Terapie endogene

Guido Traversa

 

Cosa può sperare, senza neppure saperlo, una persona a cui viene diagnosticata una malattia mentale?
Può sperare in una terapia? Forse si; comunque è troppo poco.
Può sperare, forse, in qualcosa di diverso? Di diverso dalla sua stessa condizione? Quasi sempre si.
E quale diversità può dargli il terapeuta, qualunque sia il suo approccio alla 'malattia mentale'? Una condizione diversa rispetto alla identità assoluta, insopportabile, che sente il paziente? Forse si.
Ma su quali distinzioni operare? Come distinguere due condizioni, quella data che è la 'malattia' da quella ancora non data, futura, di presunta 'salute'? Come pensare, e con quali strumenti concettuali ed etici, questa distinzione tra condizioni? Il tipo di approccio alla 'malattia mentale' di certo non sarà indifferente per poter dare una risposta a queste domande non solo in astratto, ma in concreto, rispetto ad un singolo individuo. Ma le domande e la loro inevitabilità, per la diagnosi e per la terapia, restano ferme, qualunque sia l'approccio in questione.
Se la condizione 'malata' viene distinta in modo assolutamente netto da quella a cui si dovrebbe accompagnare il paziente, quest'ultima apparirà agli occhi del 'malato' - e forse anche a quelli del medico - o come qualcosa di irreale o come ciò che è già dato 'intorno'; ma il problema è proprio quello che l''intorno' del malato non è, o non corrisponde alla sua stessa condizione; dunque questa possibile condizione a cui si potrebbe giungere gli è estranea.
A quale distinzione allora fare affidamento? Non più dunque a quella tra una condizione 'malata' ed una altra; ma ad una distinzione interna alla stessa condizione malata: per quanto questa appaia, sia al malato, sia al terapeuta, come una condizione con una fortissima identità, è proprio dentro tale identità che può essere trovata la sua propria distinzione: ciò che la può distinguere da se stessa. Una condizione determinata è l'insieme più o meno organico di molti dettagli, accidenti, contenuti personali; si tratta di un insieme di elementi disomogenei tra loro attraversato da 'modelli reattivi', da propensioni non tutte della stessa forza e direzione. Dove andiamo? può chiedere un paziente a se stesso o al terapeuta.
Se una condizione malata avesse e fosse una identità assoluta di sé con se medesima, allora nessuna terapia sarebbe possibile. Ma qualsiasi condizione ha accidenti, dettagli, contenuti personali, propensioni, 'modelli reattivi' spesso non visti, non sentiti, non esperiti neppure dal paziente stesso; e ciò perché, forse, neppure lui che la vive fa veramente esperienza della sua condizione: ne vede la trama, ma in modo assolutamente fitto, come un tessuto di cui non si vedono; i suoi stessi contenuti parlano tutti la stessa lingua, danno la stessa, tautologica, immagine di sé: una identità assoluta da cui non ci si può salvare, e da cui allora è vano e impossibile essere portati via, verso qualcosa che neppure si vede.
Allora il terapeuta può fare una cosa, per rispondere ad una speranza - che detta o non detta - lui deve presupporre che ci sia: la speranza che il malato faccia esperienza di una distinzione tra sé e la sua condizione. Questa distinzione può nascere dalla sua stessa condizione malata: riconoscendo e pensando alla non omogeneità dei suoi accidenti e delle sue propensioni. Almeno così il paziente non sarà più identico alla sua condizione, e magari, anche quando viene meno la speranza di vera e propria cura, potrà almeno imparare l''abito' del permanere nella propria condizione. Ma questa volta si tratta di 'permanere' in modo dinamico, forse anche reattivo, nella malattia e non starci. Permanervi vuol dire,così, farne esperienza.
Se la 'salute', qualunque cosa significhi questa parola, non potrà essere raggiunta, però, almeno, ciò che è già presente, la condizione malata, può essere vissuta in modo salutare: con la sua identità, forse invincibile, ma anche con i suoi accidenti non identici alla malattia e che proprio per questo possono dare una permanenza 'sana' nella malattia, una reazione e una direzione.

S.T.I.P. Presidente Gianfranco Buffardi,Tesoriere Giovanni Barbato,Direttore Scientifico Dante De Santis,
Consiglieri: Maria Rosaria Vigliotta, Titti Cocilovo, Lugi Di Nardo, Bruno Valente