaginario,
uno stato d’animo immediato di comprensione, che prescinde dal
piacere, diversamente dalla simpatia che è lo stare insieme come
stare vicini volentieri, stato d’animo, quest’ultimo, immediato,
imprescindibile dal piacere; l’empatia è anche capacità
di focalizzazione sul mondo interiore dell’altro, intuendone gli
stati d’animo o rendendosi conto è la capacità di
intuire cosa si agiti in lui, come si senta in una situazione e cosa
realmente provi al di là di quello che esprime verbalmente.
In ambito evolutivo l’empatia viene interpretata come quella capacità
innata che ha consentito alla specie umana di realizzarsi come specie
altamente sociale: la teoria della mente considera l’empatia tra
le principali competenze che attribuiamo a tutti i nostri simili.
In alcuni ambiti psicoterapeutici la tecnica è stata a volte
privilegiata rispetto l’empatia: ritengo che questa contrapposizione
nasca da un sottacere la presenza dell’empatia malgrado la volontà
delle Persone partecipanti al dialogo.
Nelle relazioni d’aiuto l’empatia è terreno comune
di scambio tra consultante e consulente, è “reciprocità”,
complementarietà, intersoggettiva, bidirezionale: pur in assenza
di una totale “paritarietà”, essendo i due ruoli
complementare, non paritetici, l’empatia è il collante,
non può essere alienata; o meglio, non dovrebbe essere alienata,
pena la decadenza del rapporto ed il fallimento, più o meno cosciente,
della relazione d’aiuto. La caduta d’empatia può
essere mascherata da situazioni contingenti, come la difficoltà
a rispettare un appuntamento, la ripetitività di schemi comunicativi,
la “noia” di uno o tutti e due i protagonisti, etc.: situazioni
che, spesso, si ritrovano particolarmente in psicoterapia e ne segnano
inesorabilmente il declino terapeutico.
Non solo: in alcune modalità psicoterapeutiche e, in parte, in
alcuni atteggiamenti clinici psichiatrici, l’empatia è
totalmente o parzialmente rifiutata o trasformata in altar condizione
affettiva: basti pensare all’utile se non necessario passaggio
durante il lavoro psicoanalitica in quella condizione che Freud definisce
“nevrosi da transfert”. Devo dire che, nella mia conoscenza
di percorsi psicoanalitici, la ricerca di una distanza empatica appre
più come una risposta ad una rigidità della tecnica che
non un’evenienza realmente ricercata dallo psicoanalista..
Al contrario ritengo che l’empatia si sviluppi reciprocamente
tra i due dialoganti anche in assenza di una reale analisi del rapporto,
e che, attraverso essa, sia possibile la condivisione del dialogo per
un fine comune, anche se con modalità ed entità differenziate
e pur nella, a volte imprescindibile, non coincidenza degli scopi.
La comunicazione
Dialogo, contratto, empatia non possono svilupparsi che attraverso la
comunicazione; l’argomento è troppo vasto per essere esaurito
in poche battute: è importante sottolineare che, nella diversità
di tecniche, di strumenti, di metodologie, in ogni relazione d’aiuto
la comunicazione è fondamentale, non solo perché, pleonasticamente,
non si potrebbe richiedere aiuto, ricercare un beneficio, essere curato
senza una qualche forma di comunicazione, ma anche perché, utilizzando
modalità apposite comunicative, espressive, somatiche, analogiche,
il consulente può agevolare il consultate nella ricerca interna
e favorirne il cambiamento.
“[I]l linguaggio costituisce "... uno dei principali modi
in cui tutti gli uomini 'modellano' le loro esperienze" e che le
caratteri¬stiche del 'sistema rappresentazionale' del linguaggio
sono le stesse di quelle con le quali gli uomini producono ogni altro
'modello' del mondo (di pensiero, visivo, di movimento, ecc.), giacché
"...in ciascuno di questi sistemi operano gli stessi principi di
struttura", pertanto […] i principi formali che possono individuarsi
nell'ambito del 'sistema rappresentazionale' chiamato linguaggio possono
offrirci una valida modalità di approccio alla comprensione degli
altri sistemi di modellamento umano.”
Attraverso il linguaggio intervengo sul sistema rappresentazionale della
Persona.
Dovrei dilungarmi particolarmente sulla comunicazione, essendo questo
il nodo specifico della tecnica operativa: per ora credo sia sufficiente
segnalare come, modalità e sistemi diversi, essa operi nel rispetto,
a volte non coscientizzato, di tutti gli altri elementi qui presi in
considerazione. Attraverso un qualche livello comunicativo si esperisce
l’empatia, il dialogo che è alla base del rapporto non
potrebbe avvenire senza una qualche forma di comunicazione (non si può
non comunicare), essa è lo strumento per centralizzare la Persona
per aiutarla ad ampliare le proprie mappe interne e per favorire la
prescrizione; apriamo uno spiraglio anche su questi ultimi due elementi,
secondo me fondamentali nelle relazioni d’aiuto.
Le mappe interne
Ho utilizzato qui il termine di sistema rappresentazionale perché
noi non abbiamo un accesso diretto alla nostra mente ma possiamo “leggerla”
solamente attraverso una “rappresentazione”, una sorta di
“mappa interna” che, come tutte le mappe, non è il
territorio ma solo una rappresentazione parziale, a volte anche distorta,
della realtà della nostra mente.
“[L]e capacità di rispondere alla realtà circostante
del singolo non possono essere tutte rappresentate nella mappa interna
dell’individuo, una sorta di modello delle proprie possibilità
adattative che ognuno di noi ha in sé e che gli consente di velocemente
agire in risposta ad una situazione differente del mondo esterno. Le
Persone si riconoscono solo alcune possibilità e perdono di vista,
sovente, tutte le altre possibilità di cui non hanno mai letto,
o non leggono al momento, per situazioni contingenti, la rappresentazione
nelle loro mappe interne.”
Tutti gli interventi d’aiuto, quanto meno perché, comunque,
interventi di cura, operano al fine di “un processo che genericamente
definiamo AMPLIAMENTO DELLE MAPPE INTERNE. La Persona, attraverso l’intervento
del Counselor, inizia un’opera di scavo, di elaborazione delle
reali cause, immediate o meno, del proprio disagio e, contemporaneamente,
porta a galla, cognitivizza, nel senso di far apparire alla coscienza
nella propria chiarezza, alcune di quelle altre possibilità sinora
rimaste “sommerse”. […] Parte del materiale “nascosto”
delle mappe, potrebbe coincidere con ricordi, esperienze, sensazioni
“rimosse”” , molte possono essere le possibilità
operative, personologiche o di pensiero che il singolo non si è
mai peritato di esperire e che, una volta espressi, potrebbero risultare
validi alla risoluzione del problema o alla propria crescita nel benessere.
Le mappe interne non restano, oggi, confinate al ruolo di un’ipotesi
psicologica, sono in parte confermate dalla neuroscienze, particolarmente
dal Darwinismo Neuronale di Edelmann e dai Neuroni Mirror.
La prescrittività
Tutte le affinità prese qui in considerazione attengono alla
modalità operativa del rapporto nelle relazioni d’aiuto
o a presupposti epistemologici; la prescrittività, diversamente,
è uno dei “risultati” della relazione, o meglio,
è l’atto che sancisce la continuità o il termine
di un rapporto di relazione d’aiuto.
Mi rendo conto che, ancor più in questo caso, è necessario
fare chiarezza sul termine così come l’intendo in questo
contesto.
La prescrizione è, in genere, considerato atto medico per eccellenza:
si prescrive l’assunzione di un farmaco secondo specifica posologia,
si prescrive una dieta alimentare, un comportamento motorio etc.; il
concetto di prescrizione in psicoterapia si amplia: si prescrivono esercizi
psicologici, esercizi di rilassamento, si prescrive miglioramento dell’
“igiene di vita” (comportamenti sociali, attività
salutari, riduzione degli stressors ambientali, gratificazioni etc.),
ma vengono prescritti anche comportamenti che possono apparire del tutto
avulsi dal contesto (particolarmente nelle psicoterapie strategiche),
letture, viaggi, ascolti etc.
La prescrizione è comunque un atto sempre palese? Il consultante
ed il consulente hanno ben chiaro che in quel momento emettono o ricevono
una prescrizione? In un rapporto specificamente orientato alla discussione
su un argomento, come potrebbe avvenire in alcune forme di Counseling
Filosofico, l’argomentare, lo stimolare a letture, il dibattere
su alcuni aspetti specifici di un tema anzicchè altri, tutto
alla luce della prima richiesta di intervento del consultante non configura
tutto ciò una prescrizione? Il mediare un rapporto familiare
difficile, nel senso di farsi carico di un’interpretazione che
la coppia o il gruppo non è in grado di agire autonomamente e
il riproporlo con messaggi ala portata dei consultanti, non implica
che venga prescritta l’adozione di questa interpretazione per
loro finalmente fruibile? L’assistente sociale che individua percorsi
amministrativi per ottenere vantaggi sociali per il singolo o il nucleo
familiare in difficoltà e li ripropone per l’attuazione
all’interessato o a chi è in quel momento il tutore/curatore,
non sta “prescrivendo” un iter da attuare?
Il concetto di prescrizione implica:
- una Persona o gruppo di Persone, il consultante, che richiede aiuto,
sostegno, sistema o mezzi per migliorare il proprio benessere o evitare
di ridurlo;
- una Persona o gruppo di Persone, il consulente, che abbia le competenze
per rispondere a questa richiesta;
- la possibilità di un’indicazione che rientri nel complesso
della risposta alla richiesta d’aiuto, sostegno o di miglioramento,
porta dal consultante;
- una complementarietà per cui il consulente emetta questa indicazione
ed il consultante la riceva;
- la possibilità, a volte del tutto teorica, che l’indicazione
prescritta, considerata l’adesione del consultante alla prescrizione,
possa dar luogo a dei cambiamenti nel consultante, rivelabili in un
eventuale nuovo incontro o in una qualche modalità di feedback
diversa;.
Il concetto di prescrizione NON implica necessariamente:
- che il consultante si aspetti l’indicazione;
- che il consulente sappia di dover emettere quell’indicazione;
- che essa sia espressa consapevolmente dal consulente;
- che essa sia recepita consapevolmente dal consultante;
- che ad ambedue sia chiara la complementarietà;
- che la prescrizione emessa, consapevoli o inconsapevoli gli attori,
sia rispettata dal consultante, consapevolmente o inconsapevolmente;
- che avvenga necessariamente un cambiamento nella situazione del consultante
a seguito del rispetto della prescrizione;
- che sia sancito comunque un feedback da parte del consulente o che
il consultante pretenda che ci sia un feedback.
A questo punto, se le mie premesse sono valide, potremmo trovarci di
fronte a situazioni molto diverse tra loro; ad esempio:
- il consultante si aspetta una prescrizione che il consulente però
non sa di emettere;
- il consulente prescrive al consultante, che non pensava di dover ricevere
una prescrizione;
- il consultante si rende conto di aver ricevuto una prescrizione, ma
il consulente non sa di averla emessa;
- il consulente si aspetta un feedback ma il consultante non ha recepito
che questa esigenza del consulente;
- il consultante rispetta la prescrizione emessa, consapevolmente o
inconsapevolmente, ma, al feedback, il consulente non si renda conto
della corretta adesione del consultante a quanto prescritto, e così
via.
I molti intrecci ci dimostrano come sia possibile che la prescrizione
avvenga senza che vi sia percezione dell’accadimento.
Ritengo che sia opportuno che un professionista d’aiuto abbia
coscienza di questa propria capacità prescrittivi e che altrettanto
gli sia chiaro che esiste la possibilità che questa prescrizione
non venga colta consapevolmente dal consultante. Il consulente dovrà
conoscere le innumerevoli possibilità che avrà di prescrivere,
anche senza una propria volizione, o dovrà essere pronto a rendersi
conto di aver comunque emesso una prescrizione involontariamente o con
modalità non preterintenzionali; altrettanto dovrà imparare
a rilevare quelle prescrizioni emerse spontaneamente, i segni dell’adesione
o meno alle prescrizioni e dei risultati che le prescrizioni, più
o meno rispettate, hanno dato.
Tutti gli elementi affini si ritrovano, a mio parere,
in tutte le professioni d’aiuto, tanto che l’assenza di
uno di essi potrebbe inficiare la relazione d’aiuto.
Elementi di complementarietà.
Parlando di complementarietà non mi riferisco, ora, alle professioni
d’aiuto nella loro totalità ma ad alcuni elementi propri
delle discipline che sono alla base dei modelli cui loro fanno riferimento.
In particolare, e solo a titolo esemplificativo, esporrò alcune
complementarietà che necessitano di competenze sia filosofiche
che psichiatriche; esse sono:
- La focalizzazione
- La clinica (il discernimento tra patologie, disagi, dubbi etc.)
- La cognitivizzazione
- La costruzione di una scala di valori
- Il cambiamento della visione del mondo
La focalizzazione
La focalizzazione è un processo specifico di molte relazioni
d’aiuto (in estrema accezione di tutte); il termine nasce nello
studio critico di una certa classe di psicoterapie, le c.d. psicoterapie
brevi: ““Tipico di ogni intervento breve è la delimitazione
dell’area intervento. Si chiami ciò obiettivo oppure «focus»
(cioè concentramento entro un breve periodo di tempo della risoluzione
di un conflitto chiaramente identificato e di uno specifico obiettivo),
non ha molta importanza. Ciò che importa e di mettere a fuoco
lo scopo sin dall’inizio della terapia, cioè programmare
uno scopo limitato.
Vorrei solo rilevare che per quanto concerne il concetto «focus»
o «punto focale», esso non va solo cercato all’interno
della problematica del paziente ma anche nella relazione della coppia
terapeutica, trattandosi non già di un «oggetto»
intrapsichico bensì di una modalità relazionale.[…]
Comunque, la focalizzazione è universalmente ammessa da tutti
gli Autori come fattore peculiare e caratterizzante della Psicoterapia
breve. Se mai, c’è divergenza di opinioni circa l’interpretazione
da dare ad essa in chiave teorica e, conseguentemente, circa la modalità
di tradurla nella pratica terapeutica. Al riguardo c’è
chi la interpreta come un consapevole (cosciente) impegno del terapeuta
ad agire su un sintomo o problema presentato dal paziente e ritenuto
principale (obiettivo primario) e chi, invece, la considera come risultante
di una ipotesi psicodinamica di base che riassume la maggior parte dei
conflitti psichici.”
Nelle professioni d’aiuto la focalizzazione è parte integrante
della realizzazione del contratto tra consulente e consultante: è
il processo che individuerà il focus ed è, pertanto, già
un primo passo operativo. Elementi di psicologia clinica e psicodinamica
possono aiutare ad individuare anomalie nella richiesta del consultante,
che di fatto può risultare fuorviante rispetto al vero nocciolo
del problema; complementare ed essenziale risulta un atteggiamento critico,
proprio delle discipline filosofiche: i consulenti che abbiano queste
competenze sono avvantaggiati nella ricerca del focus e nella capacità
di sostenere il consultate verso una sua corretta individuazione.
La clinica
La clinica è indispensabile per le professioni d’aiuto:
il non possesso di capacità di discernimento clinico (nel senso
di capacità di diagnosticare, al metaforico letto del malato)
potrebbe causare errori di valutazione gravissimi o, pericolosamente,
impedire il riconoscimento precoce di una forma di patologia. Discernere
se il problema presentato, la richiesta di supporto o la semplice espressa
volontà di “una bella chiacchierata filosofica” celi
un dubbio, un’esigenza, un disagio, un malessere o una patologia
è essenziale al corretto orientamento del consultante. Avere
competenze cliniche indica la complementarietà tra diverse discipline
pur nella limitata profondità delle conoscenze: filosofia, psicologia,
antropologia, psichiatria tutte concorrono a strutturare una buona capacità
clinica.
La cognitivizzazione e il sistema V.S.S.
Gran parte delle psicoterapie ed il moderno approccio psichiatrico sono
imprescindibili dalla cognitivizzazione, dal prendere coscienza del
problema o della questione sollevata, da un corretto “esame di
realtà” scevro da implicazioni accessorie. Operare in tal
senso necessita di strumenti e competenze che implicano la conoscenza
della psicopatologia e gli strumenti propri di una corretta critica
filosofica; un buon lavoro di cognitivizzazione passa attraverso l’analisi
dei valori del consultante, delle sue priorità e finalità,
degli obiettivi e dei progetti: si integra e si traduce nell’ulteriore
complementarietà che è, appunto, la realizzazione di una
scala di valori. In via esemplificativa potremmo considerare il sistema
Valori Scopi Significati di V. E. Frankl: “Attualizzando l’interpretazione
frankliana, interpretiamo come valori quei significati estremi ed etici
che orientano a larghi tratti il comportamento del singolo, siano essi
concordanti con il sistema etico-sociale in cui la Persona vive, siano
essi discordanti; i valori possono cangiare nel corso della vita, in
genere attraverso un lungo ripensamento della Persona, che “costruisce”
i propri valori anche con la propria ragione. I significati appaiono,
invece, più immediati, legati al momento emotivo e caratterizzano
ogni sensazione complessa nei confronti di persone, oggetti e situazioni
che la Persona incontra nel suo vivere quotidiano. Gli scopi, non solo
quelli a lungo termine, frutto di scelte ponderate o di fantasie passionali,
ma anche quelli del momento, delle piccole situazioni della giornata,
dei contatti profondi ed effimeri, interpretano le spinte comportamentali
di ogni momento.È evidente come il sistema V.S.S. sia centrale
nel lavoro di consulenza come in quello psicoterapeutico; attraverso
l’analisi di questo sistema scopriamo le difficoltà delle
singole Persone, le loro perplessità e, laddove il problema che
attanaglia il singolo, appare vissuto angosciosamente, il senso di vuoto
che impera in coloro che, per diverse ragioni, non riescono ad intervenire
efficientemente con il loro sistema V.S.S..”
Per realizzare una corretta scala di valori è indispensabile
la complementarietà tra discipline etiche e psicologiche.
La Weltanschauung
Il cambiamento della visione del mondo, in quest’ottica, più
che uno strumento o un elemento del lavoro di relazione d’aiuto
è un possibile risultato che, se pur limitato, può modificare
l’atteggiamento della Persona nei confronti del problema. “Questa
concezione, […] è stata filosoficamente tematizzata da
Dilthey che, con Weltanschauung, ha indicato la generalizzazione dei
dati culturali, artistici e filosofici che incarnano lo spirito di un’epoca,
e da Jaspers che nella visione del mondo ha distinto il versante soggettivo
costituito dagli atteggiamenti e il versante oggettivo rappresentato
dalle immagini con la precisazione che <<atteggiamenti e immagini
del mondo sono astrazioni, che separano ciò che in pratica coesiste>>.”
La costruzione stessa del concetto necessita di un approccio filosofico
esistenziale e di un approccio psicologico; la ricerca di un cambiamento
può trovare esito favorevole proprio nel cambiamento della propria
Weltanschauung.
Conclusioni
Al termine di questa mia breve analisi mi pare utile tracciare un breve
elenco di considerazioni conclusive:
- le professioni d’aiuto sono strumenti di cura;
- la cura include anche la possibilità di un lavoro per integrare
il proprio benessere o quello comune;
- porre solo l’accento sulle differenze tra le singole professioni
d’aiuto e, particolarmente, tra alcune di queste e la psicoterapia,
può risultare fuorviante;
- al contrario le professioni d’aiuto condividono alcuni elementi
di affinità che è utile conoscere a fondo:
- infatti, alcuni di questi elementi di affinità possono concorre
visibilmente al successo della relazione d’aiuto;
- le discipline scientifiche, filosofiche, umanistiche in genere alla
base dei modelli per le professioni d’aiuto possono integrarsi
e favorire la costruzione di elementi di complementarietà;
- in particolare le competenze filosofiche, psicologiche, antropologiche
e cliniche sono fortemente legate nell’approccio al problema del
singolo consultante;
- uno studio integrato dei diversi approcci nell’ottica della
complementarietà e della differenziazione orientativa potrebbe
migliorare la fruibilità delle relazioni d’aiuto e consentire
un dialogo aperto e costruttivo tra i singoli professionisti.
- la prospettiva futura della cura dovrebbe riferirsi a concetti generali
come i seguenti:
o L’integrazione dei saperi amplia le mappe metodologiche
o La complementarietà delle metodologie rafforza gli strumenti
di cura
o La conoscenza delle proprie dimensioni esistenziali stimola la persona
al cambiamento delle proprie visioni del mondo
Ormai il tempo delle dicotomie potrebbe considerasi definitivamente
sorpassato, solo l’integrazione può riproporre percorsi
di approfondimento della conoscenza nell’ambito della cura: la
filosofia, regina del sapere, potrebbe rendere percorribile questo cammino.
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