CONSULENZA FILOSOFICA E LOGOANALISI

Debora Fusano @

INTRODUZIONE
Non è semplice scrivere un lavorosu un argomento vasto e controverso come la consulenza filosofica. Gli aspetti da considerare e da discutere sono davvero tanti, ma lo spazio a disposizione è poco, quindi occorre restringere il campo e puntare lo sguardo solo su alcuni aspetti.
Confesso che la mia attenzione si è fermata immediatamente sulla logoanalisi. Colpita da questa tecnica che, a mio avviso, costituisce un’opportunità irrinunciabile per chiunque pratichi una professione d’aiuto, ho pensato di impostare questo lavoro proprio sui suoi aspetti principali. Naturalmente le mie competenze al riguardo sono limitate. Questa tecnica richiede di molto tempo per essere acquisita al punto da poter essere utilizzata con disinvoltura nel corso di una consulenza. L’intento, dunque, non è esaurire l’argomento, ma esporre i caratteri fondamentali della logoanalisi, mettendo in luce quali sono gli aspetti validi ai fini di un suo utilizzo nella consulenza filosofica.
La tesina si articola in tre parti.
La prima parte è una breve introduzione alla consulenza filosofica, nella quale metto in evidenza le caratteristiche principali di questa pratica filosofica.
La seconda parte, che è la principale, riguarda l’approccio psicolinguistico della Logodinamica Generativo-Trasformazionale, e le caratteristiche che la accomunano con la consulenza filosofica.
La scelta di inserire, alla fine di questa tesina, delle esercitazioni di logoanalisi non è casuale, come non lo è la scelta di farle sui testi di Fernando Pessoa. Inutile negare che l’input è venuto dalla lezione del Professor Gianfranco Buffardi, che ci ha mostrato come la logoanalisi può essere applicata anche ad un testo letterario. Amando particolarmente Pessoa, ho pensato che sarebbe stato carino ripetere l’esperimento sugli scritti di questo grande autore. Le sue opere, infatti, si prestano bene alle esercitazioni di logoanalisi proprio per la loro particolarità.


LA CONSULENZA FILOSOFICA
Nata in Germania nel 1981 grazie a Gerd Achenbach (col nome di Philosophische Praxis), la consulenza filosofica suscita immediatamente grande interesse (sia in ambito accademico che nell’ambito delle pratiche psicoterapeutiche), espandendosi rapidamente anche in altri paesi e assumendo diverse forme1.
In Italia si può parlare di Consulenza filosofica solo dal 1999, anno in cui nasce la prima organizzazione, AICF (Associazione Italiana di Counseling Filosofico), che nel 2000 si scinde in due associazioni distinte: SICoF (Società Italiana di Counseling Filosofico) e PHRONESIS (Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica). La prima di queste due associazioni ricollega la consulenza filosofica ad un ambito più vasto, che è quello del counseling ad orientamento filosofico. Prhonesis, invece, si orienta verso l’impostazione della consulenza filosofica di Achenbach, che è quella di distinguere la consulenza filosofica dalle pratiche psicologiche delle professioni d’aiuto.
Nel 2000 viene fondata, inoltre, un’altra associazione, AIP (Associazione Italiana Psicofilosofi), che si propone di utilizzare strategie filosofiche per aiutare le persone a crescere e maturare.

La consulenza filosofica, nell’originario intento di Achenbach, nasce per superare la profonda insoddisfazione che il filosofo prova nei riguardi della filosofia accademica, chiusa ormai in se stessa e intrappolata in percorsi di studio ad uso e consumo dei soli filosofi. L’accusa rivolta alla filosofia è d'essere eccessivamente astratta rispetto al mondo reale, e di rimanere ben lontana dai problemi che opprimono l’uomo quotidianamente.
Una seconda ragione spinge Achenbach a realizzare questa nuova pratica professionale: l’insoddisfazione nei confronti delle professioni d'aiuto, troppo legate al paradigma strumentale o terapeutico.
La consulenza filosofica, a differenza delle varie psicoterapie, è caratterizzata da un approccio non direttivo e dall’uso di soli strumenti filosofici. Il consulente filosofico non vede la crisi del consultante come espressione di un problema di natura psicologica, bensì come l’espressione di una sua personale filosofia di vita, e il suo disagio è considerato come uno degli aspetti di una più ampia visione del mondo. Il compito del consulente non è modificare tale visione del mondo, bensì comprenderla e discuterla criticamente insieme al consultante stesso.
Lo scopo della consulenza filosofica, dunque, non è curare delle patologie, ma aiutare le persone ad avere una maggiore consapevolezza della realtà, per permettere loro di affrontare i problemi della vita autonomamente. Il consultante deve lavorare su se stesso e sulle proprie esperienze per comprendere questioni essenziali che accomunano tutti gli uomini, e alle quali la filosofia può dare delle risposte. L’individuo, grazie alla filosofia deve poter cercare le proprie verità autonomamente, mettendo in discussione quelle imposte, attraverso un percorso di riflessione filosofica. In questo senso il dialogo tra consulente e consultante dovrebbe avvenire in modo simile alla maieutica socratica.
La consulenza filosofica rappresenta la nuova forma che la filosofia dovrebbe assumere per restituire a se stessa una veste pratica e per mettersi di nuovo in gioco. La filosofia deve abbandonare i problemi astratti di cui tradizionalmente si occupa e orientarsi verso le domande esistenziali che qualunque individuo può porsi in un momento di difficoltà.
L’uomo moderno è costretto a rispecchiare dei modelli di comportamento e di pensiero standardizzati e preconfezionati. Egli, oggi, è solamente “uno tra i tanti”, perde sempre più la sua singolarità e la sua unicità. Tale condizione, tuttavia, risveglia in lui degli interrogativi sulla propria esistenza, sul proprio modo di affrontare la realtà che lo circonda. Il filosofo dovrebbe avere la capacità di aiutare l’individuo a vedere i problemi sotto più prospettive, di aiutarlo a capire che non si è mai senza via d’uscita.
Paradossalmente, mentre l’esistenza individuale perde senso, si risveglia un bisogno di filosofia.
In questo contesto la consulenza filosofica rappresenta un mezzo (che è contemporaneamente antico e moderno) di aiutare le persone a riflettere sulla propria vita, a chiarirne gli aspetti problematici, senza però dare delle risposte già pronte.
La consulenza filosofica consiste in un dialogo libero, nel quale il consulente ha un unico intento, quello di guidare la riflessione del consultante. La particolarità di questa disciplina sta nel non avere metodi o regole predefinite. Questo è forse l’aspetto più problematico della consulenza filosofica.
La mancanza di un metodo, che serve a garantire la singolarità e la specificità dell’individuo, crea dei problemi: come si diventa consulenti filosofici?
Partendo dal presupposto che non esiste un modo per insegnare la consulenza, non ne esiste neanche uno per imparare a farla. Chiunque tenti di percorrere questa strada, ha a sua disposizione soltanto la storia del pensiero filosofico, che deve però essere riconsiderata sotto un aspetto pratico.
La consulenza filosofica rompe il pregiudizio che circonda da sempre la filosofia: la filosofia non è cosa per tutti. Chi si reca dal consulente filosofico, infatti, può anche non avere alcuna nozione di filosofia, poiché ciò che cerca non è un insegnante. L’unico scopo del consulente è quello di mostrare la realtà e il presente all’individuo in un’ottica nuova, tramite la riflessione sulla sua esistenza.

Un altro punto critico che riguarda la consulenza filosofica è il suo rapporto con la psicoterapia.
La differenza principale tra le due discipline sta nel fatto che la consulenza, a differenza delle terapie, non ha un metodo prestabilito, e non si occupa dell’inconscio dell’individuo. Il consulente filosofico rispetta l’uomo nella sua singolarità, di conseguenza non lo sottopone a distinzioni categoriali come sano/malato oppure normale/anormale. Inoltre, il consulente non deve interpretare il significato delle parole che il consultante dice, piuttosto deve lavorare sul suo discorso effettivo e sul racconto che gli si presenta.
A differenza delle psicoterapie, la consulenza non deve “guarire” le persone.
Altra caratteristica della consulenza è il particolare rapporto che si instaura tra consulente e consultante. Entrambi sono sullo stesso piano (a differenza del terapeuta e del paziente, ed entrambi interagiscono attivamente nel dialogo filosofico mettendosi in gioco.


LA LOGOANALISI NELLA CONSULENZA FILOSOFICA
Partendo dal presupposto che non possiamo avere una definizione della consulenza filosofica, è chiaro che chiunque intenda praticarla deve trovare il proprio modo di farla. Se la consulenza nasce proprio come pratica filosofica, forse l’unico modo per diventare un consulente è proprio quello di cominciare a sperimentarla. Chiaramente ogni consulente avrà un suo stile, un particolare approccio con l’altro, tempi diversi e modalità diverse. Ognuno condurrà la consulenza secondo i propri criteri e, a suo modo, elaborerà il suo “metodo” personale.
La cosa importante, a mio avviso è andare incontro a chi si ha di fronte, non avere la presunzione di capire cosa sta cercando di comunicarci, non dare niente per scontato e soprattutto non avere pregiudizi. Questo ultimo è un aspetto fondamentale per la riuscita di una consulenza. Ho avuto modo di osservare, durante le esercitazioni svolte in aula nel corso di questo Master, che nonostante tutti si impegnino a “sospendere il giudizio”, la natura umana non è portata a farlo in modo naturale. A volte, mentre si ascolta il racconto di un consultante, abbiamo dei pregiudizi, ma non ce ne rendiamo conto. Avviene tutto molto rapidamente, a livello inconscio. La nostra mente si mette in moto e ci porta a vedere quello che noi stessi vogliamo vedere in una storia. Proprio per questo penso che sia indispensabile, al fine di evitare di cadere in questo errore, servirci del metodo della logoanalisi.
Grazie alla Logodinamica Generatico-Trasformazionale, che lavora esclusivamente sulla forma, e non sul contenuto di un racconto, non si corre il rischio di fraintendere ciò che il consultante cerca di comunicarci. Questo è un metodo che si può imparare, anche se occorre molto tempo e dedizione, senza possedere particolari nozioni di psicoterapia. Non occorre essere specialisti in terapie psicanalitiche, basta studiare in che modo gli esseri umani comunicano tra loro, come costruiscono il loro linguaggio, e quali malformazioni questo possa contenere. Solo avendo piena coscienza dei meccanismi che regolano la comunicazione possiamo capire in che relazione l’uomo si pone nei confronti della realtà che lo circonda e, di conseguenza, anche i suoi comportamenti.

La logoanalisi è una tecnica bioeticamente corretta, perché non impone alcuna interpretazione di ciò che l’altro ci dice. Se si chiede al consultante di chiarirci una frase, inevitabilmente dovrà spiegarci meglio ciò che intendeva comunicarci, e spiegandolo meglio a noi, lo chiarisce meglio anche a se stesso. Dunque l’intervento del consulente serve solo a orientare il lavoro che il consultante deve fare su se stesso: per chiarire meglio i suoi enunciati, dovrà riflettere, scavarsi dentro, e recuperare le informazioni che, nel corso del racconto, erano andate perse. Si mette il consultante in condizioni di poter lavorare sulle proprie parole, e di vedere con chiarezza alcuni aspetti della sua esistenza o del suo problema. Attraverso la logoanalisi, il consulente permette al consultante di lavorare sul proprio disagio autonomamente.

Naturalmente una consulenza filosofica non può essere fatta solo di logoanalisi, altrimenti diverrebbe altro….però non si può negare che questa tecnica costituisca l’opportunità di avere una base sicura sulla quale poggiarsi, soprattutto nei primi incontri con una persona. Una volta che, attraverso la logoanalisi, il consulente è certo di aver ben compreso ciò che l’altro intende comunicargli, allora può avviare un vero e proprio dialogo filosofico.


LA LOGODINAMICA GENERATIVO-TRASFORMAZIONALE
La Logodinamica Generativo-Trasformazionale è un approccio psicolinguistico che ha delle caratteristiche in comune con la consulenza filosofica, e si occupa del disagio di crisi esistentiva.
La crisi esistentiva non è una patologia da curare, ma provoca la stessa molta sofferenza in chi la vive. Il disagio che comporta non ha dovuto ad un evento che si è verificato, piuttosto al modo in cui qualcosa è vissuto. Gli eventi sono, infatti, influenzati dal modo in cui questi si affrontano, dall’atteggiamento interiore con cui l’uomo considera i fatti che accadono nel corso dell’esistenza. L’atteggiamento interiore influenza profondamente lo stile di vita di una persona, orientando i significati che attribuisce alla propria vita, gli obiettivi che si prefigge e i valori in cui crede. Qualora il suo sistema di riferimento risulti carente o inadeguato, il soggetto soffrirà di crisi esistentive.


LA COMUNICAZIONE
Noi uomini viviamo nel mondo, tuttavia non agiamo su di esso direttamente. Ciascuno di noi, infatti, crea una rappresentazione (un modello o mappa) del mondo in cui vive, che usa per orientare il proprio comportamento. Qualunque mappa, anche la più dettagliata, non riuscirà mai ad essere il territorio stesso.
La rappresentazione che abbiamo del mondo, determina in buona parte l’esperienza che abbiamo del mondo stesso, il modo in cui lo percepiamo e le scelte che facciamo. Esiste, dunque, una gran differenza tra la realtà che ci circonda e l’esperienza che noi abbiamo di tale realtà.
Il modello creato da ciascuno di noi è diverso dal modello di ogni altra persona, poiché gli esseri umani, anche se vivono nello stesso mondo, hanno delle esperienze completamente diverse gli uni dagli altri, che dipendono direttamente dal modello che hanno creato della realtà che li circonda. Coloro i quali conducono una vita gratificante e affrontano difficoltà quotidiane con successo, possiedono un modello della realtà particolarmente ricco ed articolato, che gli permette di percepire una gamma di possibilità e di scelte molto ampia. Le persone che soffrono, invece, non avvertono alcuna possibilità di scelta e credono che i loro problemi non lascino via d’uscita. Il loro mondo non è limitato, sono loro stessi che non vedono la possibilità di scegliere, perché questa non è presente nei loro modelli.

“I modelli impoveriti implicano una limitazione delle opzioni di comportamento. Quando le parti mancanti vengono recuperate, nell’individuo ha inizio il processo di cambiamento.” 2

Uno dei principali modi in cui tutti noi modelliamo le nostre esperienze è il linguaggio. Quando comunichiamo, quando parliamo, discutiamo, scriviamo, di solito non siamo consapevoli del processo attraverso il quale scegliamo le parole per rappresentare la nostra esperienza. Non ci rendiamo conto quasi mai del modo in cui ordiniamo e strutturiamo le parole che scegliamo.
Anche se non siamo consapevoli del modo in cui costruiamo la nostra comunicazione, questa è un'attività altamente strutturata.
L’intero comportamento umano, in una situazione d'interazione, ha valore di messaggio, cioè è comunicazione. L’attività, le parole, il silenzio, hanno tutti valore di messaggio, influenzano cioè gli altri, e gli altri a loro volta non possono non rispondere a queste comunicazioni.

La comunicazione è uno scambio d'informazioni, un insieme di messaggi inviati o ricevuti. La definizione di comunicazione è stata riformulata da Watzlawick 3, il quale ritiene che qualsiasi evento, oggetto, comportamento che modifica il valore di probabilità del comportamento futuro di un organismo sia comunicazione. Questa è costituita da tutte le tipologie di messaggi che intercorrono e sono scambiati tra le persone.
Non è possibile, comunicando, non influenzare l’esperienza di qualcuno e non generare una reazione. Per reazione non s'intendono solo i messaggi verbali, ma anche quelli non-verbali (ad esempio un cambiamento nell’incarnato del viso, i movimenti degli occhi, i gesti o la respirazione). Ognuno di questi mutamenti è un indice che lo stato interiore della persona è stato modificato, che la sua esperienza è stata condizionata. Siccome la coscienza è limitata, siamo in realtà consapevoli solo di una piccola parte degli stimoli a cui continuamente reagiamo. In ogni incontro faccia a faccia con un altro essere umano, infatti, vi è una gran quantità di informazioni scambiate e di reazioni provocate, gran parte delle quali inconsce.
La parte verbale non è che un aspetto dell’intero processo comunicativo, perchè una quantità enorme di informazioni è trasmessa attraverso gli aspetti non verbali della nostra comunicazione.


IL LINGUAGGIO
“Il linguaggio è al tempo stesso un sistema rappresentativo e il mezzo o procedimento per la comunicazione della nostra rappresentazione del mondo. I procedimenti attraverso i quali comunichiamo la nostra esperienza sono gli stessi attraverso i quali creiamo la nostra esperienza” 4 .

Il linguaggio ha due scopi principali:

  1. rappresentare l’esperienza
  2. comunicare la rappresentazione dell’esperien

Quando usiamo il linguaggio come mezzo per rappresentare l’esperienza, creiamo un modello della nostra esperienza, e quando lo usiamo come mezzo per comunicare, di fatto, esplichiamo il nostro modello dell’esperienza.
Il linguaggio umano è un’attività altamente strutturata e, come tale, costituita da un insieme di regole che determinano quali successioni di parole hanno un senso e quali, invece, non ne hanno.
Noi non siamo consapevoli della struttura insita nel processo di rappresentazione dell’esperienza. Tale struttura è compresa in un insieme di schemi costanti e regolari.
Esiste un insieme di regole che determinano quali successioni di parole hanno un senso e quali invece non ne hanno. Per quanto riguarda questo aspetto del linguaggio, Richard Bandler e John Grinder si rifanno alla disciplina linguistica chiamata Grammatica Generativo Trasformazionale, la quale ha fatto oggetto specifico della propria ricerca lo studio degli schemi costanti e regolari che sono alla base del linguaggio umano.
La Grammatica Generativo-Trasformazionale si fonda sugli studi di Noam Chomsky 5, il quale ha elaborato una metodologia che permette di stabilire quali siano gli ‘schemi ben formati’ perché il linguaggio umano abbia un senso.
La sua teoria è caratterizzata dalla ricerca delle strutture innate del linguaggio naturale, elemento distintivo dell’uomo come specie animale. Chomsky supera la concezione della linguistica tradizionale, incentrata sullo studio della peculiarità dei linguaggi parlati.
La Grammatica Generativo-Trasformazionale nasce da una critica di Chomsky allo strutturalismo 6. Egli, infatti, sostiene che, allo strutturalismo, era sfuggito un problema fondamentale: quello della creatività del linguaggio. Per poter comprendere il funzionamento di una lingua non è sufficiente scoprirne la struttura.
Lo strutturalismo, secondo Chomsky, non sa rispondere a una domanda:

“Come avviene che i parlanti di una lingua sono in grado di produrre e di comprendere un numero indefinito di frasi che non hanno mai udito prima o che addirittura possono non essere mai state pronunciate prima da qualcuno?”

A questa domanda Chomsky risponde asserendo che esiste una creatività, governata da regole, per la quale vengono continuamente generate nuove frasi. La capacità linguistica che ciascun parlante possiede non è fatta solamente di un insieme di parole, espressioni e frasi, ma è un insieme di regole ben definite e di principi. Questa teoria si basa sulla conoscenza innata dei principi universali che regolano la creazione del linguaggio.
Chomsky e i grammatici trasformazionali, dunque, hanno elaborato un ‘modello formale’ sulle regole insite nell’uso del linguaggio che può essere considerato un metamodello (modello di un modello).

Secondo il modello elaborato dalla Grammatica Generativo-Trasformazionale, ogni uomo è in grado di generare e giudicare delle intuizioni coerenti circa la propria lingua. Per “intuizioni coerenti” s'intende dire che un soggetto è perfettamente in grado di giudicare se una certa sequenza di parole costituisce oppure no una frase ben formata nella propria lingua. Anche se solitamente non ce ne rendiamo conto, ognuno di noi è capace di disporre spontaneamente di tali intuizioni. Siamo in grado, infatti, di capire: se le proposizioni sono ben formate sintatticamente o semanticamente, quali parole o parti di frase si possono combinare o unire in modo da formare delle ‘unità’ (dette costituenti) sintatticamente e semanticamente corrette, stabilire quali sono le relazioni logico-semantiche rispecchiate nella nostra lingua (cioè le implicazioni che le parole sottintendono).

Ogni enunciato può essere analizzato a due livelli differenti:

  1. struttura superficiale
  2. struttura profonda

La struttura profonda comprende delle proposizioni elementari che vengono organizzate per esprimere un determinato senso. Queste sono convertite in struttura superficiale grazie ad una serie di trasformazioni grammaticali. Per struttura profonda, quindi, s'intende l’insieme delle strutture linguistiche di base, le quali, combinate, elaborate e trasformate, si concretizzano sotto forma di un particolare enunciato nell’atto dell’esecuzione linguistica. Tale enunciato prende il nome di struttura superficiale. La struttura superficiale è una derivazione della corrispondente struttura profonda, generata attraverso tutta una serie di trasformazioni grammaticali. Essa non è altro che la rappresentazione della struttura profonda, la quale, a sua volta, è la rappresentazione linguistica dell’esperienza.
Il senso di un enunciato linguistico è costituito dalla sua struttura profonda, mentre il suono dell’enunciato è determinato dalla struttura superficiale con cui esso si presenta.
Generalmente la struttura superficiale è diversa dalla struttura profonda, perciò per avere una corretta interpretazione semantica di un qualsiasi enunciato, occorre chiarire quale sia la sua struttura profonda corrispondente.
Il metamodello si occupa dei meccanismi trasformazionali che ognuno di noi pone in essere nel proprio linguaggio, trasformazioni che possono cancellare, deformare o generalizzare, nella struttura superficiale parte delle esperienze sottostanti, custodite nella struttura profonda.
L’obiettivo del metamodello è permettere all’interlocutore di divenire consapevole della trasformazione avvenuta, attraverso la quale l’esperienza contenuta nella struttura profonda, giunge alla sua struttura superficiale.
Recuperare la ricchezza della struttura profonda significa giungere alla buona formazione semantica, e bloccare l’effetto d'impoverimento causato dalle cancellazioni, dalle deformazioni e dalle generalizzazioni.

Sulla struttura profonda agiscono tre processi denominati:

  1. Cancellazioni
  2. Generalizzazioni
  3. Deformazioni

La cancellazione 7 è un meccanismo trasformazionale attraverso il quale si selezionano determinate parti del mondo e le si escludono dalla rappresentazione.

“Alcune parti della nostra esperienza sono cancellate, ossia non vengono rappresentate nel nostro modello. Si tratta di un aspetto necessario dei nostri processi di modellamento, dal quale tuttavia il modello risulta a volte impoverito. Se cercassimo di rappresentare ogni porzione dell’input sensoriale, saremmo sopraffatti dai dati. Quando però non riusciamo a rappresentare un aspetto importante o vitale, i risultati possono essere rovinosi” 8 .

La cancellazione è un processo in cui il modello che creiamo è ridotto rispetto alla cosa che esso riproduce. La struttura superficiale dell’Emittente, infatti, risulta “carente” rispetto all’estensione degli ambiti della struttura profonda. Qualora nell’enunciato di una persona sia presente il processo linguistico della cancellazione, la struttura superficiale sarà, di conseguenza, manchevole e risulterà quindi poco chiara.
Il consulente può assumersi il compito di aiutare il consultante a chiarire meglio il suo modello attraverso un procedimento comunicativo che gli permetta di recuperare le parti mancanti.
Per prima cosa il consulente dovrà individuare gli ambiti di cancellazione presenti all’interno di una struttura superficiale, attraverso un procedimento composto da tre fasi:

  1. ascolto della struttura superficiale che il consultante presenta.
  2. Individuazione dei predicati (verbi ed espressioni verbali) presenti nella struttura superficiale.
  3. verifica dei predicati (verificare se i predicati possono trovarsi in una frase maggiormente completa rispetto alla frase originaria.

Qualora, alla verifica dei predicati, si stabilisca che uno o più predicati della struttura superficiale potrebbe trovarsi in un enunciato maggiormente completo, allora si può dedurre che nella struttura superficiale è presente un fenomeno di cancellazione.
Il consulente, una volta accertata la presenza di una cancellazione, ha la possibilità di intervenire in tre modi diversi:

  1. Accettare la cancellazione. Questa opzione è adeguata quando le cancellazioni non sono tali da compromettere la chiarezza del modello che colui che comunica intende presentare.
  2. Intuire la cancellazione. Si può intuire che cosa manca nella comunicazione presentata dal consultante e si può decidere di indovinarlo o di interpretarlo. Questa opzione tuttavia comporta molti rischi, perché l’intuizione può essere sbagliata.
  3. Enucleare la cancellazione. Il consulente può chiedere esplicitamente al consultante di operare una ricerca personale relativa a ciò che risulta cancellato nella struttura superficiale della propria comunicazione.

La generalizzazione 9 è un procedimento attraverso il quale elementi o parti del modello di una persona vengono staccati dalla loro esperienza originaria e giungono a rappresentare l’intera categoria di cui l’esperienza è un esempio.
È un meccanismo trasformazionale attraverso il quale una specifica esperienza giunge a rappresentare l’intera categoria alla quale appartiene.
Quando in una struttura superficiale è presente un fenomeno di generalizzazione, risultano presenti delle parole prive d'indice riferenziale specifico, oppure verbi non completamente specificati.
Anche nel caso delle generalizzazioni, il consulente ha a sua disposizione tre modalità di intervento:

  1. Accettare la generalizzazione.
  2. Intuire la generalizzazione.
  3. Enucleare la generalizzazione (il consulente può chiedere al consultante di enucleare l’indice riferenziale mancante).

Nella struttura superficiale ci sono molti tipi di deformazioni 10 .
La deformazione è un meccanismo trasformazionale attraverso il quale i rapporti che intercorrono tra le parti sono rappresentati in modo diverso dai rapporti che si presume debbano rappresentare. Indica una rappresentazione della realtà limitata, distorta e incongrua. Tale rappresentazione distorta limita la capacità di agire del consultante, provocando in lui una grande sofferenza.

Al fine di offrire al consultante un aiuto valido, il consulente deve comprendere in modo chiaro qual è il modello del mondo a cui il consultante fa riferimento (consapevolmente o inconsapevolmente).
Quando una persona comunica il proprio modello del mondo, lo fa inevitabilmente attraverso una struttura superficiale, la quale costituisce la rappresentazione di una rappresentazione linguistica maggiormente completa, da cui essa è derivata. La struttura superficiale attraverso la quale il consultante si esprime, conterrà inevitabilmente delle cancellazioni, delle generalizzazioni e delle deformazioni.
Applicando il metamodello linguistico di Bandler e Grinder, il consulente può avere a sua disposizione alcuni strumenti per intervenire sul modello del mondo al quale il consultante si attiene, qualora questo si presenti poco soddisfacente. L’intervento sulla struttura comunicativa di una persona, al fine di renderla più congrua e di chiarire i processi di cancellazione, generalizzazione e deformazione che in essa intervengono, può rappresentare un primo passo verso un cambiamento.

Coloro che si rivolgono ad un consulente filosofico, normalmente, soffrono, vivono crisi esistenziali, e spesso cercano il senso della loro vita. Quello che si aspettano è una risposta adeguata alla loro condizione. Il consulente non può cambiare la realtà in cui vive il consultante, ma con l’aiuto della logoanalisi, può portare il consultante ad un cambiamento dell’esperienza che egli ha della realtà.
L’uso del metamodello linguistico di Bandler e Grinder consente al consulente di concentrare l’attenzione sull’aspetto verbale della comunicazione. Naturalmente, per imparare ad utilizzare i principi del metamodello è indispensabile una certa preparazione, occorre imparare ad ascoltare e a riconoscere la struttura della comunicazione verbale, che è molto complessa.
Il metodo logoanalitico è piuttosto complesso, e per eseguirlo occorre un esercizio costante e graduale, ma se viene acquisito in modo corretto rappresenta un mezzo molto importante per chi pratica la consulenza filosofica.


ESERCITAZIONI

Le esercitazioni che seguono rappresentano il tentativo di applicare (per quanto mi è possibile) la logoanalisi su alcuni passi scelti da un’opera di Fernando Pessoa 11, Il poeta è un fingitore. Ho scelto proprio questo autore per due motivi. Per prima Pessoa è un autore che amo in modo particolare, e in secondo luogo perché ritengo che il suo modo di scrivere si presti particolarmente bene all’applicazione del metodo logoanalitico.
Il poeta è un fingitore è una raccolta di 200 citazioni scelte da Antonio Tabucchi tra prose, diari, lettere e poesie. È un libro di frammenti che, estratti dal loro contesto e isolati, acquistano una veste del tutto particolare, quasi magica. In questo libro ci sono tutte le maggiori voci di Pessoa: Pessoa ortonimo, Ảlvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro, Coelho Pacheco, Bernardo Soares, tutte rappresentate senza però essere indicate, che si esprimono in versi e in prosa. Tutte loro rispondono alla paradossale autenticità della «finzione vera».

Esercitazione n. 1
Non sono niente (1).
Non sarò mai niente (2).
Non posso (3) voler essere niente (4).
A parte ciò, ho in me tutti (5) i sogni del mondo (6).
Fernando Pessoa, Il poeta è un fingitore. Ed. Feltrinelli 2004, p. 38


(1) Quantificatore universale (è una particolare classe di generalizzazioni). Contiene l’idea di universalità, e quindi risulta privo d'indice riferenziale specifico. Il consulente ha a sua disposizione diverse modalità d'intervento:
- Può enfatizzare, in modo quasi paradossale, la generalizzazione contenuta nel quantificatore. Es. Intende dire che lei non è mai niente?
- Può chiedere se il consultante abbia mai avuto un’esperienza che contraddica la generalizzazione espressa nella struttura superficiale della sua comunicazione. Es. Nella sua vita, lei ha mai vissuto l’esperienza di essere qualcosa?
- Può attuare la tecnica dell’inversione degli indici riferenziali con il ricorso alla facoltà immaginativa. Es. Mi chiedo se riesce ad immaginare una situazione in cui lei è qualcosa, e che cosa in particolare.

(2) Il quantificatore universale niente, spesso può trovarsi unito ad altri elementi linguistici (in questo caso mai) che ne rafforzano ulteriormente l’universalità e l’assolutezza. Il consulente può intervenire chiedendo:
- Intende dire che lei in futuro non sarà mai niente, in nessun momento?
- Nella sua vita, lei è mai stato qualcosa?
- Riesce ad immaginare una situazione in cui lei è qualcosa?

(3) Operatore modale di impossibilità (appartiene alla classe delle cancellazioni). Per giungere ad una più chiara comprensione di ciò che è sotteso ad una struttura superficiale in cui si presenta un operatore modale d'impossibilità occorre capire chi o che cosa impedisce al soggetto di fare o volere qualcosa. In questo caso il consulente può domandare:

  1. Chi o che cosa le impedisce di voler essere qualcosa?

(4) Quantificatore universale (classe di generalizzazioni). Il consulente può intervenire così:
- Riesce ad immaginare una situazione in cui lei vuole essere qualcosa?

(5) Quantificatore universale ( classe di generalizzazioni). Anche in questo caso il consulente può chiedere:

  1. Può chiarirmi quali sono, nello specifico, i sogni del mondo?

(6) Generalizzazione. “Il mondo” non ha un indice riferenziale specifico. La domando che può chiarire meglio questo ambito di generalizzazione è:
- Quando dice “il mondo” si riferisce a qualcuno in particolare?


Esercitazione n. 2
Niente(1) mi soddisfa, niente(2) mi consola(3), tutto(4) (che sia esistito o meno) mi sazia. Non voglio avere un’anima e non voglio abdicare a essa. Desidero ciò che non desidero(5) e abdico a ciò che non ho(6). Non posso(7) essere niente(8) e non posso(9) essere tutto(10): sono il ponte di passaggio fra ciò che non ho(11) e ciò che non voglio(12).
Fernando Pessoa, Il poeta è un fingitore, ed. Feltrinelli 2004, p. 66


(1) Quantificatore universale (classe di generalizzazioni). Il termine “niente” non ha un indice riferenziale specifico. Il consulente può intervenire ponendo una delle seguenti domande:
-Intende dirmi che nella sua vita nessuna cosa la soddisfa mai?
-Nella sua vita qualcosa l’ha mai soddisfatta?
-Riesce ad immaginare una situazione in cui qualcosa la soddisfa?

(2) Quantificatore universale (classe di generalizzazioni). Anche in questo caso “niente” non ha un indice riferenziale specifico. Possibilità di intervento:
-Intende dire che mai nessuna cosa la consola?
-Riesce ad immaginare una situazione in cui qualcosa la consola?

(3) Presuppone che qualcosa faccia soffrire il soggetto. Il consulente potrebbe chiedere:
- Che cosa nello specifico le fa aver bisogno di essere consolato?

(4) Quantificatore universale (classe di generalizzazioni). “Tutto” non ha un indice riferenziale specifico. Possibilità di intervento:

  1. intende dire che qualsiasi cosa la sazia?
  2. Nella sua vita qualcosa non l’ha saziato?
  3. Riesce ad immaginare una situazione in cui qualcosa non la sazia?

(5) Ambito di cancellazione. Il consulente può chiedere dichiarare meglio questa frase ponendo le seguenti domande:
- Che cosa nello specifico non desidera?
- Come può desiderare qualcosa che non desidera?

(6) Anche qui siamo di fronte a una cancellazione. Possibilità di intervento:

  1. Che cosa, nello specifico lei non possiede?
  2. Se lo possedesse in che modo abdicherebbe ad esso?

(7) Operatore modale di impossibilità (classe delle cancellazioni). Bisogna capire:
- Chi o che cosa le impedisce di essere qualcosa? In che modo le viene impedito di essere qualcosa?

(8) Quantificatore universale (classe di generalizzazioni). Possibilità di intervento:
- Riesce ad immaginare una situazione in cui lei può essere qualcosa?

(9) Operatore modale di impossibilità (classe delle cancellazioni). Il consulente può domandare di chiarire meglio:
- Chi o che cosa le impedisce di essere qualcosa?

(10) Quantificatore universale (classe di generalizzazioni). Il consulente può chiedere:
-che cosa, nello specifico, lei non può essere?

(11) Generalizzazione. Il consulente può domandare di chiarire meglio:
- Che cosa, nello specifico, lei non ha?

(12) Anche questa è una generalizzazione, e anche in questo caso si può chiedere:
- Che cosa, nello specifico, lei non vuole?


Esercitazione n. 3
Oggi sono perplesso(1), come chi(2) ha pensato e trovato e scordato(3).Oggi sono diviso fra la lealtà che devo(4) alla Tabaccheria dirimpetto, come cosa reale dal di fuori(5), e alla sensazione che tutto(6) è sogno, come cosa reale dal di dentro(7).
Fernando Pessoa, Il poeta è un fingitore, ed. Feltrinelli 2004, p.39


(1) Ambito di cancellazione. Possibilità di intervento:
- Chi o che cosa provoca la sua perplessità specificamente?

(2) Generalizzazione. “chi” non ha un indice riferenziale specifico, quindi il consulente  può intervenire chiedendo:
- Sta pensando a qualcuno in particolare? Più specificamente, a chi?

(3) Ambito di cancellazione. Possibilità di intervento:
- Che cosa, specificamente, è stato pensato, trovato e scordato?

(4) Operatore modale di necessità (Classe delle cancellazioni). Il consulente può chiedere di specificare meglio:
- Chi o che cosa la obbliga ad essere leale con la Tabaccheria dirimpetto?
- Che cosa accadrebbe se lei non fosse leale con la Tabaccheria dirimpetto?

(5) Ambito di cancellazione. Si può domandare:
- Rispetto a che cosa?

(6) Quantificatore universale (classe di generalizzazioni). Si può chiedere:
- Che cosa, specificamente, è sogno?

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

  1. Gerd B. Achenbach, La consulenza filosofica, Apogeo, Milano 2004.
  2. Pier Aldo Rovatti, La filosofia può curare?, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006.
  3. Ferdinando Brancaleone, Dia-Logos. Principi e tecniche di logoterapia, logoanalisi e logodinamica, OFB Editing, Caserta 2000.
  4. Ferdinando Brancaleone, Logodinamica Generativo-Trasformazionele, OFB Editino, Caserta 2001.
  5. Milton Erickson, La mia voce ti accompagnerà, Casa Editrice Astrolabio, Roma 1983.
  6. Jay Haley, Terapie non comuni, Casa Editrice Astrolabio, Roma 1976.
  7. Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli, Milano 2006.
  8. Fernando Pessoa, Il poeta è un fingitore, Feltrinelli, Milano 2006.

 

 

NOTE

@ Consulente Filosofico: questo lavoro è rielaborazione del lavoro finale presentato per il Master in Consulenza Filosofica dell'Università Roma 3, anno 2008.

1 In Olanda la consulenza filosofica si dedica, per la prima volta, a un settore molto particolare: quello aziendale. In Francia, invece, negli anni novanta, Marc Sautet si occupa di una nuova pratica filosofica: il cafè-philo, che consiste in discussioni pubbliche tenute nel Cafè des Phares di Parigi, e che si è rapidamente diffuso in tutto il mondo.
In Inghilterra, nel 1996 nasce una associazione nazionale dedicata alla consulenza filosofica, e anche qui nasce una nuova pratica, la Philosophy for Children, rivolta ai bambini in età scolare.
Nel 1992 la consulenza varca i confini europei e arriva in America, grazie a Ran Lahav, il quale organizza la prima grande conferenza internazionale a Vancouver nel 1994, insieme a Lou Marinoff, che è il più noto divulgatore della consulenza filosofica. Egli infatti si rivolge direttamente al grande pubblico tramite conferenze, dibattiti e testi divulgativi che, se non altro, avvicinano i non specialisti all’argomento.

2 Bandler e Grinder, La struttura della magia.

3 Paul Watzlawick, psicologo austriaco nato nel 1921, primo esponente della statunitense Scuola di Palo Alto. È stato il massimo studioso della Pragmatica della Comunicazione Umana, delle teorie del cambiamento e del costruttivismo radicale. Figura di spicco dell’approccio sistemico e della terapia breve, si deve alle sue opere la diffusione dell’approccio allo studio della comunicazione e dei problemi umani della Scuola di Palo Alto.

4 Bandler e Grinder, La struttura della magia.

5 Scienziato e teorico della comunicazione, nato a Philadelphia nel 1928.

6 Teoria e metodologia di tutte quelle scuole e correnti elaborate sulla teorizzazione del linguista svizzero Ferdinand de Saussure (1857-1913), che si propone lo studio della lingua intesa come sistema autonomo e unitario di segni.

7 Le classi più diffuse di cancellazioni sono: gli aggettivi modificativi, i comparativi e i superlativi relativi senza insieme di riferimento, gli avverbi in mente parafrasabili, gli operatori modali di necessità e gli operatori modali di possibilità.

8 Bandler e Grinder, I modelli della tecnica ipnotica.

9 I quantificatori universali rappresentano una classe di generalizzazione.

10 Sono processi di deformazione le nominalizzazioni, i presupposti, le malformazioni semantiche, le proposizioni causative implicite, la lettura del pensiero.

11 Fernando Antonio Nogueira Pessoa è uno dei poeti più rappresentativi del XX secolo. Nato a Lisbona il 13 giugno 1888, trascorre la giovinezza nel Sud Africa. Rientra a Lisbona nel 1905 per iscriversi al corso di filosofia della facoltà di lettere, ma dopo una disastrosa avventura editoriale si impegna come corrispondente di francese e inglese per varie ditte commerciali, impiego che mantiene, senza obblighi di orario, per tutta la vita.
L’opera di Pessoa fu apprezzata soltanto dopo la sua morte (avvenuta nel 1935), soprattutto perché i suoi scritti sono quasi tutti postumi.
La più grande creazione estetica di Fernando Pessoa riguarda gli eteronimi. Gli eteronomi sono autori fittizi, che però possiedono una loro personalità. Essi coesistono con l’autore e ne formano una sorta di estensione del carattere; sono personaggi completamente diversi, che pare vivano di vita propria. Sono personalità poetiche complete, identità che, inizialmente inventate, divengono autentiche attraverso la loro personale attività artistica, diversa e distinta da quella di Pessoa.
Nella grande opera di Pessoa tre sono gli eteronomi più noti: Álvaro de Campos, Ricardo Reis e Alberto Caeiro. Un quarto eteronimo  di grande importanza è Bernardo Soares, autore del Libro dell’inquietudine. Questo eteronimo viene talvolta considerato un semi-eteronimo, a causa delle notevoli somiglianze con Pessoa, e per non aver sviluppato una personalità molto caratterizzata.

 

 

 

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