PROBLEMI E PRINCIPI ETICI
PER L’OPERATORE SANITARIO INFERMIERISTICO
DELLA SALUTE MENTALE

Rosa Vinciguerra
(Coordinatrice II. PP. f.f. UOSM 26/27 ASL CE 1, Resp. dr. G. Buffardi)

La particolarità della psichiatria rispetto le altre branche della medicina nasce dalla peculiarità del rapporto intrinseco tra persona e malattia mentale, rapporto che si esprime fenomenologicamente in gruppi sintomatologici quali la critica, l’aderenza alle terapie, l’autostima. Questa intriseca peculiarità, complessa per il clinico, investe l’ambito etico in non pochi ambiti tra i quali:
- il consenso informato
- i dati sensibili (la privacy)
- la volontà di cura
- la coerenza etica tra scelte personali e terapie
- i riflessi etici del danno sociale della malattia
- la qualità di vita della persona e dei suoi ambiti familiari e sociali
- le ricadute lavorative.

Il clinico non è supportato, in maniera esaustiva, da leggi e protocolli che indirizzino ogni atto medico come eticamente corretto: molte, infatti, sono le questioni etiche e bioetiche che vengono quotidianamente sollevate o che emergono, purtroppo, dalla cronaca quotidiana; ma le difficoltà del medico, almeno in parte, sono condivise anche dall’operatore sanitario.

L’infermiere è, spesso, il primo operatore con cui prende contato la persona che chiede aiuto: nella maggioranza delle Unità Operative di Salute Mentale è l’infermiere che accoglie la prima richiesta telefonica o de visu, molti interventi territoriali sono appannaggio esclusivo degli infermieri, dove è organizzato un sistema di case management, i cases managers sono prevalentemente infermieri, l’emergenza è accolta in prima istanza dall’operatore sanitario; queste occorrenze istituzionali sono integrate dalla naturale propensione del pubblico che trova nell’infermiere un interlocutore privilegiato, più vicino ad ascoltare i propri bisogni immediati di quanto non lo sia il medico, a cui ancora sovente si attribuisce un sapere incomunicabile.
Quali sono, allora, le prescrizioni etiche imposte all’operatore sanitario e quali le “trappole” in cui può trovarsi invischiato?

Non credo sia possibile una disamina completa delle problematiche; questo mio contributo vuole solo significare le difficoltà quotidiane che, in quanto Coordinatrice Infermieristica, ho registrato in molti anni di confronto con i colleghi medici e infermieri e con le persone che, sempre più numerose, si rivolgono alla salute mentale locale per esigenze grandemente differenziate.

La prima grande difficoltà etica nasce dalla gestione dei dati sensibili; gran parte del lavoro che abbiamo svolto nel tempo in questo ambito è stato orientato alla correzione di comportamenti scorretti che, per linearità, evidenzio in elenco:
- gestione del rapporto di primo contatto
o presentazione telefonica corretta (risponde il servizio X, parla l’operatore y, mi dica)
o comportamenti rassicurativi della segretezza dei dati
o indicazioni complete e preferenziali
- gestione dell’accettazione
o riduzione di tutti i comportamenti scorretti che possono far trapelare dati sensibili (cartelle cliniche esposte involontariamente allo sguardo del pubblico, nomi pronunciati ad alta voce in presenza di utenti, indicazioni terapeutiche non segregate)
o corretto sussidio agli utenti in attesa per consulenze ambulatoriali
o materiale cartaceo indirizzato correttamente e consegnato solo all’interessato
o comunicazione con familiari ed accompagnatori senza conseguenze lesive della privacy
- gestione delle terapie
o rispettoso trasferimento delle notizie accolte dal medico
o chiara indicazione di quanto si sta operando (tipo di somministrazione, necessità di tempi di attesa post terapia, corretto comportamento che l’utente deve avere per un certo tempo dopo l’assunzione di terapia, indicazioni di continuità con le terapie domiciliari)
o raccolta delle segnalazioni dell’utente e trasferimento al medico per competenza
- gestione dell’attività territoriale
o comportamenti di approccio al paziente scarsamente aderente
o modalità di intervento territoriale asettico (rispetto della privacy in presenza di estranei, interventi “cautelativi” sul tessuto sociale etc.)
o differenziazione degli interventi e dei luoghi
- dati sensibili al di fuori dell’ambito lavorativo
o mantenere il riserbo più assoluto su nomi e persone incontrate in ambito lavorativo, anche con i propri cari
o rispondere al saluto ma non salutare mai per primi in un fortuito incontro con utente del servizio
o non farsi implicare in discussioni su “anomalie” comportamentali di persone che si sappia transitate per il servizio.

Strettamente correlato alla gestione dei dati sensibili è quella del consenso informato, problema fondamentale in psichiatria, non potendo pretendere sempre di rispettare alla lettera questo dettame in alcune forme gravissime di patologia; l’ipotesi di prospettare al paziente un quadro del tipo: “Lei è affetto da Schizofrenia Indifferenziata, il suo quadro clinico andrà progressivamente peggiorando e con le terapie che dovrà assumere subirà una serie fastidiosissima di reazioni avverse: acconsente alla terapia?”, è ipotesi risibile. Questione in cui è implicato il medico ma in cui l’infermiere non riveste secondaria importanza.

Il consenso informato obbliga l’operatore a:
- intervenire nel rispetto della volontà del paziente
- attivare tute le procedure necessarie per far conoscere al paziente il proprio operato
- gestire gli interventi con la modalità della massima chiarezza.

Ben si vede come questi comportamenti non possono essere assunti senza difficoltà dall’operatore della salute mentale.
In ultimo, non certo per importanza, la qualità di vita è parametro complesso fondamentale è implica la gestione dei rapporti con le persone, i propri familiari e gli ambiti sociali, dove l’operatore sanitario assume un ruolo di garante della correttezza degli interventi e di facilitatore del miglioramento della qualità di vita (q.o.l. = quality of life) del paziente.

In quest’ottica sono da tenere in dovuta considerazione i seguenti principi:
- la persona è unica ed irripetibile
- ha il diritto di esprimere la propria volontà e di essere trattata con adeguato comportamento
- la valutazione etica dei comportamenti della persona deve tenere conto della malattia di cui è affetta
- l’operato del sanitario deve implicare anche l’attenzione a tutti gli aspetti della vita quotidiana di qualità
- nessun danno deve essere arrecato alla persona dalla valutazione sociale della propria malattia.

L’emergenza delle difficoltà etiche così brevemente descritte ha imposto a noi, operatori della salute mentale, una valutazione continua del nostro operato.

Per facilitare questo compito attiveremo strumenti di controllo e schede di valutazione che saranno compilate da tutti gli operatori sanitari infermieristici e che supporteranno un sistema integrato di comportamenti tali da ricadere in “linee guida” di comportamento etico.
Mia personale idea è quella di ritenere utile l’attivazione di un sistema di raccolta dati centrale, eventualmente regionale, che possa essere di costante stimolo all’uniformizzazione di comportamenti sempre più bioetica che etici o deontologici.


 

 

S.T.I.P. Presidente Gianfranco Buffardi,Tesoriere Giovanni Barbato,Direttore Scientifico Dante De Santis,
Consiglieri: Maria Rosaria Vigliotta, Titti Cocilovo, Lugi Di Nardo, Bruno Valente