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Dott. Gennaro Pannone - Psichiatra ASL NA3
Dott. Salvatore Sportello - Psichiatra ASL NA3
Dott. Pietro Nino - Psichiatra ASL NA1 (Coordinatore dello studio)
OBIETTIVO
Riduzione della disabilità e miglioramento della qualità
di vita del paziente psicotico, tramite l' utilizzo di quetiapina integrato
da un supporto psicoterapico.
METODO
Il trattamento è stato condotto per un periodo di 36 settimane.
Dopo una fase iniziale di aggiustamento del dosaggio, la dose giornaliera
di quetiapina è stata stabilizzata in un range compreso tra i
300 e 800 mg/die in rapporto alla valutazione clinica.
Lo studio è stato condotto su 12 pazienti di entrambi i sessi
(8 uomini e 4 donne), con età compresa tra i 19 e i 47 anni.
La diagnosi più frequente è stata la Schizofrenia paranoide.
Altre diagnosi comprendevano la schizofrenia disorganizzata, il disturbo
schizoaffettivo ed il disturbo delirante. Ogni paziente ha ricevuto
un sostegno psicoterapeutico, di tipo cognitivo - comportamentale o
psicoanalitico con setting individuale e cadenza settimanale o quindicinale.
All'inizio del trattamento ed in 2°- 4°- -8°- 16°- 24°
e 36° settimana è stata somministrata la PANSS (Positive
Ande Negative Syndrome Scale). Il GAF (Global Assessment Of Functioning)
è stato somministrato all'inizio dello studio ed in 16° e
36° settimana. L'SAS (Scala di Simpson/Angus modificata per la valutazione
degli effetti extrapiramidali) è stata utilizzata all'inizio
del trattamento ed in 4°- 16°- 36°- settimana. Gli eventi
avversi sono stati valutati in 2°- 4°- 8°- 16°- 24°-
36° settimana.
Conclusioni
Alla luce dei risultati, si può concludere che il trattamento
con quetiapina a dosaggi compresi tra i 300 mg e gli 800 mg/die, integrato
con un sostegno psicoterapico, risulta efficace nel controllo della
patologia oggetto dello studio, agendo sia sui sintomi positivi che
negativi, sia sulle manifestazioni psicopatologiche generali, influenzando
favorevolmente i livelli di funzionamento globale del paziente. In particolare
è emersa una correlazione di carattere diretto e progressivo
tra il miglioramento riscontrato alla PANSS ed il miglioramento manifestato
a livello del GAF.
Un altro elemento di rilievo è rappresentato dalla tollerabilità
della molecola. Non sono stati riscontrati, infatti, né disturbi
extrapiramidali, né eventi avversi in nessuna fase dello studio.
Cosa può sperare, senza neppure saperlo, una persona a cui viene
diagnosticata una malattia mentale?
Può sperare in una terapia? Forse si; comunque è troppo
poco.
Può sperare, forse, in qualcosa di diverso? Di diverso dalla
sua stessa condizione? Quasi sempre si.
E quale diversità può dargli il terapeuta, qualunque sia
il suo approccio alla 'malattia mentale'? Una condizione diversa rispetto
alla identità assoluta, insopportabile, che sente il paziente?
Forse si.
Ma su quali distinzioni operare? Come distinguere due condizioni, quella
data che è la 'malattia' da quella ancora non data, futura, di
presunta 'salute'? Come pensare, e con quali strumenti concettuali ed
etici, questa distinzione tra condizioni? Il tipo di approccio alla
'malattia mentale' di certo non sarà indifferente per poter dare
una risposta a queste domande non solo in astratto, ma in concreto,
rispetto ad un singolo individuo. Ma le domande e la loro inevitabilità,
per la diagnosi e per la terapia, restano ferme, qualunque sia l'approccio
in questione.
Se la condizione 'malata' viene distinta in modo assolutamente netto
da quella a cui si dovrebbe accompagnare il paziente, quest'ultima apparirà
agli occhi del 'malato' - e forse anche a quelli del medico - o come
qualcosa di irreale o come ciò che è già dato 'intorno';
ma il problema è proprio quello che l''intorno' del malato non
è, o non corrisponde alla sua stessa condizione; dunque questa
possibile condizione a cui si potrebbe giungere gli è estranea.
A quale distinzione allora fare affidamento? Non più dunque a
quella tra una condizione 'malata' ed una altra; ma ad una distinzione
interna alla stessa condizione malata: per quanto questa appaia, sia
al malato, sia al terapeuta, come una condizione con una fortissima
identità, è proprio dentro tale identità che può
essere trovata la sua propria distinzione: ciò che la può
distinguere da se stessa. Una condizione determinata è l'insieme
più o meno organico di molti dettagli, accidenti, contenuti personali;
si tratta di un insieme di elementi disomogenei tra loro attraversato
da 'modelli reattivi', da propensioni non tutte della stessa forza e
direzione. Dove andiamo? può chiedere un paziente a se stesso
o al terapeuta.
Se una condizione malata avesse e fosse una identità assoluta
di sé con se medesima, allora nessuna terapia sarebbe possibile.
Ma qualsiasi condizione ha accidenti, dettagli, contenuti personali,
propensioni, 'modelli reattivi' spesso non visti, non sentiti, non esperiti
neppure dal paziente stesso; e ciò perché, forse, neppure
lui che la vive fa veramente esperienza della sua condizione: ne vede
la trama, ma in modo assolutamente fitto, come un tessuto di cui non
si vedono; i suoi stessi contenuti parlano tutti la stessa lingua, danno
la stessa, tautologica, immagine di sé: una identità assoluta
da cui non ci si può salvare, e da cui allora è vano e
impossibile essere portati via, verso qualcosa che neppure si vede.
Allora il terapeuta può fare una cosa, per rispondere ad una
speranza - che detta o non detta - lui deve presupporre che ci sia:
la speranza che il malato faccia esperienza di una distinzione tra sé
e la sua condizione. Questa distinzione può nascere dalla sua
stessa condizione malata: riconoscendo e pensando alla non omogeneità
dei suoi accidenti e delle sue propensioni. Almeno così il paziente
non sarà più identico alla sua condizione, e magari, anche
quando viene meno la speranza di vera e propria cura, potrà almeno
imparare l''abito' del permanere nella propria condizione. Ma questa
volta si tratta di 'permanere' in modo dinamico, forse anche reattivo,
nella malattia e non starci. Permanervi vuol dire,così, farne
esperienza.
Se la 'salute', qualunque cosa significhi questa parola, non potrà
essere raggiunta, però, almeno, ciò che è già
presente, la condizione malata, può essere vissuta in modo salutare:
con la sua identità, forse invincibile, ma anche con i suoi accidenti
non identici alla malattia e che proprio per questo possono dare una
permanenza 'sana' nella malattia, una reazione e una direzione.
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