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Dipartimento di Salute Mentale di Castellammare di Stabia.
Coordinatrice: dott.ssa Emma D'Aietti.
Collaboratori: dott.ssa Colomba Parmentola, dott. Giuseppe
Martucci e dott. Michele Coppola.
"...ECCO, IO DI SOLITO MI SENTO COSI':
UNA MENTE E UN CORPO CHE SI
GUARDANO A DISTANZA,
SENZA MAI INCONTRARSI..."
Introduzione
La messa a punto di elaborati programmi di riabilitazione psicosociale
per il trattamento del malato mentale nasce da un concetto moderno di
utenza psichiatrica. Oggi, la figura del malato affetto da gravi disturbi
mentali non indica più un soggetto passivo e esclusivamente ricettivo
rispetto al medico e alla famiglia, bensì un partner, un "compagno
di viaggio" che può e deve interagire con la realtà
psicosociale di cui fa parte. Infatti, uno dei punti di forza dei moderni
programmi psicoeducativi mirati al recupero del malato mentale sta appunto
nel concepire il malato mentale come facente parte di un "insieme
relazionale" le cui dinamiche vanno opportunamente dirette verso
l'ottenimento del recupero di cui si è appena detto sopra. La
centralità del malato mentale è, quindi, importantissima,
ma va integrata con il ruolo sempre più crescente della famiglia
alla quale egli appartiene. I risultati degli studi permettono ormai
di considerare, pacificamente, la famiglia quale fattore avente un impatto
significativo sul corso della malattia psicotica. Perciò, l'orientamento
del setting psichiatrico si dirige verso l'analisi dei particolari equilibri
tra il malato e la famiglia al fine di recuperare le competenze sociali
del malato e di assicurare un valido supporto alla famiglia.
L'obiettivo del nostro studio è la riduzione delle disabilità
del paziente psicotico attraverso l'attuazione di interventi di tipo
farmacologico tesi al controllo della sintomatologia clinica e associati
ad interventi di tipo psicoterapeutico, individuale e familiare, e riabilitativo.
L'approccio psicoterapico utilizzato nel nostro studio è stato
quello di tipo sistemico-relazionale. La terapia sistemica o pragmatico-relazionale
parte dall'idea che tutte le volte che un "sistema" viene
portato lontano dal suo stato di equilibrio da un input proveniente
dall'interno o dall'esterno del sistema stesso si apre una fase caratterizzata
da un periodo di riorganizzazione del sistema incerto e aperto a imprevedibili
possibili sviluppi. In questa fase si inserisce l'operazione terapeutica,
operazione all'interno della quale la figura del terapeuta diventa uno
dei poli della comunicazione sistemica che è venuta a crearsi
e che è portatrice di una valenza terapeutica che non può
non essere che direttamente proporzionale alla preparazione e alle capacità
relazionale del terapeuta stesso. L'incontro di questi due sistemi,
quello del paziente e quello del terapeuta, crea un'area di contatto,
dove quest'ultimo introduce un'informazione che modifica il sistema
del paziente e del gruppo familiare di turno. L'informazione non è
mai, ovviamente, né completamente positiva, né completamente
negativa, ma dal paziente, generalmente, viene vissuta in una sola direzione
perché egli vi coglie le valenze per lui più significamente
emotive. In ogni caso, se la dissonanza creata dall'immissione dell'informazione
terapeutica si compone, si può da quel momento contare, per la
propria attività terapeutica, su nuove strutture sistemicamente
più consapevoli. Questi cambiamenti rimettono in discussioni
gli equilibri precedenti e ripropongono una nuova situazione tutta da
giocare non solo all'interno della relazione terapeuta-paziente, ma
anche all'interno e all'esterno del nucleo familiare del paziente. La
metafora del gioco è richiesta dal carattere interventista del
terapeuta che si configura come giocatore nel sistema paziente-famiglia
di cui si sta prendendo cura. In questo ambito qualsiasi mossa che ha
luogo in questo gioco di rapporti funzionali crea un dinamismo sistemico
che può risolversi all'interno dello stesso "gioco",
ma può anche richiedere un cambiamento di direzione e l'inaugurazione
di un nuovo "gioco" terapeutico. Evidentemente l'intelligenza
del terapeuta deve portarlo a cambiare "percorso" tutte le
volte che la situazione lo richieda e/o lo suggerisca.
Come modelli di riabilitazione psichiatrica ci si è attenuti
prevalentemente ai modelli psicoeducativi e a quelli dei Social Skill
Trainings. I modelli psicoeducativi sono derivati dall'applicazione
degli studi sulla cosiddetta expressed emotion. Le tecniche psicoeducative
sono finalizzate ad aumentare la consapevolezza dei familiari dei pazienti
sulla patologia, tendono a diminuire l'emotività espressa, a
migliorare la compliance farmacologia del paziente e dei familiari e
a ridurre le ricadute. I Social Skill Trainings si basano sulle teorie
correlate all'apprendimento e sul modello stress-vulnerabilità-coping-competence.
Essi vengono adottati per interpretare i fenomeni associati ai disturbi
mentali cronici e prevedono tecniche comportamentali. L'addestramento
dei malati con disabilità croniche, previsto dai programmi, ha
l'obiettivo di recuperare l'autonomia in un contesto sociale non protetto
e di individuare le risorse del contesto sociale. Questi programmi sono
adottati anche nei casi di singoli malati, di gruppi di malattie, di
gruppi di familiari. Inoltre, prevedono anche degli interventi per l'inserimento
lavorativo del malato. In definitiva, i risultati di questi programmi
sono efficaci sotto il profilo della riabilitazione psicosociale del
malato cronico; tuttavia vanno ancora ben definiti alcuni aspetti, quali,
la multifattorialità dei deficit sociali, l'eterogeneità
dei malati cronici ai quali questi programmi si rivolgono, la commistione
con altre procedure nell'ambito di un trattamento a lungo termine.
Dati dello studio
La molecola oggetto di studio è stata la "quetiapina".
Il reclutamento dei pazienti ha avuto luogo tra il 1 aprile e il 31
dicembre del 2002.
I pazienti reclutati nello studio sono stati in tutto 12 soggetti con
disturbi psicotici, di cui solo 9 sono ancora in terapia.
Dei dodici pazienti inclusi nello studio, 8 erano seguiti in regime
ambulatoriale e 4 erano ricoverati presso la SIR di Castellammare.
Di questi pazienti 7 sono donne e 5 uomini.
L'età media è di 40 anni.
La somministrazione del farmaco ha seguito il seguente schema di dosaggio,
con somministrazione per os, generalmente due volte al giorno, e con
il mantenimento a dosaggio invariato del precedente antipsicotico, se
presente, con una progressiva riduzione dello stesso solo dopo il raggiungimento
della dose prevista di "quetiapina".
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Giorno
|
1
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2
|
3
|
4
|
5
|
6
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7
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8
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Quetiapina 500 mg/die
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Mattino
|
25
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2*25
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100
|
100
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200
|
200
|
200
|
200
|
|
Sera
|
25
|
2*25
|
100
|
200
|
200
|
100+200
|
100+200
|
100+200
|
|
dose mg/die
|
50
|
100
|
200
|
300
|
400
|
500
|
500
|
500
|
Il dosaggio medio di "quetiapina" per i 9 pazienti inclusi
nello studio e ancora in trattamento è di 450 mg/die, in due
somministrazioni giornaliere.
L'efficacia del trattamento con quetiapina è stata valutata mediante:
a) Le scale per la valutazione dei sintomi positivi e dei sintomi negativi
(PANSS)
b) Scala di Valutazione del funzionamento sociale del paziente (GAF)
La tollerabilità del farmaco è stata valutata attraverso:
a) La scala di Simpson Angus per la valutazione degli effetti extrapiramidali;
b) Rilevazione in continuo degli Eventi Avversi.
Le suddette valutazioni sono state effettuate seguendo il seguente
schema:
SCHEMA DELLO STUDIO
|
VISITA BASALE
|
V1
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V2
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V3
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V4
|
V5
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V6
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V7
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SETTIMANE
|
0
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2
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4
|
8
|
16
|
24
|
36
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|
ABNAMNESI
|
+
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|
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|
ESAME FISICO
|
+
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PANSS
|
+
|
+
|
+
|
+
|
+
|
+
|
+
|
|
SAS
|
+
|
|
+
|
|
+
|
|
+
|
|
Eventi Avversi
|
|
+
|
+
|
+
|
+
|
+
|
+
|
|
GAP
|
+
|
|
|
|
+
|
|
+
|
Il drop-out dei tre pazienti che non hanno continuato la terapia, e
ai quali veniva somministrato un dosaggio medio di 350 mg, si è
verificato nelle prime quattro settimane di trattamento. A due di loro
è stato necessario far sospendere la terapia a causa dell'insorgenza
di ipotensione arteriosa persistente; il terzo ha sospeso la terapia
di propria e immotivata iniziativa e non per insorgenza di effetti collaterali
da attribuire direttamente alla "quetiapina".
I colloqui di psicoterapia individuale sono stati effettuati, in media,
tre-quattro volte al mese, mentre i colloqui con le famiglie dei pazienti
inclusi nello studio hanno avuto luogo con cadenza mensile.
I gruppi di riabilitazione psichiatrica hanno avuto una cadenza bisettimanale.
Conclusioni
Gli handicaps che la malattia mentale grave comporta sono di alta incidenza
sociale. La cronicità, quindi, che caratterizza la malattia solleva
l'emergenza di efficaci interventi multidirezionali progettati in sede
psichiatrica e finanziati in sede politico-amministrativa. Attualmente,
i programmi riabilitativi prevedono un inserimento sempre più
attivo delle famiglie dei malati nel circuito terapeutico permettendo
così un eventuale cambiamento positivo laddove l'alto carico
psicologico sopportato dalle famiglie può compromettere il funzionamento
delle abilità sociali del malato stesso. Tuttavia, non si deve
pensare che una terapia di sostegno psicosociale possa sostituirsi interamente
al trattamento farmacologico. Anzi, in futuro si dovrà insistere
particolarmente sullo sviluppo in questo settore poiché gli studi
dimostrano che una terapia riabilitativa ha la sua efficacia quando
è una terapia psicologica e farmacologica combinata, quando,
cioè, oltre i trattamenti psicosociali, è prevista nel
programma la somministrazione di farmaci atti a mantenere sotto controllo
il disturbo psicotico e quindi la ricaduta. Infatti, il controllo farmacologico
dei sintomi permette al malato di rispondere adeguatamente all'ambiente
e di recuperare le disabilità sociali attraverso delle strategie
riabilitative che ottimizzino le relazioni interpersonali e sociali
del malato. La questione dell'ottimizzazione delle funzioni sociali
implica una garanzia di lungo tempo in modo da creare un continuum tra
la riabilitazione lavorativa, i servizi psichiatrici e i servizi della
community (alloggio protetto, casa-famiglia e via di seguito). Tuttavia,
come la fissità può incrinare qualsiasi valente progetto
così l'assistenza globale e continuativa deve avvalersi di programmi
flessibili che, all'occorrenza, vengano rielaborati alla luce dei nuovi
bisogni del malato, i cosiddetti "livelli flessibili di intervento".
Dunque, una terapia di sostegno intermittente deve lasciar lo spazio
ad una prassi clinica che segua razionalmente l'hic et nunc e il continuum
della sofferenza del malato.
Nell'ambito delle attività di riabilitazione le prospettive future
sono legate alle tecniche di self-management della malattia, tecniche
che permettono al malato di riconoscere i sintomi di una ricaduta e
di collaborare efficacemente con il medico. Anzi, la combinazione di
assessment funzionale, di social skill trainings e di un supporto farmacologico
a basso dosaggio di neurolettici assieme ai nuovi farmaci antipsicotici
sembra la soluzione più adatta per ottenere progressi nel campo
della riabilitazione. Le tecniche di assessment funzionale, di social
learning, di assertive community treatment, di social skill trainings
devono essere ottimizzate per un efficace trattamento riabilitativo
che miri ad una pianificazione psicobiologica ed ambientale del malato
mentale. Inoltre, l'aspetto contraddittorio del case management deve
essere definito come uno strumento di organizzazione dei servizi e come
una garanzia dei bisogni del malato. Ma non bisogna dimenticare, infine,
il totale necessario coinvolgimento e la partecipazione delle famiglie
nei servizi e nella ricerca.
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