ETICA DEI MODELLI IN PSICHIATRIA

Gianfranco Buffardi

La scelta di un modello in psichiatria risponde, nella maggior parte dei casi, ad inclinazioni personali o a circostanze che hanno determinato nel singolo la preferenza per un approccio metodologico anziché un altro.
Non sempre il singolo è consapevole di operare una scelta; gran parte degli psichiatri accolgono come "scienza ufficiale" un intricato coacervo di psicopatologia, psicologia e clinica dal quale emerge, con significativa frequenza, un indirizzo metodologico che, di fatto, è la conseguenza di una scelta operata attraverso la consuetudine di studio del singolo.
L'esistenza sancita di una Psichiatria Ufficiale, per intenderci quella propugnata dal WHO e dalla APA attraverso le nomenclatura degli ICD e DSM, non determina in questa clinica la rigorosità che si rileva, invece, negli altri ambiti medici; la materia conoscitiva della psichiatria è troppo complessa, investendo campi delle scienze umane e delle scienze naturali così estremi da impedire una ragionevole mediazione tra i diversi approcci. Anche le scienze cognitive, che potrebbero risultare la base concettuale della psichiatria, faticano ancor oggi a trovare i canali di una giusta intermediazione con le diverse sfaccettature degli approcci clinici.
Vi è quindi alla base della clinica psichiatrica un problema epistemologico troppo ampio perché possa essere discusso nella sede di questo convegno, ma fondamentale per le conseguenze che ne derivano dal punto di vista etico.
Lo studio epistemologico dei modelli è anche uno studio etico del comportamento psichiatrico.

Quali sono le ricadute etiche delle scelte metodologiche?
Una necessaria premessa: la scarsa o nulla coscienza che accompagna la scelta di un modello metodologico da parte dello psichiatra, psicologo o psicoterapeuta, nel senso di cui sopra (il professionista, sovente, ha piena coscienza di aver prescelto un modello, ma ha poca coscienza di aver rifiutato gli altri approcci), impedisce una valutazione corretta dal punto di vista etico del proprio operato professionale.

Per renderci conto di quali ricadute etiche (meglio bio-etiche) nascano dalle scelte metodologiche dobbiamo considerare:
- il piano clinico
- il piano speculativo e della ricerca
- il piano sociale e politico
- il piano culturale

Nell'ambito del piano clinico la scelta influisce su:
- la presenza concreta di una "malattia", la sua riconoscibilità e condivisione da parte del clinico, della Persona colpita da essa, del mondo intorno a detta Persona (il Mitwelt);
- il tipo di rapporto tra paziente e terapeuta: l'Io-Tu, le circostanze in cui questo rapporto è esperito, le conseguenze sul mondo dell'altro;
- sulla diagnosi, la sua importanza, lo stigma che ad essa è legata, la necessità stessa della diagnosi o la sua caducità; e la diagnosi influisce anche
- sulla cura, strumento di azione comunque modificatrice dell'altro, strumento di potere dello psichiatra e, contemporaneamente, limite della sua possibilità di interazione con l'altro; la diagnosi e la cura influiscono
- sulla prognosi, in primis sull'ipotesi che sia possibile una prognosi, che gli strumenti di approccio metodologico consentano una previsione, verosimilmente coerente con le manifestazioni cliniche, a cui legare le progettualità della cura e dell'esistenza dell'altro;
- in questo senso, la scelta di un modello può modificare anche lo stigma, con cui intendo sia la considerazione e giudizio che "gli altri" hanno della Persona con le sue "circostanze" (nel senso proprio di Ortega y Gasset), sia la considerazione e giudizio della Persona stessa e del clinico.

Sul piano speculativo e della ricerca si pongono problemi comuni agli altri campi della bioetica e problemi precipui, intraducibili in altro linguaggio:
- se la scienza escluda o meno l'etica, certamente la clinica l'include: la ricerca scientifica psichiatrica, intervenendo sulle coscienze, può rinunciare all'etica? quale è il limite bioetico della ricerca nelle scienze cognitive?
- il problema heideggeriano dell'autoreferenzialità è superato dalla ricerca attuale o è solo aggirato?
- "Io sono gettato in una natura e la natura non appare solamente fuori di me, negli scritti senza storia, essa è visibile al centro della soggettività" (Merleau-Ponty): può la ricerca utilizzare sperimentalmente approcci diversi, biologici e psicologici, senza tema di alterare bioeticamente il risultato?

Il piano sociale e politico è fortemente presente nel quotidiano della psichiatria italiana ancor più da quando la psichiatria è stata trasformata in Salute Mentale; l'intervento sociale o gli approcci verso una psichiatria territoriale rispondono a logiche di modelli sociali o di politica sociale, quando non a modelli esistenziali. I punti bioeticamente complessi richiamano il problema dei piani di intervento:
- come coniugare libertà individuale e sicurezza sociale?
- la scelta metodologica, ad esempio, di avviare ad una formazione lavorativa le Persone affette da gravi patologie mentali, rispetta la libertà esistenziale del singolo?
- l'intervento familiare o relazionale in senso ampio, modifica la progettualità affettiva della Persona?
- quale limite politico deve porsi la salute mentale, nel senso dell'impatto con le scelte istituzionali che coinvolgano la popolazione in toto?

Sul piano culturale il discorso, se si vuole, è ancora più complesso:
- un noto testo di James Hillman, dal significativo titolo di "cent'anni di Psicoterapia e il mondo va sempre peggio", pone l'accento sull'attribuzione alla psicoterapia di un ruolo salvifico: quali conseguenze etiche di questa diffusa convinzione?
- la "invadenza" mass-mediatica di psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, ipnotisti, guaritori vari e quant'altro, senza alcuna corretta selezione delle opinioni espresse, determina una ricaduta sociale non indifferente (significativa l'angosciosa asserzione di un mio paziente: "Dottore, la televisione mi ha detto che mi dovrò suicidare!"); l'assenza di chiarezza sulla realtà diversificata dei modelli ingenera angosce e false convinzioni eticamente inaccettabili;
- la ricaduta culturale delle scelte politiche è immediatamente percepita come nuovo stigma.

Da quanto qui sommariamente segnalato appare evidente che la scelta di un modello, quindi, è una scelta etica.
La ricerca bio-etica in psichiatria ha incentrato sinora l'attenzione solo sui comportamenti del singolo operatore, della società, del paziente o della famiglia; in quest'ottica l'etica psichiatrica ha stigmatizzato i comportamenti che risultassero, di volta in volta, devianti, controproducenti, invalidanti o quei comportamenti che derivassero da un cattivo uso degli strumenti clinici o terapeutici, a prescindere dal reale danno al paziente o alla società.
Restano, pertanto, scarsamente considerati gli altri risvolti etici: una diagnosi posta nei termini del DSM IV TR, una terapia analiticamente orientata, la possibilità di intervenire con un farmaco sedativo, il riconoscimento stesso dell'handicap sono atti complessi che si inscrivono in metodologie derivate da modelli forti e conclamati che implicano le scelte etiche prima accennate.


ALCUNI ESEMPI:

Una giovane donna è affetta da Disturbo Delirante; la sua capacità di interagire con il sociale è conservata, il suo delirio è sottaciuto: lo riconoscono solo i genitori e lo psichiatria che la segue quale paziente di una psicoterapia di gruppo per 3 anni; la scelta metodologica operata dallo psichiatra è rigidamente psicoterapica. Al termine dei 3 anni la giovane sospende la terapia; il delirio permane florido: resta incinta, il delirio si rafforza, particolarmente quando nasce il bimbo: la donna si sente perseguitata, crede che il bambino sia uno strumento per il suo controllo ed il perdurare della persecuzione: la giovane donna uccide il suo bambino. La scelta metodologica dello psichiatra è da mettere sotto accusa?

Una signora intraprende una psicoterapia analiticamente orientata; su consiglio di amici consulta anche uno psichiatra che individua una Distimia, probabilmente sensibile alle terapie specifiche: la prescrizione farmacologica viene disattesa dalla paziente perché spinta in tal senso dallo psicanalista, che ha individuato un profondo conflitto intrapsichico con la figura paterna; l'eventuale sollecitazione chimica danneggerebbe il prosieguo del lavoro analitico. La sintomatologia della paziente si aggrava, il marito, in disaccordo con l'abbandono della terapia farmacologia, decide di divorziare; la paziente precipita in una profonda angoscia, manifesta un delirio di rovina, tenta il suicidio. La diagnosi psichiatrica è di Episodio Depressivo Maggiore (Sindrome di Cotard), lo psicanalista vi legge una naturale evoluzione della grave situazione conflittuale con il trasferimento dell'angoscia dell'abbandono dal padre al marito. Ravvediamo un problema etico nel comportamento dei due professionisti? Il modello prescelto ha influito sull'esito della vicenda?

Un professionista affermato si rivolge ad uno psichiatra per una sintomatologia caratterizzata da umore depresso, ansia, tendenza all'autoisolamento; il clinico diagnostica una grave Distimia ed indica una corposa terapia farmacologica, sconsigliando di seguire fumose psicoterapie. La terapia farmacologia, ancorché assunta con scrupolosità, determina un miglioramento della sintomatologia depressiva ma riduce fortemente la capacità cognitiva: conseguenza, la perdita di importanti lavori, il danno economico ed un ripresentarsi di angosce e paure relative al nuovo fallimento.


IPOTESI DI LAVORO

In un'ottica di ricerca strategica la bioetica deve studiare i modelli per inquadrare gli atti sequenziali, i comportamenti, le scelte, quelli corretti come quelli devianti, in quanto essa può orientare gli interventi determinando l'integrazione attraverso alcuni fondamentali comportamenti riconosciuti da più modelli e favorendo, così, anche l'integrazione terapeutica.

Considerando la bioetica quale area di ricerca che può differenziarsi in una ricerca pura ed una ricerca strategica e valutandone l'applicabilità alle scienze cognitive, quale ricerca pura, ed alla psichiatria clinica, quale ricerca di base, derivo che:
- le scienze cognitive devono aprire spazi di integrazione etica con:
o l'epistemologia dei modelli
o la clinica
nell'ottica di un progetto di paradigma universale, quale insito nella loro disciplina, che includa i modelli che non si siano autoconfutati;
- l'etica psichiatrica deve:
o continuare il lavoro di tipizzazione e controllo dei comportamenti scorretti del singolo e dei gruppi;
o deve aprire un nuovo ed ampio campo sui comportamenti consolidati;
o deve studiare gli aspetti epistemologici dei modelli per coglierne la ricaduta bio-etica;
- la psichiatria clinica:
o deve trovare un punto di accordo univoco sulla correttezza etica di alcuni comportamenti
o deve favorire l'integrazione tra i diversi modelli; è uno strumento di integrazione che avvicinerebbe i diversi modelli;
- i singoli modelli:
o devono favorire le scelte interne che favoriscano il costante approssimarsi ad un comportamento etico corretto e condiviso;
o in quest'ottica, devono confinare le rigorosità al campo della propria ricerca speculativa di base, quando non implichi le Persone e ridurle drasticamente nel campo applicativo e clinico.

Al termine di queste riflessioni mi sembra opportuno sottolineare come alcuni modelli emergenti siano pensati nel rispetto di quanto qui segnalato; in particolare mi riferisco al modello c.d. neo-esistenziale che risulta essere un catalizzatore per l'integrazione, favorendo l'aggregazione di modelli anche molto distanti tra loro, e operando in un'ottica di rispetto per la Persona nel campo clinico, in quello speculativo nel porsi in una condizione di generatore di continui programmi di ricerca, confutabili o integrabili.

 

S.T.I.P. Presidente Gianfranco Buffardi,Tesoriere Giovanni Barbato,Direttore Scientifico Dante De Santis,
Consiglieri: Maria Rosaria Vigliotta, Titti Cocilovo, Lugi Di Nardo, Bruno Valente