APPROCCIO PSICOTERAPEUTICO AD ORIENTAMENTO AUTOGENO.
Indirizzo scientifico-culturale e fondamenti metodologici.

Ferdinando Brancaleone

1. I presupposti teorico-metodologici della psicoterapia autogena sono da ricondurre alle ricerche ed agli studi, effettuati tra la fine del diciannovesimo e gli inizi del ventesimo secolo, da eminenti studiosi, quali il neurofisiopatologo Oskar Vogt ed il neuropsichiatra Johannes Heinrich Schultz. Dal 1932, anno in cui J.H. Shultz pubblicò la sua fondamentale monografia "Das Autogene Training"(1), l'approccio autogeno, inizialmente conosciuto ed applicato prevalentemente nei Paesi di lingua tedesca, si è ampiamente diffuso in Europa, come in Asia ed in America, tanto che in letteratura oggi si conta una rilevante massa di voci riguardanti i vari aspetti, sia teorici che clinico-applicativi, della psicoterapia autogena. Eppure, in Italia, come affermava già nel 1976 il Prof. Luigi Peresson, docente di Psi-coterapia presso l'Università degli Studi di Trieste, tale approccio psicoterapeutico "[...] è scarsamente e, quel che è peggio, malamente conosciuto e per di più attuato solitamente in modi scorretti. Non solo: la sua volgarizzazione in questi ultimissimi anni ne ha travisato presso il grosso pubblico l'autentico significato scientifico, riducendo la tecnica a semplici e banali esercitazioni di rilassamento"(2). Per converso, negli Stati Uniti, già dal 1975 Robert A. Harper, nel suo volume "The New Psychotherapies" definiva l'approccio autogeno come un modo di impostare la psicotera-pia molto "raffinato", "scientificamente fondato" e "tecnicamente complesso"(3). A fronte della enorme diffusione del metodo autogeno, come afferma Luciano Masi, profondo studioso dell'argomento, "[...] non c'è stata, però, un'analoga espansione della consapevolezza delle sue reali caratteristiche scientifiche, dei suoi fondamentali principi teorici e di tutte le implicazioni culturali e sociali che all'applicazione di esso sono legate"(4).

2. Le basi del sistema teorico sottostante all'approccio autogeno sono da ricercare, oltre che in J.H. Schultz, in alcuni dei suoi più esimi allievi e collaboratori, ed in ispecie in E. Kretschmer, W. Luthe, H. Wallnofer e T. Bazzi. Tale sistema teorico si fonda sulla concezione della personalità umana come un complesso altamente integrato, in cui elementi psichici e biologico-costituzionali risultano profondamente interconnessi e quindi inscindibili (5).
E. Kretschmer, ad esempio, nel delineare la 'legge psicofisica', su cui pose le basi della propria caratterologia, affermava: "La regolazione del tono della muscolatura volontaria, quella del sistema neurovegetativo e quella della timopsiche sono tra loro strettamente interdipendenti e sono l'espressione di una tipologia costituzionale"(6). Da tale presupposto nacquero, poi, i fondamentali studi di Kretschmer sulle costituzioni morfologiche, sottese a specifiche tendenze temperamentali, potenzialmente orientate verso specifiche patologie, che confluirono nella sua famosa tipologia caratteriologica (7). Un punto cardine, in tale ambito concettuale, è rappresentato dal concetto di "Tiefenperson" (traducibile, solo approssimativamente, con "Personalità Profonda"). Attraverso tale termine ci si riferisce ad una "[...] dimensione psichica rudimentale, strettamente connessa all'attività neurovegetativa e ormonale, e strutturante 'orientamenti' e 'tendenze' che, in determinate situazioni , possono anche portare a sbocchi disadattivi"(8). La Tiefenperson consta di due fondamentali 'meccanismi psicofisiologici', che Kretschmer denomina, rispettivamente, "iponoici" ed "ipobulici"(9). I meccanismi iponoici attivano tutte le forme di conoscenza e di apprendimento che hanno luogo al di sotto del livello di consapevolezza conscia: essi "aggirano" la razionalità logica ed il linguaggio nel suo specifico significato referenziale. " [...] Si tratta, quindi, di 'informazioni' continue che la Tiefenperson riceve in forma subliminale attraverso il linguaggio delle emozioni, delle comunicazioni espressive, delle suggestioni, delle immagini visive o di altro genere, delle fantasie, dei sogni: quel linguaggio che si rivolge all'individuo 'decorticato', che ha allentato cioè temporaneamente il potere dei 'filtri' del pensiero normalmente usato, per servirsi di uno più arcaico e più idoneo ad arrivare agli stati profondi della personalità"(10). I meccanismi ipobulici, da parte loro, attivano tutte le modalità di reazione, strutturate al di fuori dell'intenzione volontaria, sulla base degli apprendimenti acquisiti iponoicamente. Qualora apprendimenti subliminali (iponoici) contrastino con fondamentali ed autentiche esigenze biologiche, possono svilupparsi tendenze comportamentali disadattive, operanti al di sotto ed al di là delle intenzioni coscienti e volontarie (ipobuliche). Giacché la Tiefenperson è da considerare "[...] un livello di attività psichica primitivo, che si fonde con quello fisiologico" (11), le peculiari tendenze ipobuliche che nella Tiefenperson prendono forma risultano, per così dire, 'plasmate' dalla secrezione ormonale nonché dall'assetto del sistema neurovegetativo, strettamente interagenti con gli apprendimenti iponoici sedimentati; in altri termini, la Tiefenperson, nelle sue specifiche manifestazioni ipobuliche, risente di una serie di complessi fattori ed influssi di natura endogena, esogena, organica e psicogena. Nell'ordine delle considerazioni sopra riportate, quindi, si può affermare che le caratteristiche e le tendenze tipiche della Tiefenperson sono di multiforme tipologia e di origine plurifattoriale, costituendo la base ed il fondamento "[...] delle disposizioni affettive, delle reazioni comportamentali, degli atteggiamenti conoscitivi, difensivi e adattivi, cioè di tutto quel complesso di strutture che costituisce la personalità" (12). Secondo tale ottica, le nevrosi nascono dal contrasto tra i 'radicali biologici' (caratteristiche e bisogni costituzionali di ogni singolo individuo) e l'organizzazione comportamentale 'ipobulica' (quando sia con essi incongrua), ampiamente influenzata dagli apprendimenti 'iponoici', oltre che dai "messaggi" biologici, a prevalente azione neurovegetativa ed ormonale. Ne consegue che la psicoterapia, secondo la tipica concezione di E. Kretschmer, deve prefiggersi, come obiettivo primario, un adeguato accesso alla Tiefenperson, 'substrato primario' paragonabile ad una sorta di 'inconscio psicosomatico', intimamente interconnesso con la biotipologia dell'individuo, per operare poi in due fondamentali direzioni, che prevedono, in sostanza, un'azione volta a: - incidere sul corredo di informazioni 'erronee' della Tiefenperson [intervento sui radicali iponoici]; - modificare le incongrue tendenze profonde che dalle prime si sono andate strutturando [intervento sui radicali ipobulici] (13).

3. Spetta al Prof. Tullio Bazzi, che seguì i corsi di Kretschmer a Tubinga, ed al suo 'allievo', Prof. Luigi Peresson, il merito di aver dato al metodo psicoterapeutico, fondato sui presupposti teorici sopra esposti, la chiarezza ed il rigore concettuale di cui abbisognava. A livello di ricostruzione storica, secondo i sopracitati Bazzi e Peresson, le origini dell'approccio terapeutico autogeno "[...] risalgono agli studi che il neurofisiopatologo Oskar Vogt andava conducendo tra il 1894 e il 1903 sul sonno e sui fenomeni fisiologici ad esso connessi" (14). Johannes Heinrich Schultz, il futuro ideatore della Psicoterapia Autogena, ai primi del '900, leggendo i lavori di Vogt, all'epoca in cui lavorava presso la clinica medica di Richard Stern, incrementò il proprio interesse per un settore che l'aveva affascinato sin dall'epoca dei suoi studi universitari di medicina: appurare le caratteristiche di quel complesso fenomeno psicofisiologico, denominato 'ipnosi', che tanti aspetti pareva avere in comune con il sonno. L'orientamento e le ricerche di J.H. Schultz, attento conoscitore della Psicoanalisi a cui si era sottoposto per tre anni, si avvalsero, quindi, della personale conoscenza delle due principali tendenze psicoterapeutiche del tempo: quella 'ipnotico-neuro-fisiologica' e quella 'psicoanalitica', mutuata dall'orientamento catartico di Breuer. Il 1924, anno in cui Schultz si trasferisce a Berlino, segna l'incontro personale con Vogt (già conosciuto, per altro, nel 1905 presso la Clinica Medica dell'Università di Breslavia) ed il saldarsi di un'amicizia tra i due scienziati, che durerà per tutta la vita. Tale evento permise a Schultz di meglio chiarire le ricerche di Vogt, nonché di valutare direttamente le caratteristiche dell'approccio terapeutico da Vogt denominato "metodo frazionato" o "ipnosi frazionata". In sostanza, Vogt aveva messo a punto un metodo, attraverso cui tendeva a riprodurre ed indurre una sorta di "sonno artificiale", mediante la creazione del tipico contesto 'naturale' attraverso cui si avvia il processo dell'addormentarsi: eliminazione degli stimoli acustici disturbanti, riduzione dell'illuminazione, temperatura confortevole, posizione orizzontale di distensione e rilassamento, chiusura degli occhi; elementi tutti, "[...] che portavano ad una diminuzione di eccitabilità nervosa ed inducevano alla distensione ed al riposo" (15). La realizzazione del "sonno artificiale" veniva facilitata, inoltre, da stimoli verbali del terapeuta, che suggerivano "calma" e "confortevole rilassamento". A mano a mano che il paziente apprendeva, con l'aiuto del terapeuta, a sperimentare questo "sonno profilattico ipnotico", Vogt lo incoraggiava a raggiungere una progressiva indipendenza dal terapeuta, invitandolo a praticare da solo, durante l'arco della giornata, quelle che egli denominò "pause profilattiche". Attraverso l'applicazione di tale metodica, Vogt poté constatare che molti dei suoi pazienti nevrotici riuscivano a determinare autonomamente la deconnessione propria dello stato ipnotico, conseguendo positivi risultati di distensione, calma e recupero di energia, nonché un notevole aumento delle capacità di auto-osservazione psicologica.

4. E' a partire dal "metodo frazionato" di O. Vogt, che J.H. Schultz costruirà il suo metodo, da lui in seguito denominato "Training Autogeno"(sigla: T.A.), che costituirà il presupposto della complessa ed articolata impalcatura della Psicoterapia ad orientamento autogeno. Afferma, a tal proposito, il Prof. Luigi Peresson: "Dal metodo frazionato di Vogt, Schultz coglie alcuni momenti che ritroviamo pressoché identici nel T.A.: così la creazione dell'ambiente adatto per l'esecuzione degli esercizi, la postura per ridurre al minimo gli stimoli afferenti ed efferenti, la ripetizione delle formule, il principio dell'allenamento, ecc. Ma tra le due tecniche, a parte la diversa progressione dell'esecuzione, c'è un divario sostanziale. Esso è rappresentato proprio da quell'elemento autogeno che nel metodo di Vogt, così fortemente impregnato di fattori eterosuggestivi propri dell'ipnosi, non si ritrova per nulla. Diremo, anzi, che la chiave per comprendere a fondo il T.A. è rappresentata da quell'aspetto e non da altri: dal fatto cioè che il Training si genera da sé" (16). E' opportuno, a questo punto, richiamare sinteticamente alcuni concetti fondamentali relativi alla Psicoterapia Autogena, così come fu da J.H. Schultz concepita e messa a punto, al fine di meglio comprenderne la sua attuale evoluzione.

 

 

 

S.T.I.P. Presidente Gianfranco Buffardi,Tesoriere Giovanni Barbato,Direttore Scientifico Dante De Santis,
Consiglieri: Maria Rosaria Vigliotta, Titti Cocilovo, Lugi Di Nardo, Bruno Valente