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LA CURA NEL DAY-HOSPITAL DELLA SALUTE MENTALE
Dante De Santis, Gianfranco Buffardi
INTRODUZIONE
Questo lavoro intende porre l'accento sull'utilità
dei Day Hospital territoriali delle Unità Operative di Salute
Mentale e sulla stretta integrazione tra terapie infusionali e gli altri
presidi terapeutici delle strutture diurne, basato sulla nostra esperienza
presso l'U.O.S.M. dei distr. 26 e 27 dell'ASL CE 1, Campania.
Il Day-Hospital è una struttura irrinunciabile
nelle strategie terapeutiche di una Unità Operativa di Salute
Mentale grazie alla sua flessibilità, l'articolazione degli interventi
e l'elevata adattabilità che consente nei confronti dei casi
clinici con bisogni molto differenziati.
Oltre a rispondere alle proprie dichiarate finalità istituzionali
(1, 2) (evitare ricoveri a tempo pieno durante la situazione di scompenso;
limitare la durata dei ricoveri quando si rendono indispensabili; mantenere
la persona sofferente nel proprio habitat sociale e familiare; curare
le persone mantenendo da una parte il massimo livello possibile di attività
sociale e attuando dall'altra programmi terapeutici con controllo specialistico
quotidiano; avviare programmi terapeutici di immediata attuazione e
individualizzati; fornire attività di cornice psicoeducazionali
e di supporto per pazienti e familiari), esso funziona da campo relazionale
che accerta e consolida la disponibilità alla cura, favorisce
il ristabilirsi di contatti sociali, stimola l'attivazione nel paziente
e lo sollecita a nuovi investimenti. Non sono rari i casi in cui il
solo intervento in D.H. ha aperto spiragli essenziali in dinamiche relazionali
patologiche.
Il Day-Hospital rappresenta uno strumento per integrare competenze terapeutiche
diverse, in uno stesso spazio ed attorno ad un progetto unitario di
cura di una persona. Non è, quindi, solo un luogo in cui si pratica
una cura, ma è anche una procedura per se stessa terapeutica
che pone al centro della cura la persona sofferente; persona intesa,
come vedremo al di là di quanto farebbe supporre una terapia
farmacologica, intesa anche nel suo Mitwelt, nel modo di sperimentarsi
nella relazione con gli altri. Per far ciò è indispensabile
un'attenzione ai diversi livelli di interazione, affinché la
persona non sperimenti le pratiche poste in essere come una forma di
intrusione meccanica nella sua mente.
Conciliare la tecnica con la cura richiede tempo ed una relazione che
accolga le naturali perplessità di chi sta male e sente distante
dalla propria sofferenza la risposta della terapia che tecnicamente
gli viene proposta.
La storia della medicina è costellata di innovazioni vissute
nell'immediato come una minaccia alla relazione terapeutica. Ancora
oggi molti pregiudizi si addensano sull'uso dei farmaci per la cura
delle "afflizioni dell'anima", pur se i progressi neuroscientifici
stanno velocemente eliminandoli.
Un'integrazione terapeutica ha un suo spazio fisico, uno spazio che
sia possibilmente il più aperto ed accessibile, ma che garantisca
la possibilità della "privacy": non uno spazio "cerimoniale",
che rinnovelli una mistica della cura propria di certe pratiche magico-religiose
e talora ereditate anche da qualche cattiva psicoanalisi, nè
"burocratico", né uno spazio solo "nominale".
Nel Day-Hospital l'intervento diagnostico-terapeutico è il risultato
di un'articolazione in cui confluiscono diverse competenze, specialistiche
e non.
La sfida è di conciliare la tecnica con il rispetto della persona
e il risultato finale è simile a quello che nei paesi anglosassoni
viene chiamato "Intensive Care", con maggiore spazio di autonomia
da parte del paziente che attivamente partecipa alla cura recandosi
al Day-Hospital. L'integrazione delle competenze nell'unità di
tempo e di spazio del Day-Hospital rappresenta il prodotto di maggior
complessità e costo.
Il Day-Hospital dell'Unità Operativa di Salute Mentale di distretti
26 e 27 dell'A.S.L. CE 1 ha circa 8 anni di storia, in costante e continuo
aggiornamento.
Tradizionalmente in psichiatria, i luoghi deputati alla cura delle malattie
mentali sono stati prevalentemente collocati all'esterno dell'ambito
cittadino, con la conseguenza di allontanare, se non ghettizzare, il
paziente, emarginandolo dalla vita sociale e cittadina secondo un vecchio
principio di proteggere i sani dai folli. Il risultato di questo principio
è stato quello di accomunare la sorte dei luoghi di cura psichiatrici
paradossalmente ad altri luoghi in cui, per motivi diversi, l'emarginazione
era indispensabile: penitenziari, sanatori e cimiteri.
Questo ha purtroppo accentuato lo stigma sociale, la vergogna e la sensazione
di isolamento che ancora oggi si ritrova in alcune persone che soffrono
di questi disturbi.
Il nostro Day-Hospital, invece, si trova in una delle due piazze centrali
della cittadina di Valle di Maddaloni, a pochi passi vi sono da esercizi
commerciali e di ristoro.
L'edificio che ci ospita non assomiglia ad un ospedale, in quanto è
ricavato in un'ala di un vecchio convento con annessa una chiesa del
XVI secolo; non ha la sciatteria istituzionalizzata di altri edifici
a cui siamo stati abituati negli anni né è una struttura
chiusa, consentendo liberamente l'ingresso negli orari di servizio (dalle
8.00 alle 20.00)..
L'ambiente del Day-Hospital ha ridotte caratteristiche mediche e psichiatriche,
è socialmente rassicurante, integrato e non squalificante.
La burocrazia è ridotta al minimo.
L'accesso telefonico è possibile in qualunque momento anche per
i medici di famiglia che intendano presentare un loro caso clinico o
richiedere una consulenza o semplicemente un suggerimento terapeutico.
Il Day-Hospital offre programmi terapeutici integrati definiti nel tempo.
La filosofia del Day-Hospital è anti-istituzionale e mira a restituire
la massima autonomia ai soggetti che soffrono o hanno sofferto di disturbi
psichici.
La facilità di accesso e il riconoscimento puntuale della richiesta
di aiuto rappresentano il presupposto dello sviluppo di una consapevolezza
maggiore e dignitosa del proprio star male.
Con gli strumenti che vengono messi a disposizione ogni persona aumenta
la propria autonomia e la "self-competence". L'impiego di
materiale informativo e i programmi psicoeducazionali di gruppo, sono
parte integrante della filosofia del Day-Hospital poiché aiutano
il soggetto, attraverso la conoscenza del disturbo sofferto, a recuperare
autonomia ed integrazione nel più breve tempo possibile.
"L'incontro" tra la persona sofferente e lo "psicofarmaco"
avviene alla presenza e sotto il controllo dei sanitari, il paziente
non è lasciato a se stesso: lo stigma che avvolge ogni cosa in
psichiatria rende inquietante il momento dell'inizio della cura.
Il principio cui ci siamo sempre ispirati è l'ineluttabilità
di una buona "qualità della vita", parametro importante
nella valutazione dell'efficacia della terapia: evitare il ricovero,
quando possibile, senza rinunciare ad istituire un trattamento efficace
è di grande aiuto per la qualità della vita del paziente.
LA TERAPIA INFUSIVA NEL DAY-HOSPITAL DI SALUTE MENTALE
La tipologia dell'accesso dei pazienti in D.H. può rientrare
mnelle seguenti categorie:
- utenti già in cura che vivono episodi acuti di malessere;
- utenti inviati con prescrizione di terapia in D. H.;
- utenti inviati per consulenza.
Le informazioni indispensabili devono essere porte attraverso un'interazione
che adatti il dato alla capacità e modalità di comprensione
della persona e dei familiari (3-5).
Indispensabile è affrontare i pregiudizi e risolverli. Essendo
la terapia infusiva una specie di "icona" dell'intervento
medico in psichiatria, proporla di primo acchitto può esasperare
tutte quelle resistenze ad ogni intervento di tipo biologico che comunemente
vengono espresse dai nostri pazienti.
Nel nostro Day-Hospital non siamo soliti indossare camici o "altre
divise", molta letteratura sta, però, rivalutando il ruolo
del camice bianco in quanto innegabile potente veicolo di comunicazione,
oltre che una comoda necessità sanitaria.
Le Persone che afferiscono al D.H., al termine della prima visita, ricevono
informazioni sulla diagnosi e sulla terapia e con essa informazioni
che riguardano l'utilità (ottimizzazione della terapia farmacologica,
riduzione degli effetti collaterali), le modalità (cadenza quotidiana)
e la durata (variabile a seconda del tipo di patologia e di terapia
effettuata).
Una volta che il paziente ha accettato la proposta di seguire questo
tipo di cura, viene inviato ad uno dei medici di turno in Day-Hospital.
Un secondo colloquio serve al medico di turno per prendere contatto
con il nuovo paziente e, soprattutto, chiarendo ulteriori dubbi su farmaci
usati, eventuali effetti collaterali, possibili interazioni con altri
farmaci in corso, il tempo occupato dalla cura nell'arco della giornata
e la possibilità di svolgere una normale attività quotidiana
nonostante la terapia.
Nel caso della visita urgente, è il medico di turno che provvede
a eseguire l'intera procedura.
Il protocollo iniziale prevede anche l'opportunità di test psicometrici
eterosomministrati ad integrazione di quelli eventualmente già
fatti, delle indispensabili valutazioni ematochimiche di base, eventuale
visita neurologica e valutazioni neurocognitive e/o neuroradiodiagnostiche.
Il paziente viene inoltre informato sulle attività di gruppo
fruibili all'interno del Day-Hospital. Il medico di turno provvede anche
a registrare i dati anagrafici e clinici del nuovo paziente in carico
nel registro del Day-Hospital, ed a strutturare la terapia infusiva.
Solo a questo punto il medico introduce il paziente nella stanza della
terapia infusiva, dopo averlo presentato all'infermiere di turno.
A partire dal secondo giorno, nell'ora precedente l'inizio della terapia
infusiva il paziente potrà partecipare ad un gruppo di ascolto.
Tale gruppo si svolge nella stessa stanza della terapia infusiva, utilizzando,
come spunto non codificato, il gruppo spontaneo che si realizza tra
i pazienti in attesa della terapia o durante l'infusione, scambiandosi
impressioni, speranze timori circa il trattamento che viene loro praticato,
i benefici prevedibili e gli eventuali effetti collaterali da loro riscontrati
nel corso della terapia.
Ciascun partecipante viene invitato ad esprimere i propri stati d'animo
ed a manifestare e proprie esigenze personali, confrontandosi con gli
altri pazienti. Compito dello psichiatra è recepire la richiesta
di informazione e di rassicurazione, favorire e coordinare le interazioni
fra i pazienti e fra questi e il personale (6). Il gruppo di ascolto
offre ai pazienti la possibilità di assumere un ruolo positivo
e facilita la comprensione di ciò che sta avvenendo in loro e
negli altri (7, 8).
I gruppi di ascolto potrebbero essere definiti come gruppi formali e
transitori: formali perché esiste un accordo sulla creazione
del gruppo, l'incontro avviene in un preciso contesto spaziale (la sala
della terapia infusiva) oltre che temporale (l'ora entro cui si svolge);
transitori perché la durata della permanenza è comunque
lasciata alla scelta di ciascun paziente.
La funzione del gruppo di ascolto è importante anche perché
potenzia l'integrazione fra il trattamento farmacologico e gli aspetti
riabilitativi; esso porta ad un miglioramento dell'aderenza al trattamento
e limita i casi di drop-out, mentre contribuisce ad aumentare la consapevolezza
di sé del paziente. Il gruppo favorisce così l'integrazione
fra la riparazione del danno organico e di performance e la riparazione
del danno nell'ambito dell'accettazione sociale.
LE TERAPIE INFUSIONALI ENDOVENOSE PER I DISTURBI PSICHICI
Mentre fino a pochi anni fa la terapia infusiva veniva associata a quadri
clinicamente gravi, di recente e soprattutto grazie alla introduzione
sul mercato del primo e per ora unico inibitore della ricaptazione della
serotonina (SSRI) in forma solubile, tale protocollo può essere
impiegato anche in situazioni di gravità modesta. Seppure l'immagine
della fleboclisi evochi una certa drasticità è invece
ben documentato che questa via renda la terapia più dolce, in
quanto generalmente meglio tollerata di quella orale. Per questo, le
indicazioni per i protocolli infusionali per la cura dei disturbi psichici
si sono sempre più allargate. Per quanto riguarda la depressione,
oggi, nonostante l'ampia disponibilità di cure farmacologiche
efficaci, ci troviamo spesso davanti al fenomeno della resistenza. Si
tratta di soggetti con depressione che non migliorano con le cure tradizionali
oppure di pazienti che sono migliorati in passato con una cura per la
depressione alla quale oggi non sembrano rispondere più. Sono
casi molto gravi e per questi casi è riconosciuta l'efficacia
della terapia infusionale endovenosa. La resistenza alla terapia orale
rappresenta un problema ancora più frequente per i soggetti che
soffrono di un disturbo ossessivo-compulsivo. Per la cura di questi
pazienti sono indicati farmaci che vengono impiegati anche per i casi
di depressione, in particolare gli inibitori selettivi della ricaptazione
della serotonina. Purtroppo però, sono molti i pazienti che non
migliorano con la terapia con questi farmaci per via orale e si calcola
che la resistenza si verifichi nel 40-60% dei casi. L'impiego di farmaci
come la clomipramina o il citalopram per flebloclisi, è in grado
di alleviare i disturbi in molti dei pazienti resistenti. Altre indicazioni
per la terapia infusiva comprendono le situazioni di resistenza farmacologica
nell'ambito di altri disturbi clinici; la farmacofobia, intesa come
timore fobico relativo all'assumere farmaci e che si avvantaggia delle
procedure di somministrazione con minori effetti collaterali e con il
costante contatto con il personale medico; la scadente compliance, intesa
come difficoltà ad aderire alla cura prescritta che spesso può
caratterizzare le fasi iniziali di disturbi quali la depressione e rende
difficoltoso di conseguenza il miglioramento; infine, casi per i quali
vi sia necessità di setting medico continuato per i pazienti
ed i loro familiari come avviene nei casi più gravi e nelle fasi
acute di scompenso. I protocolli infusionali con alcuni farmaci hanno
poi rivelato dei vantaggi anche in termini di rapidità di risposta
e dunque di più rapido sollievo del paziente dai propri disturbi.
Quasi tutti i protocolli infusionali inoltre non necessitano del ricovero
ospedaliero, ma possono essere praticati con vantaggio e sicurezza in
regime di Day-Hospital
La scelta della via endovenosa di somministrazione del
farmaco, nella clinica dei disturbi psichici, va presa in considerazione
in diverse circostanze, in particolare qualora:
1) La via di somministrazione orale non sia utilizzabile
o consigliabile
La via di somministrazione orale può non essere percorribile
nelle situazioni in cui il paziente sia incosciente, oppure ci sia rifiuto
o non collaborazione ad assumere le cura per quella via, così
come nei casi di anomalie fisiche temporanee o protratte che comportino
ad esempio difficoltà della deglutizione. La via orale può
essere non consigliabile qualora sussistano alterazioni fisiche o funzionali
delle prime vie digerenti che suggeriscano uno scadente assorbimento
del farmaco per quella via. Nei soggetti con disturbi alimentari psicogeni
con condotte di vomito auto-indotto, la via endovenosa di somministrazione
è indicata per garantire un assorbimento adeguato della terapia.
Ancora tale terapia può essere l'unica possibile in alcune forme
psicopatologiche quali il c.d. "bolo isterico", vecchia dizione
per un fenomeno meno raro di quel che si possa pensare.
2) Si ricerchi un effetto per lo più sedativo veloce
ed intenso
Nei casi di grava agitazione psicomotoria, di sintomi psicotici floridi,
di stati di eccitamento maniacale, di delirium, la via di somministrazione
endovenosa in particolare per farmaci quali l'aloperidolo, si è
dimostrata più efficace rispetto alle altre vie di somministrazione
per la rapidità degli effetti terapeutici ed una maggiore correlazione
dose-risposta in fasi di difficile collaborazione terapeutica. In altri
casi, ad esempio quando si stia iniziando un trattamento con farmaci
con latenza di risposta (ad esempio antidepressivi), l'iniziale associata
somministrazione infusionale di benzodiazepine a basse dosi, appare
vantaggiosa per l'immediato effetto ansiolitico e l'associata miglior
tollerabilità agli effetti collaterali in fase iniziale.
3) Si ricerchi una minore incidenza di effetti collaterali
Molti farmaci, a parità di dosaggio, si rivelano maggiormente
tollerabili quando somministrati per via infusionale endovenosa che
non per via orale. In alcuni casi, il profilo degli effetti avversi
della stessa molecola è molto diversa a secondo della via di
somministrazione impiegata (ad esempio la clomipramina). In questi casi
chiamato in causa è il rapporto tra composto originario e suoi
metaboliti che varia conseguentemente alla rilevanza o meno dell'effetto
di primo passaggio. La terapia infusionale, somministrata in ambito
di Day-Hospital, è inoltre vantaggiosa per molti pazienti farmacofobici
per i quali sia difficile gestire altrimenti le fasi iniziali di un
trattamento in particolare con farmaci antidepressivi.
4) Il caso sia clinicamente resistente alla cura per via
orale
Nei casi di disturbo resistente alla terapia, la somministrazione endovenosa
della terapia offre elevate probabilità di successo (12-14).
Per la depressione resistente e per il disturbo ossessivo-compulsivo
resistente la somministrazione endovenosa di farmaci ad azione serotoninergica
(clomipramina e citalopram) risulta una delle strategie riconosciute
come maggiormente efficaci. Per questi casi sono disponibili diverse
tipologie infusionali: protocolli a dosaggio graduale, protocolli pulse-loading,
protocolli a cadenza tri-, bi- o monosettimanali integrati alla somministrazione
orale.
5) Si ricerchi un'accelerazione dei tempi di risposta
Esistono dati a supporto della riduzione della latenza di risposta antidepressiva
ottenibile attraverso la procedura infusionale (da 4 a 6 giorni) rispetto
al medesimo trattamento per via orale (da 8 a 14 giorni) (12). Il trattamento
parenterale è dunque indicato nei casi di depressione grave.
Il protocollo pulse-loading con clomipramina (con rapido raggiungimento
delle concentrazioni plasmatiche terapeutiche del farmaco) si è
dimostrato efficace nel ridurre la latenza dell'effetto anti-ossessivo
del trattamento (15).
6) La compliance, in quella fase clinica, sia scadente
per la somministrazione orale
Sappiamo che molti dei casi resistenti alla terapia sono dovuti ad irregolarità
nell'attenersi alle indicazioni circa l'assunzione delle cure. Questa
difficoltà ad assumere la terapia indicata nei modi, nelle dosi
e per i tempi indicati viene definita scarsa compliance del paziente.
Alcune situazioni psicopatologiche implicano temporaneamente una scarsa
propensione nell'accettare le cure, e quindi si può preveder
in certi casi che un farmaco prescritto per casa non verrà assunto
con regolarità. In altri casi è l'emergere rapido degli
effetti collaterali, nella fase di latenza iniziale degli effetti benefici,
a rendere difficile la compliance nelle prime fasi del trattamento.
In tutti questi casi, l'iniziale somministrazione infusionale quotidiana
garantisce la compliance corretta, riducendo i casi di false resistenze.
7) Sia vantaggioso l'effetto psicologico della procedura
di somministrazione infusionale
Accanto alle motivazioni farmacologiche, fattori psicologici quali la
giustificazione di un periodo di Day-Hospital o di ricovero ed il rinforzo
della relazione terapeutica con l'equipé medica con una presa
in carico più intensa attraverso la terapia infusionale (effetto
setting), sono ritenuti fattori che migliorano l'azione terapeutica
e la compliance a lungo termine. Infatti la via parenterale di somministrazione
aumenta la consapevolezza del paziente di star soffrendo di una "reale"
malattia che va curata, ed attraverso il setting medico che si crea,
offre la possibilità anche per i familiari di migliorare la consapevolezza
ed ottenere suggerimenti e supporto continuativo nelle fasi di crisi
del paziente.
I principali farmaci utilizzati in psichiatria per via endovenosa in
Italia sono riportati in tabella 1; per alcuni di essi verranno descritti
i vantaggi, utilizzando la via endovenosa.
Tabella 1. Farmaci per via infusionale in Italia
| CATEGORIA E MOLECOLA |
CLASSE FARMACOLOGICA |
NOME COMMERCIALE |
|
ANTIDEPRESSIVI
Clomipramina
Citalopram
Trazodone
S-Adenosil-L-Metionina
|
Triciclici
SSRI
Biciclici
Biciclici |
Anafranil
Seropram - Elopram
Trittico
Samyr (Isimet) |
|
ANTIPSICOTICI
Aloperidolo
Clorpromazina
Prometazina
Promazina
Perfenazina
Levosulpiride
Tiapride
Clotiapina
|
Butirrofenoni
Fenotiazine
Fenotiazine
Fenotiazine
Fenotiazine
Benzamidi
Benzamidi
Dibenzoxazepine |
Serenase - Haldol
Largactil
Farganesse
Talofen
Trilafon
Levopraid - Levobren
Sereprile - Italprid
Entumin |
ANSIOLITICI
Diazepam
Clordesmetildiazepam
Lorazepam |
Benzodiazepine
Benzodiazepine
Benzodiazepine |
Valium, Vatran,Noan, Diazemuls, Ansiolin
En
Tavor
|
ANTIPARKINSONIANI
Orfenadrina
Biperidene |
Anticolinergico
Anticolinergico |
Disipal
Akineton |
|
NEUROTROPI
Citicolina
Piracetam
Protirelina
|
Precursori acetilcolina
Nootropi
Neuropeptidi
|
Nicholin - Difosfocin
Nootropil
Xantium - Irtonin
|
CLOMIPRAMINA
La via infusionale di somministrazione della clomipramina si è
dimostrata in diversi studi più efficace della via orale per
il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo (14, 22), anche negli
adolescenti (23). I primi dati sulla clomipramina per endovena risalgono
al 1967 (24). Da allora parecchi dati sono stati pubblicati a supporto
della sua efficacia per via infusiva sia nel trattamento della depressione
che del disturbo ossessivo-compulsivo, in pazienti che non avevano risposto
a precedenti terapie incluse la stessa clomipramina per via orale. Questi
risultati suggerivano che il protocollo endovenoso, evitando il metabolismo
del primo passaggio attraverso il fegato, comportasse un livello serico
più alto del composto originario rispetto a quello del metabolita
demetilato. La più potente proprietà serotoninergica della
clomipramina spiega la maggior efficacia ottenibile attraverso la via
infusiva. Inoltre, poiché gli effetti collaterali della clomipramina
si correlano maggiormente con i livelli di desmetilclomipramina rispetto
a quelli del composto di origine (25), tutte le strategie che aumentano
il rapporto clomipramina/desmetilclomipramina, come il somministrarla
per via infusiva, possono essere di vantaggio. Il protocollo più
comune della somministrazione infusiva della clomipramina, è
quello cosiddetto "a dosaggi graduali". Esso consiste nell'iniziare
il trattamento con 12,5 mg, in soluzione fisiologica, salendo il 2°
e 3° giorno a 25 mg, e proseguendo con l'aumento di 25 mg ogni 2
giorni fino al raggiungimento della dose ottimale, in genere compresa
tra i 100 mg ed i 250 mg. A miglioramento ottenuto e stabilizzato, si
potrà passare alla somministrazione orale con medesimo dosaggio
distribuito in due somministrazioni giornaliere. Il protocollo cosiddetto
"pulse-loading", consiste nel determinare livelli plasmatici
terapeutici di clomipramina in tempi rapidi attraverso la somministrazione,
per via infusionale, del dosaggio ottimale di farmaco fin dalla prima
somministrazione. Questo protocollo si è dimostrato efficace
nell'accelerare i tempi di risposta sia nella depressione (26), che
nel disturbo ossessivo-compulsivo (15, 27, 28). Questo protocollo, anch'esso
come il precedente eseguibile in ambito di Day-Hospital, permette di
apprezzare miglioramenti clinici già dopo la seconda somministrazione,
consentendo di ridurre drasticamente il tempo di latenza dell'effetto
della terapia che, in particolare nel disturbo ossessivo-compulsivo,
può essere di diverse settimane. Uno studio ha anche dimostrato
che la somministrazione infusionale di clomipramina a bassissimi dosaggi
può avere valore predittivo per l'identificazione dei pazienti
ossessivi responders alla stessa clomipramina (29).
CITALOPRAM
Il citalopram per via infusiva possiede un'accertata efficacia antidepressiva
(33, 34), con una segnalata maggiore rapidità di risposta rispetto
alla somministrazione orale (35, 36). Questo è probabilmente
dovuto agli elevati livelli plasmatici ci citalopram ottenibili per
via endovenosa rispetto ai suoi metaboliti demetil-, didemetil-citalopram
e Citalopram-N-ossido, che derivano dal suo metabolismo epatico. I tre
metaboliti sono meno lipofilici del composto originario, sono circa
50 volte meno selettivi e circa 10 volte meno potenti inibitori della
ricaptazione serotoninergica (37). Quindi la somministrazione endovenosa
di citalopram si traduce, per evitamento dell'effetto di primo passaggio,
in una sua più potente e selettiva azione serotoninergica. Il
profilo di tollerabilità per endovena è elevato, ed il
farmaco può essere utilizzato anche nel paziente anziano (38).
Il farmaco viene impiegato per via infusionale a dosaggi tra 20 e 80
mg. Il citalopram per via infusionale viene indicato nella depressione
maggiore, in alternativa ai triciclici o quando questi siano controindicati,
nella depressione resistente al trattamento orale, nel disturbo ossessivo-compulsivo.
Uno studio ha rilevato che il citalopram per via infusiva endovenosa
può essere efficace nel trattamento dei pazienti con disturbo
ossessivo-compulsivo resistenti al trattamento per via orale (con citalopram
o altri SSRI) (39). Anche per il disturbo ossessivo-compulsivo, la via
infusionale appare accelerare i tempi di risposta rispetto a quelli
normalmente attendibili attraverso la somministrazione orale del farmaco.
S-ADENOSIL-L-METIONINA (SAMe)
La via preferenziale di somministrazione del farmaco è quella
infusiva endovenosa, che è quella alla quale si riferisce la
maggior parte degli studi. I dosaggi per questa via variano dai 200
mg ai 400 mg al dì. La tollerabilità e la sicurezza del
farmaco sono molto elevate e l'emergenza di eventi avversi ha una frequenza
non distinguibile dal placebo. L'impiego della SAMe è indicato
in quei settori della clinica (comorbidità con patologie somatiche,
psicogeriatria) nelle quali si debba garantire un intervento sulla sintomatologia
depressiva il più possibile privo dell'emergenza di effetti collaterali.
TRAZODONE
Il farmaco può essere impiegato per somministrazione endovenosa
lenta a dosaggi tra 25 e 200 mg al dì, e trova indicazione negli
stati d'ansia acuti ed agitazione psicomotoria. La sospensione del trattamento
con trazodone non determina l'insorgenza di fenomeni d'astinenza. Piuttosto,
il farmaco è utile per favorire e stabilizzare la discontinuazione
dalle benzodiazepine (42) e costituisce una valida alternativa al loro
impiego per le sue proprietà ansiolitiche. La rapidità
e l'efficacia del trazodone per via infusionale si presta ad un impiego
in condizioni di urgenza-emergenza ed in ambito di Day-Hospital con
modalità di intervento che possono costituire un'alternativa
al ricovero.
ALOPERIDOLO
Nel suo impiego per via endovenosa lenta, l'aloperidolo appare più
efficace nei casi di grave agitazione, gravi sintomi psicotici e delirium,
rispetto alla via di somministrazione orale ed intramuscolare. La via
infusiva permette un'efficacia in tempi più rapidi. Dosaggi efficaci
per questa via si ottengono già somministrando 2-4 mg anche 2
volte al dì, sebbene in letteratura siano descritti dosaggi endovenosi
singoli fino a 75 mg e, nelle 24 ore, fino a 500 mg senza insorgenza
di fenomeni tossici di rilievo (43, 44). Il controllo dell'agitazione
viene ottenuto in 20-90 minuti nella maggior parte dei casi (45), senza
compromissione della veglia e dell'orientamento (43). L'aloperidolo
è un farmaco sicuro in quanto non ha virtualmente alcun effetto
sulle funzioni cardiaca, polmonare, renale, epatica o ematopoietica
e non ci sono controindicazioni assolute al suo impiego. Le reazioni
extrapiramidali sono meno frequenti quando il farmaco è somministrato
per via infusionale, e comunque piuttosto infrequenti anche con elevati
dosaggi e sempre ben controllabili farmacologicamente (46, 47). Viene
suggerito di iniziare la terapia endovenosa con aloperidolo a dosaggi
tra 1 e 5 mg a infusione, incrementando piuttosto rapidamente il dosaggio
fino a 30-75 mg quanto necessario per controllare l'agitazione ed i
sintomi psicotici. Secondo la nostra esperienza, dosaggi compresi tra
2 e 6 mg per infusione in Day-Hospital sono nella maggior parte dei
casi sufficienti nei pazienti con sintomi deliranti o allucinatori,
nel delirium e nelle fasi espansive del disturbo bipolare. A questi
dosaggi gli effetti collaterali sono assai limitati ed anche la "tossicità
comportamentale" è bassa. Per la sicurezza d'uso e la sua
efficacia, l'aloperidolo per via infusiva viene indicato anche nell'agitazione
e nei sintomi psicotici dei pazienti pediatrici (48).
LORAZEPAM
Vari studi hanno messo in evidenza l'efficacia del lorazepam in forma
parenterale nel risolvere le crisi d'ansia acuta e gli stati di agitazione
psicomotoria, la buona tollerabilità locale e generale e la buona
maneggevolezza (52-56). Un nostro studio (56), in particolare, ha messo
in evidenza che il farmaco utilizzato per infusione endovenosa lenta
(50 ml di soluzione fisiologica + 4 mg di lorazepam) è efficace
nel controllare l'ansia acuta in modo rapido e prolungato, con moderata
sedazione, mentre l'iniezione endovenosa di 4 mg di lorazepam in 1 ml
di soluzione fisiologica è efficace nel controllo dell'agitazione
psicomotoria, con sedazione più marcata. La rapidità d'azione
e l'assenza di seri effetti collaterali si spiegano con le caratteristiche
farmacocinetiche del farmaco. Infatti esso penetra nel cervello in meno
di 2-3 minuti (57) e raggiunge il picco di concentrazione, sempre nel
cervello, in circa 25 minuti. Inoltre il farmaco per via endovenosa
ha un'emivita compresa tra le 10 e le 20 ore (mediamente circa 12 ore)
(58); nonostante ciò sembra che la sua azione possa prolungarsi
oltre grazie ad uno più stretto legame con il complesso recettoriale
GABA A-cloro e alla lenta ridistribuzione: infatti ha una minore lipofilia
rispetto ad altre benzodiazepine (59). La minore lipofilia e la mancanza
di metaboliti attivi potrebbero giustificare anche la bassa incidenza
di effetti collaterali, soprattutto per quanto riguarda il sistema respiratorio
ed il sistema cardiovascolare.
SETTING INTEGRATO: TERAPIE DI GRUPPO E TERAPIA INFUSIVA
La possibilità di coesistenza tra una farmacoterapia e la terapia
psicoanalitica è forse il cambiamento epistemologico più
significativo della psicoanalisi negli ultimi 20 anni. Per un'intera
generazione di analisti l'uso dei farmaci, un tempo considerato un sabotaggio
alla pratica psicoanalitica, è diventato uno strumento utilizzato
per migliorare il processo analitico e la possibilità di procedere
durante l'analisi ed anche di rendere disponibili ad esso pazienti che
altrimenti non avrebbero potuto accedervi; psicoanalisti americani riferiscono
che da un 20 ad un 30% di pazienti in analisi hanno avuto prescrizioni
psicofarmacologiche (63). Psicoanalisti, come Esman (64), sostengono,
in uno studio su pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo, che il
modello unidimensionale costituisce un limite e che gli psicofarmaci
possono migliorare e non peggiorare il processo psicoanalitico. Terapia
psicofarmacologica e psicoanalisi/psicoterapia, non sono necessariamente
trattamenti in conflitto (65-67). Il modello psicoanalitico ed il modello
psicofarmacologico usano metodi clinici e di ricerca differenti e anche
la loro descrizione del sintomo e della sua eziologia sono diverse.
L'integrazione di psicoterapia e terapia farmacologica nella cura di
diversi disturbi psichiatrici, risponde fondamentalmente a tre ragioni:
1. L'evoluzione negli ultimi decenni delle ricerche in ambito psicofarmacologico
con studi randomizzati in doppio cieco, basati sui criteri diagnostici
per le malattie mentali (68, 69) e su strumenti di valutazione per il
disturbo e per i sintomi soggettivi, ha prodotto dati che avallano l'uso
degli psicofarmaci nella maggioranza dei disturbi mentali.
2. Le psicoterapie hanno avuto modificazioni tecniche e teoriche che
hanno consentito un loro uso più esteso anche nei disturbi più
gravi (psicosi, disturbi di personalità, disturbi alimentari).
Alcune psicoterapie inoltre, fanno riferimento, per la produzione di
dati, agli stessi tipi di studi controllati della ricerca farmacologica,
per cui consentono un confronto diretto con le terapie farmacologiche.
Altre psicoterapie, come quelle ad indirizzo analitico, hanno metodi
clinici e di ricerca diversi dalla ricerca empirica.
3. I risultati ottenuti dagli studi sul rapporto costi-benefici, a breve
e lungo termine, delle terapie combinate.
Modelli teorici
Nella pratica clinica terapie biologiche e psicoterapie sono due punti
di vista che si possono integrare in senso terapeutico. Per meglio definire
il tipo di relazione che intercorre tra questi due modelli terapeutici,
Cabaniss (70) sintetizza i principali modelli teorici che, fin dagli
anni '60, ne hanno segnato l'interazione:
Modello del sollievo sintomatico
Esso considera i farmaci come potenziale risoluzione dei sintomi ma
usa teorie psicodinamiche per definirne l'eziologia. Secondo Kubie e
Margolin (71) gli psicofarmaci possono facilitare il lavoro analitico
su ciò che è stato represso e dissociato, rendendo il
paziente meno vulnerabile nel momento in cui possa essere esposto a
contenuti inconsci che avrebbero, altrimenti, potuto risultare intollerabili.
Altri autori, come Goldhamer (72), sostengono che i farmaci possono
diminuire i sintomi, mentre la psicoterapia si occupa di migliorare
i rapporti interpersonali e la consapevolezza di sé. Questa concezione
ha consentito un uso più diffuso dei farmaci, ma esclude la visione
eziologica del modello biologico e sembra inoltre svalutare la psicoterapia
come risorsa terapeutica.
Modello dell'integrazione completa
Questo modello considera che ad un processo mentale, descritto nell'ottica
psicodinamica, corrisponda un cambiamento nella struttura cerebrale.
Ostow (73), ad esempio, tratta di incorporare la terapia farmacologica
nel suo modello di teoria della libido superponendola, non esattamente
integrandoli, poiché i meccanismi di azione del farmaco si adeguano
al modello pulsionale. Kantor (74) sostiene che esperienze infantili
o traumatiche abbiano un impatto sul cervello e sui sistemi neurotrasmettitoriali
del cervello. Van Praag (75) propone che una varietà di fattori
eziologici portino un cambiamento nel substrato cerebrale che determina
una vulnerabilità. Questi modelli che tendono a stabilire un
ponte tra i processi psicologici e biologici, suggeriscono che le esperienze
psicologiche possono avere un corrispondente biologico e che alcune
condizioni biologiche, di tipo ereditario, abbiano espressività
psicologica. Questo modello ha il limite di non fondarsi su evidenze
empiriche, risulta perciò di scarsa utilità clinica perché
non fornisce uno specifico strumento terapeutico.
Modello dell'azione in parallelo
Esso considera l'associazione dello strumento psicofarmacologico e di
quello psicoterapeutico come generante due azioni autonome attive in
parallelo oppure in successione una dietro l'altra. Alla base dell'indicazione
farmacologica non sta sempre l'eziologia, quanto la fenomenologia dei
sintomi, la cronicità, la forma del disturbo, l'intensità
e la familiarità. La decisione di prescrivere il farmaco prescinde
dall'eventuale significato che il paziente attribuisce al sintomo e
dalle fantasie che il paziente fa sulla cura farmacologica. L'uso dei
farmaci si basa sugli studi che ne hanno stabilito l'efficacia e sul
sistema diagnostico, rimanendo separato dalla fenomenologia e dal significato
dinamico del sintomo.
Clinica dell'integrazione
I problemi di ordine epistemologico e clinico che entrambe le cure suscitano,
non sempre sono ben distinguiboli dai problemi di ordine ideologico
che hanno segnato la storia di entrambe le correnti. Tali problemi hanno
ostacolato il tentativo di dare specificità teorica e tecnica
a questi due tipi di terapia e, probabilmente, ne hanno depotenziato
l'efficacia. I modelli che includono tutte le componenti, biologica,
psicologica e sociale, in percentuale variabile a seconda del tipo di
patologia, consentono di proporre interventi simultanei e più
efficaci. In questa'ottica, lo psichiatra e lo psicoterapeuta, pur nella
loro specifica funzione, dovrebbero avere sufficiente conoscenza teorica
e pratica di ciascuna disciplina. Dal punto di vista clinico i rapporti
che intercorrono tra terapia farmacologica e psicoterapia sono molto
complessi poiché sono numerose e non sempre quantificabili le
variabili in gioco e poiché tali variabili variano durante la
cura: azione specifica del farmaco; compliance; aderenza alla terapia;
fattori terapeutici della cura psichiatrica; fattori terapeutici della
psicoterapia; livello di insight. Klerman (76) analizza i possibili
rapporti che intercorrono tra terapia farmacologica e psicoterapia come
segue:
A). Possibili effetti negativi della terapia farmacologica
sulla psicoterapia
La maggioranza delle critiche fatte dagli psicoterapisti negli anni
cinquanta era relativa all'effetto placebo del farmaco. Si ipotizzava
che la prescrizione di qualsiasi farmaco avesse un effetto deleterio
sull'atteggiamento sia del paziente che del terapeuta e quindi sulla
relazione terapeutica a prescindere dal tipo di farmaco descritto. Nel
caso lo psichiatra fosse anche lo psicoterapeuta, la prescrizione di
farmaci da parte di quest'ultimo poteva implicare un suo atteggiamento
autoritario e sostenere una sua visione biologico-medico-ereditaria
del disturbo. Nel contempo il paziente veniva reso più dipendente
e passivo, e messo quindi in un ruolo che più si avvicinava a
quello richiesto dal rapporto convenzionale medico-paziente, caratteristico
più della medicina generale che della psichiatria. Il farmaco,
inducendo una riduzione dei sintomi, poteva inoltre incentivare una
più scarsa partecipazione al processo psicoterapeutico. Se il
farmaco risulta effettivo nell'attenuazione o eliminazione dei sintomi
clinici del disturbo, i pazienti non necessariamente sentiranno l'esigenza
di realizzare un approccio psicoterapeutico, perciò viene a mancare
la motivazione di un lavoro più approfondito sulla personalità
o su eventuali cambiamenti nel carattere. Infatti, alcuni decenni fa
un principio psicoanalitico fondamentale della "Psicologia dell'Io",
sosteneva che gli psicofarmaci interferivano con il processo psicoanalitico
perché alteravano i sintomi prodotti dalle difese nevrotiche,
che servivano come costituenti del transfert e quindi alteravano il
trattamento. Se consideriamo l'ansia come segnale di conflitti inconsci,
la terapia farmacologica, eliminando l'ansia, può prematuramente
colpire le difese dando luogo ad una riorganizzazione difensiva differente.
La terapia farmacologica inoltre potrebbe indurre il paziente a pensare
che egli non è adeguato per realizzare una psicoterapia o per
analizzare i suoi conflitti inducendo una perdita di autostima o una
sensazione di fallimento.
B). Possibili effetti positivi della terapia farmacologica
sulla psicoterapia
La terapia farmacologica potrebbe facilitare l'accessbilità alla
psicoterapia. La diminuzione dei sintomi e della psicopatologia rende
il paziente più disponibile ad approfondire e comunicare i suoi
disagi. Quest'ipotesi presume che livelli eccessivi di tensione, ansia
e depressione riducano la capacità del paziente di partecipare
al processo psicoterapico. I farmaci potrebbero migliorare le funzioni
dell'Io necessarie per partecipare alla psicoterapia; essi potrebbero
inoltre facilitare l'abreazione. Del resto, la riduzione del sintomo
potrebbe accelerare quella modifica delle difese che porterebbe ad una
relazione transferale e, nei casi in cui ciò sarebbe comunque
avvenuto, ad una più veloce nevrosi da transfert, anticamera
della risoluzione del problema.
C). Possibili effetti negativi della psicoterapia sulla
terapia farmacologica
Questi effetti risultano poco studiati, potrebbe essere possibile che
l'incauta scopertura di difese attive nel paziente, da parte del terapeuta,
ne peggiorassero i sintomi. Oppure peggiorare i sintomi particolarmente
durante la fase acuta per cui alcuni Autori suggeriscono una fase di
"heal over" o "sealing over" ponendo il problema
del "tempo giusto" per decidere quando subentra la psicoterapia
così come il tipo, supportivo o interpretativo di interventi.
D). Possibili effetti positivi della psicoterapia sulla
terapia farmacologica
La psicoterapia sembrerebbe potenziare la capacità del paziente
di aderire alla terapia farmacologica. La psicoterapia, intesa come
riabilitazione, serve piuttosto a correggere deficit secondari tipo
autostima, che possono aumentare l'impatto dei sintomi patologici.
Premesse per integrare terapia infusiva e terapie di gruppo
A fronte di un'abbondante letteratura sulle terapie di gruppo abbinati
al trattamento farmacologico di certi disturbi psicopatologici, scarsi
sono i lavori relativi all'integrazione terapia infusiva-psicoterapia
di gruppo.
In effetti la terapia infusiva richiede un setting assai complesso.
Il paziente che si rivolge a noi è sovente accompagnato da un
familiare, ha destinato una parte della sua giornata a curarsi in modo
intenso, ha delle aspettative relative alla cura, all'accoglimento e
al monitoraggio giorno per giorno dei suoi disagi, è avido di
informazioni e probabilmente pensa che magari qualcosa potrebbe iniziare
a modificarsi veramente da un giorno all'altro e che qualcuno o tutti
necessariamente dovranno riconoscere la natura di questo cambiamento
e le sue conseguenze. Immediatamente paziente ed accompagnatore, stabiliscono
un rapporto personale e diretto con il Servizio, una sorta di "occupazioni
di spazi fisici": cortile, sala di attesa, stanza della flebo,
stanza dei medici; e di "spazi di rassicurazione", richiesta
alle figure professionali: infermieri, medici, psicologi, consulenti
etc.
Anche gli spazi esterni della zona contigua al Servizio, bar, piazza,
negozi, ecc. diventano un area di punti di riferimento apparentemente
geografici, che funzionano come passaggio dall'interno all'esterno lungo
tutta la durata del Day-Hospital, così come gli altri pazienti
e familiari che sono presenti in contemporanea.
Appaiono quindi in questo setting strumenti di straordinario valore
terapeutico: nuove relazioni, nuovi spazi, spazi comunicanti, chi cura,
chi acompagna, mondo esterno e mondo interno con aree di passaggio.
Il lavoro di gruppo all'interno del Day-Hospital consente di dare parole
e quindi valore a queste risorse spontanee. Si tratta quindi di un setting
integrato, vale a dire, gli spazi della flebo insieme ai gruppi creano
un altro setting che include la terapia farmacologica, le risorse spontanee
che essa genera e la possibilità di comprendere e interpretare
gli avvenimenti che si svolgono nell'arco di tempo che dura il Day-Hospital.
La stanza della terapia infusiva
La "stanza della terapia infusiva", è una stanza dove
i pazienti si incontrano tutti i giorni alla stessa ora e realizzano
un atto che li accomuna: la terapia infusiva. La situazione in se stessa
rappresenta un gruppo eterogeneo costituito da persone che hanno diversi
sintomi, tipi e gravità di disturbi, diversa età, diversa
motivazione al trattamento, che realizzano una modalità molto
particolare di cura; essa dà una connotazione di una certa gravità
alla psicopatologia del paziente, poiché non è più
una terapia ambulatoriale ma nemmeno un ricovero ospedaliero. Le persone
che si ritrovano in questo ambito sono legate tra loro da costanti di
tempo e spazio e sviluppano una mutua rappresentazione interna; sorgono
in questo modo, alcuni fenomeni (77) che sono caratteristici dei gruppi:
la possibilità di condividere le emozioni e la possibilità
di contagio emotivo fra i membri; la tendenza a definire la realtà
in base al consenso dei membri; la possibilità dei membri di
collaborare, sia pure senza saperlo al mantenimento di un certo schema
di relazioni interpersonali e di assegnazione di ruoli. Complessi fenomeni
che facilitano il riconoscimento di sé e dell'altro nel dialogo
e nell'interscambio permanente. Fanno anche parte del gruppo assumendo
ruoli diversi le figure professionali, infermieri, medici e consulenti,
L'interazione tra i membri ha inizialmente un carattere informativo:
è soprattutto il medico che fornisce informazione sulle caratteristiche
della cura, sui possibili effetti collaterali, sulla durata del trattamento,
sulla reperibilità continua del personale medico nella prima
fase della terapia, sul tipo di farmaco usato per quel determinato paziente,
sulla frequenza necessaria in quel dato momento, sulla cadenza dei controlli
ambulatoriali nelle fasi successive. Poco dopo l'inizio del ciclo di
terapia infusiva si crea una circolazione di informazioni tra i diversi
membri per cui uno informa l'altro. Il carattere dialettico di quest'interazione
ha le caratteristiche dell'itinerario a forma di spirale continua, descritto
da Pichon Riviere (78), in cui l'attore del processo si rialimenta con
l'esperienza, modificandosi e modificando anche il contesto. Si tratta
quindi, di un'interazione orizzontale con un comune denominatore che
unifica il gruppo ma anche verticale poiché ciascun soggetto
è caratterizzato da proprie circostanze personali che lo portano
ad essere disponibile e ad assumersi un particolare ruolo.
La stanza accanto
La stanza accanto, la sala di attesa, è più vicina all'ingresso-uscita-area
intermedia tra stanza della terapia infusiva e realtà esterna;
essa rappresenta un altro ambito di incontro dove sono soprattutto i
familiari a scambiarsi informazioni. Oltre a tematiche simili a quelle
della stanza dove sono i pazienti, si manifestano soprattutto preoccupazioni
relative al funzionamento della persona nell'ambito familiare, alla
gestione della terapia in casa, al reinserimento lavorativo o scolastico
ecc. L'interazione tra i membri e le figure professionali risponde anche
in fase iniziale, al bisogno di informazione, rassicurazione e coinvolgimento
nel trattamento.
I diversi gruppi
La stanza della terapia infusiva e la stanza accanto, che generano spontaneamente
dinamiche gruppali, hanno dato luogo, in una fase successiva di lavoro,
all'organizzazione di 4 tipi di attività di gruppo. Tale organizzazione
è frutto dell'incontro tra la domanda dei pazienti e dei loro
familiari e le risposte possibili in relazione alla letteratura e all'esperienza
dei terapeuti, al tipo di patologie in cura e all'età dei pazienti.
Come sottolinea Anzieu (79) ogni gruppo umano, sia spontaneo, terapeutico
o di riflessione, si riunisce intorno a due poli. Uno è il polo
tecnico che a che fare con un compito manifesto gruppale; a questo livello
i membri del gruppo utilizzano la comunicazione verbale e i meccanismi
psichici che sono quelli corrispondenti al processo secondario. Quello
che Bion (7) descrive come gruppo di lavoro e Bleger (80) struttura
dei ruoli centrata nel compito. L'altro polo è quello dove si
generano e si alimentano desideri, paure e fantasie inconsce. In ogni
gruppo ci sono quindi un polo che lavora per l'adattamento del gruppo
alla realtà e un altro che lavora per la realizzazione del desiderio.
Le attività di gruppo che il nostro Day-Hospital organizza sono
di 4 tipi, anche se i primi tre sono quelli più utilizzati:
1. Gruppi psicoeducativi o didattici
Il loro scopo principale è quello di fornire informazioni, a
mezzo di conferenze e discussioni ad esempio, spiegando le caratteristiche
del disturbo, i fattori che possono aggravare o migliorare la sintomatologia,
le ripercussioni fisiche, individuali e familiari, le caratteristiche
della cura farmacologica, i possibili effetti collaterali, la durata
del trattamento. Si tratta di gruppi omogenei, dove il criterio principale
di selezione dei pazienti è la diagnosi, cioè la comune
sintomatologia. La conduzione viene realizzata da uno psichiatra generalmente
operante nel campo della patologia specifica. L'obiettivo di questi
incontri è quello di modificare i fattori di rischio, aumentare
l'aderenza al trattamento farmacologico, aumentare la consapevolezza
di malattia, ridurre il rischio di suicidio, ridurre i condizionamenti
della malattia. Una volta la settimana, sotto la supervisione di un
medico, i pazienti in carico al Day-Hospital ed i loro familiari, hanno
la possibilità di riunirsi in un gruppo dove possono ottenere
ogni chiarimento sulle caratteristiche dei farmaci usati, sui loro evetuali
e specifici effetti collaterali, su come questi possano essere meglio
tollerati o ridotti e, ove sia possibile, eliminati. Anche questo gruppo
ha la funzione di migliorare la compliance farmacologica del paziente
e la gestione in famiglia della terapia, oltreché a facilitare,
secondariamente, le dinamiche interpersonali fra pazienti e familiari.
I familiari hanno un ruolo importante nell'aiutare il paziente ad affrontare
il percorso della terapia che sta intraprendendo al Day-Hospital, incoraggiando
il paziente al trattamento e alla regolare e corretta assunzione dei
farmaci. Questo risulterà fondamentale per la guarigione del
paziente e per la prevenzione di eventuali ricadute. Spesso, la sofferenza
non permette al paziente di orientarsi verso ciò di cui ha veramente
bisogno, può così risultare difficile, a volte, l'approccio
alla terapia farmacologica. I familiari si trovano spesso in difficoltà
sulla condotta da tenere di fronte ad un parente ammalato e possono
involontariamente sbagliare. Questo gruppo permette un confronto fra
di loro, sotto la supervisione di un medico del Day-Hospital, che ha
una funzione tecnico-informativa e di facilitatore delle dinamiche interpersonali
che si creano.
2. Gruppi di riabilitazione
Volti ad identificare, prevenire e minimizzare le molteplici cause della
disabilità, si articolano intorno a due strategie di trattamento:
1. Sviluppo delle abilità del paziente; 2. Sviluppo delle risorse
dell'ambiente in una direzione che sarà supportiva o facilitativa
dell'intervento operato sull'individuo (81). I gruppi di riabilitazione
cognitiva si rivolgono a ragazzi psicotici e si propongono di lavorare
soprattutto sui sintomi negativi presenti nelle psicosi. La presenza
di sintomi negativi quali: l'appiattimento affettivo, espresso generalmente
con una diminuzione del contatto col mondo esterno; l'alogia dove si
realizza un rallentamento nel dare risposte e una riduzione dell'eloquio;
l'anedonia e l'asocialità che comprendono una riduzione sempre
più importante degli interessi, fino al ritiro totale da ogni
relazione amichevole e ricreativa, la compromissione dell'attenzione
che fa sì che il ragazzo appaia spesso distaccato ed abbia una
serie di difficoltà nel mantenere una soglia di attenzione adeguata
al suo livello intellettuale. Il gruppo ha funzioni di riabilitazione
cognitiva, vengono proposte delle attività per migliorare i sintomi
descritti, ponendo l'accento sulle abilità cognitive di base,
come l'attenzione, la concentrazione e la memoria che sono spesso compromesse.
Inoltre, la riabilitazione ha per obiettivo lavorare sulla comunicazione
verbale e potenziare le capacità di questi ragazzi nel risolvere
problemi di pratica utilità della vita quotidiana. Il paziente
può quindi beneficiare di tre ordini di cura:
a. Intervento medico e assistenziale: comprende il ricovero parziale
diurno con il controllo medico, l'accudimento infermieristico, la somministrazione
della terapia farmacologica, la fornitura del pasto;
b. Intervento psicoterapeutico: include i colloqui individuali ed i
colloqui con i familiari (con o senza il paziente), volto principalmente
a favorire la compliance terapeutica del paziente e a ridurre l'emotività
espressa dei familiari;
c. Intervento riabilitativo: prevede attività individuali e di
gruppo, svolte presso i locali del Day-Hospital o nel Centro diurno
riabilitativo. In particolare, tra le attività riabilitative,
ricordiamo quelle più estesamente praticate e seguite: 1) Attività
espressive - Si propongono come obiettivo generale la comunicazione
delle proprie emozioni attraverso canali non verbali e l'esperienza
del contatto e dell'uso di vari materiali espressivi (colore, musica,
lettura). Puntano all'acquisizione e alla scoperta della capacità
di partecipare ad un gruppo e alle sue regole, consentendo relazioni
significative tra i soggetti. 2) Attività di risocializzazione
- Si pongono come obiettivo il recupero delle attitudini e delle prerogative
di interazione sociale ed interpersonale, attraverso l'inserimento graduale
in condizioni di contatto e di rapporto inizialmente più strutturate
e protette e poi progressivamente più aperte e responsabilizzanti.
3) Attività per le abilità di base - Per pazienti particolarmente
regrediti si prevedono alcune attività di recupero e rieducazione
alle funzioni elementari: la cura della persona, la condotta alimentare,
l'accesso agli strumenti basilari della vita quotidiana.
3. Gruppi di liberazione emotiva
La loro teoria si basa sull'assunto dell'importanza dell'abreazione,
nella convinzione che un efficace strumento terapeutico consista nel
riportare il paziente a rivivere a livello immaginativo ed emotivo una
memoria traumatica, al fine di liberarsene. Questi gruppi sono rivolti
a pazienti e familiari e si propongono di migliorare la comprensione
e la verbalizzazione di emozioni ed affetti, tramite l'impiego di proiezioni
di films. Settimanalmente viene proiettato un film scelto dal medico
che supervisiona questi gruppi, cui segue un colloquio/dibattito. Pazienti
e familiari possono esprimere emozioni, sensazioni, sentimenti che il
film ha indotto in loro. Anche in questi gruppi il medico psichiatra
ha la funzione di facilitatore e supervisore delle dinamiche intrapsichiche
ed interpersonali che si vanno creando.
4. Psicoterapia di gruppo ad indirizzo psicoanalitico
I gruppi ad indirizzo psicoanalitico che vengono praticati presso il
nostro Servizio, consentono un lavoro definito, nella prassi e nella
toeria clinica, come Analisi di gruppo e sono di diretta discendenza
bioniana (7). L' "Analisi di gruppo" è rivolta a pazienti
ancora in carico al Day-Hospital, ma che hanno espresso il desiderio
di continuare questa esperienza anche dopo la dimissione. La partecipazione
al gruppo non controindica un'eventuale psicoterapia individuale. Il
gruppo può essere definito come "piccolo gruppo" in
relazione al numero dei partecipanti (fino a 12), "formale"
in quanto strutturato (non si ritrova, cioè, per caso), "stabile"
quanto a durata (in genere dura un anno, anche se la partecipazione
di qualcuno dei membri può cessare liberamente), "di lavoro"
rispetto allo scopo, "istituzionale" perché sono presenti
regole e gerarchie. I pazienti vengono selezionati per età e
per diagnosi; sono esclusi pazienti tossicomani, sociopatici e perversi,
mentre possono essere inclusi alcuni pazienti psicotici. Il gruppo si
riunisce per una seduta sttimanale ed è condotto da uno psichiatra-psicoterapeuta
e da un coterapeuta psicologo. Durante lo svolgimento del gruppo uno
dei terapeuti, a turno, prende nota, scrivendo, dei movimenti dinamici
(gli "assunti di base" di Bion: dipendenza, attacco/fuga,
accoppiamento), mentre l'altro terapeuta è più coinvolto
assumendo un ruolo più vicino al facilitatore. Le difese inconsce
realizzano il "gruppo di base" ed in quanto tali ostacolano
lo scopo dichiarato del gruppo, cioè quello di essere un "gruppo
di lavoro", ma offrono preziose occasioni di insight. Ciò
che un partecipante esprime è sempre considerato espressione
del gruppo come insieme e non come un vissuto di quell'individuo. I
terapeuti sono piuttosto passivi, permettendo alle dinamiche di svilupparsi
senza troppo interferire, lavorano sul transfert principale e sui transfert
laterali, danno interpretazioni al gruppo e non al singolo. Scopi del
gruppo sono quelli di far aumentare la cooperazione fra i membri e passare
da uno stato difeso ad un gruppo di lavoro, di vivere le dinamiche che
si sviluppano, aumentando la capacità di gestirle e la consapevolezza
di sé. Per ogni paziente che, essendo migliorato o avendo comunque
abbandonato la terapia lascia un posto libero, può subentrare
un paziente nuovo. Il gruppo si rigenera così per un tempo indefinito
ipoteticamente senza un termine.
Fattori terapeutici e vantaggi della combinazione terapia
di gruppo - terapia infusiva
La via infusiva comporta il vantaggio di raggiungere gli effetti terapeutici
del farmaco in un tempo minore rispetto alla via orale, ma comporta
anche un'atteggiamento passivo da parte del paziente che si sottopone
alla flebo, al quale sembra quasi di entrare in una sorta di "sonno-veglia"
durante la terapia. L'accoglimento di questo momento essenziale, la
disponibilità e presenza effettiva dei terapeuti e la condivisione
della sintomatologia sono i primi fattori terapeutici che si abbinano
al farmaco. Nonostante i gruppi organizzati abbiano obiettivi diversi,
la finalità più importante dell'attività di gruppo
è quella di creare un'attività centrata sulla mobilitazione
di strutture stereotipate a causa della quantità di ansia o di
angoscia che risveglia ogni cambiamento. Dalla condivisione della sintomatologia
al lavoro comune, l'attività di gruppo comporta una partecipazione
attiva del paziente anche se il modo di raggiungere tale finalità
può variare a seconda che le tecniche siano l'educazione, l'abreazione,
la riabilitazione o il lavoro analitico di gruppo. I vantaggi che il
paziente ottiene con la combinazione di terapie di gruppo e terapia
infusiva possono essere così riassunti:
1. Maggiore consapevolezza dei propri disagi o disturbi
2. Riduzione dei fattori di rischio
3. Riduzione del rischio di suicidio
4. Riduzione dei condizionamenti della malattia (problemi matrimoniali,
perdita di lavoro, abuso di alcolici e di droghe, spese eccessive)
5. Maggiore consapevolezza sulla modalità di cura
6. Rapporti più realistici di lavoro comune e meno idealizzati
o di aspettative magiche con le figure terapeutiche
7. Evitamento/riduzione dei casi di interruzione precoce della terapia
8. Miglioramento di situazioni familiari e sociali difficili
9. Riduzione delle giornate di degenza
Quindi ne scaturisce che, grazie a questa integrazione, si ha una maggiore
continuità curativa che si manifesta in prima istanza con un
accorciamento dei ricoveri e un miglioramento della collaborazione di
questi pazienti, in precedenza persi di vista o gestiti secondo la logica
della porta girevole (revolving door), poi con una marcata riduzione
delle crisi acute e quindi con una netta riduzione dei ricoveri in SPDC
o in altre strutture: tutto ciò si traduce in un migliore rapporto
costi- benefici (82).
8 ANNI DI ATTIVITÀ
Il Day-Hospital è stato inagurato nel 1994 ed il suo orario di
apertura si è progressivamente dilatato per corrispondere alle
necessità delle persone che vi si rivolgono. L'orario di apertura
è dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 20.00;
il sabato e la domenica dalle 8.30 alle 12.30 e questo per dodici mesi
all'anno. Dal 1994 ad oggi sono stati seguiti nel Day-Hospital 951 pazienti,
con una crescita costante delle richieste e delle presenze giornaliere
(Tabella 2).
Tabella 2. Numero di pazienti nuovi afferenti al Day-Hospital,
loro totale e media
|
Anno
|
Numero di pazienti nuovi
|
Incremento rispetto all'anno precedente
|
|
1994
|
59
|
-
|
|
1995
|
70
|
11
|
|
1996
|
91
|
21
|
|
1997
|
105
|
14
|
|
1998
|
131
|
26
|
|
1999
|
165
|
34
|
|
2000
|
177
|
12
|
|
2001
|
192
|
15
|
Totale: 951Media ± (DS): 118.87 ± 44.34
Il Day-Hospital garantisce 10 prestazioni quotidiane al massimo, tra
le quali si devono considerare oltre alla terapia infusiva, le consultazioni
per visite urgenti ed alcuni adeguamenti terapeutici, per un totale
di 830 prestazioni per l'anno 1994, 990 per l'anno 1995, 1110 per l'anno
1996, 1350 per l'anno 1997, 1570 per l'anno 1998, 1850 per l'anno 1999
e 2100 per l'anno 2000. Circa tre quarti del totale delle prestazioni
fornite dal Day-Hospital sono terapie infusive con fleboclisi. Questa
modalità, che inizialmente abbiamo intrapreso adattando una pratica
che era in uso nell'ospedale, si è poi con il tempo, differenziata
ed arrichita. Si sono pertanto elaborate modalità di somministrazione
con gradualità diverse, a seconda della patologia, della molecola
e della gravità del disturbo o di necessità specifiche
del paziente. Si è provveduto anche ad elaborare un contesto
in cui la terapia viene somministrata ed è via via aumentato
lo spazio per la comunicazione inter-soggettiva sia tra medico e paziente
che tra paziente e paziente nell'ambito del reciproco aiuto. Queste
elaborazioni sono state suggerite dalle osservazioni quotidiane, dai
pazienti stessi ed anche scaturiscono e confluiscono in pubblicazioni
a carattere scientifico o divulgativo. La pubblicazione dei dati scaturiti
dal Day-Hospital non rappresenta altro che una modalità di riflessione
e di confronto seria e spesso autocritica. A livello di comunicazione,
l'atto della fleboclisi riporta la cura dei disturbi psicopatologici
nell'ambito più squisitamente medico, ma questo non ha impedito
di associare interventi psicologici. Risulta chiaro che chi richiede
ed accetta una tale modalità di cura domanda insieme che ci si
curi del disturbo di cui soffre e che ci si curi di lui. In questo senso
un simile Day-Hospital seleziona in base alla domanda non a seconda
della psicopatologia o della gravità, ma dell'atteggiamento nei
confronti del proprio stare male e delle necessità di autonomia
del soggetto. Infatti il Day-Hospital garantisce ed anzi sollecita l'autonomia
del paziente che entra ed esce dal Servizio per lo più compatibilmente
alle proprie abitudini quotidiane e spesso alle proprie necessità
di lavoro o comunque relazionali. In questo, il paziente non si assoggetta
ad un regime ma trova, conformemente alle necessità del momento,
un'accoglienza ed una tecnica terapeutica anch'essa calibrata "su
misura". In circa il 54% dei casi la diagnosi principale è
quella di disturbo dell'umore, seguita poi dai disturbi d'ansia (26%)
e dai disturbi psicotici (6%). I disturbi cognitivi costituiscono il
5% delle diagnosi, mentre i disturbi alimentari psicogeni rappresentano
il 4% delle diagnosi dei pazienti trattati (Tabella 3).
Tabella 3. Numero di pazienti e percentuali di diagnosi
principale
| Diagnosi principale |
Numero pazienti(totale: 990) |
Percentuale |
| Disturbi dell'umore |
533 |
54% |
| Disturbi d'ansia |
257 |
26 % |
| Disturbi psicotici |
59 |
6 % |
| Disturbi alimentari |
40 |
4 % |
| Disturbi cognitivi |
50 |
5 % |
| Disturbi di personalità |
21 |
2 % |
| Altro |
30 |
3 % |
L'età dei soggetti che si sono rivolti al Day-Hospital
è stata molto variabile con estremi che andavano da 14 anni a
85 anni. Nella tabella 4 sono riportati il numero dei casi per fasce
di età.
Tabella 4. Numero pazienti e fasce di età
| Fasce d'età in anni |
Numero pazienti(totale 990) |
| < 20 |
21 |
| 21 - 30 |
141 |
| 31 - 40 |
175 |
| 41 - 50 |
276 |
| 51 - 60 |
158 |
| 61 - 70 |
141 |
| > 71 |
73 |
L'età media dei pazienti risulta di circa 46.20
anni; l'età media delle donne risulta essere di 46.80 anni, mentre
l'età media degli uomini è leggermente più giovane,
risultando di 45.81 anni.
Per quanto riguarda la durata media del Day-Hospital
varia dalle due alle sei settimane, con iniziale frequenza quotidiana
e successivamente alternata. La risposta clinica, cioè il miglioramento
che i pazienti riportano per il disturbo di cui soffrono, dipende naturalmente
dalla diagnosi, In linea generale, però, il protocollo di Day-Hospital
garantisce un'adeguata compliance nella iniziale e critica fase della
cura. Per questo non ci siamo stupiti di rilevare che, prescindendo
dal disturbo riportato, la percentuale di pazienti migliorati significativamente
dopo 4 settimane di cura al Day-Hospital si attesti intorno al 79% rispetto
a circa il 55% dei pazienti che hanno seguito un trattamento ambulatoriale.
Come risulta anche dalla letteratura scientifica e da nostri studi,
la percentuale di miglioramenti significativi è di circa 80%
per i casi di depressione, di circa 83% per i casi di disturbo di panico
e di circa il 75% per i casi di disturbo ossessivo-compulsivo. Nei casi
precedentemente resistenti alle terpaie per via orale, la percentuale
di miglioramenti è per ogni diagnosi superiore al 60%. Il superamento
del problema della compliance, la superiore efficacia e rapidità
d'azione dei farmaci somministrati per via infusiva, la cornice psicoterapeutica
legata alla presa in carico quotidiana, agli interventi psicoeducazionali
e di supporto familiare giustificano la superiore efficacia dei protocolli
in Day-Hospital rispetto alla cura ambulatoriale nel trattamento di
ogni forma di disagio psichico.
CONCLUSIONI
La cura che è possibile attuare in Day-Hospital conduce globalmente
a risultati positivi più di quanto avvenga in altri luoghi, quali
l'ambulatorio o il reparto ospedaliero. Francamente credo che iniziare
qualunque terapia, in particolare quella psicofarmacologica, in un contesto
e con un tale contatto con i curanti, come quello garantito dal Day-Hospital,
rispettando, dove sia possibile, le normali relazioni ed attività
della persona curata, sia ciò che di meglio si può fare
e dia le migliori garanzie di risultato.
La cura deve essere disegnata su misura individualmente, ma è
importante che oltre alla cura giusta e calibrata la persona si senta
curata. Una prima conclusione possibile è che, quindi, laddove
sia praticabile, si inizi sempre ogni cura nel Day-Hospital.
Questo idealmente, ma sappiamo che oggi si tende ad una gestione attenta
agli aspetti dell'economia dell'intervento, in nome della quale si confrontano
soprattutto i costi.
Si può sottolineare che il Day-Hospital garantisca un maggiore
successo terapeutico nei confronti di una cura ambulatoriale, certamente
meno costosa, e che tale successo sia sovrapponibile se non più
pieno e rispettoso della persona, come spero ho avuto modo di dimostrare,
rispetto un ricovero ospedaliero con costi che risultano essere abissalmente
più contenuti.
E ciò è ancora più evidente se per farmacoeconomia
si intendono non i costi materiali, ma il rapporto tra spesa per l'intervento
e ricavo in termini di salute, qualità della vita e prestazioni
socio-lavorative della persona in cura e del suo contesto familiare.
Auspico la realizzazione di studi improntati a questa prospettiva e,
probabilmente, ne realizzeremo anche con il nostro gruppo affinché
anche l'amministrazione pubblica si impegni ancora di più in
questa direzione. D'altra parte, in questi ultimi anni siamo passati
da una pratica del Day-Hospital, come presunto erogatore di cure migliori
(cioé si proponeva il Day-Hospital perché si aveva l'impressione
che così ci si potesse curare meglio), alla validazione scientifica
di questo assunto.
La terapia infusiva nel Day-Hospital dà modo di curare efficacemente
casi clinici che presentano difficoltà di resistenza alle cure
o di scadente compliance.
Per i casi di depressione ma anche di altri disturbi resistenti alle
cure per via orale, la terapia infusiva endovenosa si dimostra efficace.
Come abbiamo avuto modo di sottolineare lo stesso farmaco che, assunto
oralmente, non era efficace, introdotto con terapia infusiva può
innescare un processo di efficacia terapeutica che potrà essere
mantenuto dalla successiva terapia orale.
Tutti casi questi, in cui non è necessario il ricovero in ospedale;
la persona può rientrare a casa e svolgere le proprie attività
curandosi in Day-Hospital.
Molti casi di resistenza sono dovuti ad una scadente compliance e, come
abbiamo visto, una compliance assente, parziale o solo transitoria è
responsabile di molti casi di ricadute psicopatologiche. In questo senso
infatti, ogni servizio dovrebbe essere attivamente coinvolto nella gestione
della compliance ai trattamenti, operando per la riduzione degli effetti
collaterali, per l'adeguamento gradualmente dei dosaggi, per la semplificazione
del regime posologico dei farmaci. Nella nostra attività, abbiamo
posto particolare attenzione agli aspetti legati alla gestione psicosociale
del trattamento.
Grande attenzione infatti viene rivolta al favorire l'alleanza terapeutica
in una fase, quella iniziale del trattamento, dove la compliance è
estremamente fragile in ragione della latenza degli effetti soggettivi
benefici prodotti dalle cure. Questa è resa possibile dal contatto
quotidiano del paziente con i medici, dal monitoraggio clinico, dagli
interventi di ordine psicologico di supporto finalizzati al superamento
della critica fase acuta nella quale ancora non si possono apprezzare
i benefici delle cure farmacologiche.
Per il paziente anziano ad esempio, questi aspetti risultano davvero
determinanti per il buon esito di una cura. Allo stesso modo, riteniamo
importante organizzare gli aspetti logistici del trattamento. Spesso
infatti, anche le più piccole difficoltà di trasferimento
possono impedire l'accesso al trattamento o deteriorare la compliance.
I trasferimenti vengono, se necessario, organizzati impiegando risorse
assistenziali adeguate.
Come abbiamo visto, sono organizzati nell'ambito del Day-Hospital interventi
psicoeducazionali che coinvolgono attivamente il paziente ed i familiari
nel sistema di trattamento. È infatti dimostrata l'associazione
tra la partecipazione ai gruppi psicoeducazionali e la compliance del
paziente e questa partecipazione viene incoraggiata in particolare per
i casi più complessi.
Questi interventi hanno come scopo di dissipare le percezioni errate
riguardo la malattia, discutere sulla necessità delle cure, passare
in rassegna i precoci segni di allarme di una ricaduta. Attraverso questi
interventi di gruppo è possibile anche focalizzare le preoccupazioni
del paziente e della famiglia riguardo agli effetti collaterali, lo
stigma e gli aspetti logistici. Tutto questo modo di procedere è,
come abbiamo ripetuto più volte, un modo per garantire assieme
tecnica e cura. Occorre il costante richiamo al dettato "Ippocratico"
che vuole il medico filantropo, cioè amante del genere umano,
e filotecnico, cioè appassionato all'evoluzione delle tecniche
di cura, come di valutazione. E' questo un modo per qualificare la domanda,
qualificare l'intervento, qualificare il campo della cura psichiatrica.
Un campo che include non solo i medici e gli operatori del settore,
ma anche i pazienti, i familiari e le cure.
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