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“ Rompere il silenzio…”
Abuso sessuale e strategie di risposta
Maria Grazia Campa
Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica
“ Le ferite lasciate da un abuso
durante l’infanzia
lasciano una traccia indelebile
che condiziona inevitabilmente
le scelte o il modo di vivere futuro.
Sono storie di perdite precoci:
la perdita dell’innocenza,
dell’infanzia, dell’amore
e delle illusioni.
Il sesso fra un adulto
ed un bambino comporta quasi
sempre la brutalità emotiva
e fisica;
è un crimine che mutila e storpia
per tutta la vita…”
(Stein, 1987)
I maltrattamenti e le violenze sui bambini ed adolescenti
sono sempre esistiti, ma solo in tempi recenti si è preso consapevolezza
della gravità del fenomeno “abuso”.
Esistono una “cecità” ed una “sordità”
sociali che tendono a non far vedere i fatti, minimizzare la realtà:
“in fin dei conti è soltanto un bambino”. Si può
dedurre che il potere sociale degli adulti abbia ostacolato, inibito
e rallentato la conoscenza e l’accettazione della realtà
degli abusi.
Spesso si è increduli davanti a notizie dolorose che riguardano
questo tema, si stenta a credere e a legittimarne l’esistenza.
Non esiste contesto che non sia stato testimone di questi fatti: la
famiglia, la scuola, l’oratorio, la strada…
Nell’80 per cento dei casi il bambino conosce il suo abusante
e nel 60 per cento delle volte la violenza si consuma in casa ed ha
conseguenze ancora più traumatiche perché nasce da una
relazione di fiducia che viene tradita.
Numerose ricerche mostrano come la violenza e quindi l’abuso siano
legati essenzialmente a 3 fattori: sociali, familiari e individuali
(Montecchi, 1998).
La violenza è, inoltre, legata a variabili strutturali, come
le precarie condizioni socio-economiche e culturali delle famiglie,
le separazioni coniugali, la degradazione territoriale…
Ad un bambino che ha subito violenza gli viene tolta, “strappata”,
una buona parte del processo di crescita che non potrà mai più
recuperare.
Il bambino subisce un trauma devastante, al quale si va poi ad aggiungere
l’intervento del dopo abuso, quando verrà interrogato più
e più volte dai genitori, dagli insegnanti, dalla polizia…
Aggiungendo a tutto questo l’aggravante che in molti casi l’autore
dell’abuso è proprio un genitore, per cui chi di dovere
nella tutela del minore provvederà anche ad allontanare il bambino
dal nucleo familiare affidandolo ad un centro di accoglienza.
Tutto viene condotto su un bambino, sempre e soltanto su un bambino.
L’abuso sessuale comprende tutte le pratiche manifeste e mascherate
a cui vengono sottoposti i bambini per coinvolgerli in attività
sessuali.
Secondo il Child Protection Council in Quinn:
”L’abuso sessuale è l’implicazione di un bambino
o adolescente in un’attività con un adulto o una persona
più grande di lui, nella quale il bambino o la persona giovane,
è usata come un oggetto sessuale per la gratificazione dei bisogni
e dei desideri dell’adulto e nella quale il bambino è in
difficoltà per la dissimetria di potere che esiste nella relazione”
Uno dei motivi più comuni ed evidenti per cui i bambini non riescono
a rilevare la violenza subita è la paura.
Il bambino che è vittima di abuso sessuale non solo teme ripercussioni
fisiche, ma anche la perdita potenziale dell’ambiente familiare
e/o dell’amore e delle attenzioni da parte del genitore che non
gli fa del male.
Le vittime di abuso sessuale spesso sentono la vergogna o i sensi di
colpa e trovano poche occasioni sicure per rivelare la loro vittimizzazione.
Anche l’ignoranza dei confini personali e dei contatti fisici
appropriati, specialmente nei bambini piccoli, favorisce il silenzio
del bambino o una rivelazione tardiva.
Va anche notato che alcuni aggressori sessuali, invece di ricorrere
alle minacce, si procurano l’acquiescenza e il silenzio del bambino
mediante doni e/o speciali privilegi.
Secondo Sgroi gli individui che abusano dei bambini non sembrano primariamente
motivati da un desiderio sessuale, quanto piuttosto da problemi di potere.
Tutti i comportamenti sessuali sono accompagnati da motivazioni non
sessuali, quali: bisogno d’affetto, di conferma, di considerazione.
Coulborn Faller (1989) nel suo studio sull’abusante,
attuato attraverso interviste semi-strutturate, evidenzia diversi comportamenti:
ü esiste una categoria che è caratterizzata dalla presenza
di comportamenti sessuali atipici e dall’assenza delle attività
sessuali tipiche.
Frequentemente è espressione d’inibizioni e si presenta
in forma compulsiva. Nella storia soggettiva troviamo esperienze d’abuso
o una famiglia abusante;
ü un’altra categoria presenta, nella storia personale, esperienze
d’implicazioni sessuali con persone più giovani o più
vecchie. Mentre le relazioni sessuali con i più giovani sono
chiaramente identificate come attrazione sessuale, la relazione con
le persone più adulte rappresenta bisogni di relazione con figure
parenterali che si prendano cura di lui;
ü un altro tipo è definito da un comportamento sessuale
promiscuo. Per alcuni c’è l’interesse sessuale, ove
il sesso, per molti di questi, è un modo di relazionarsi;
ü un gruppo racchiude comportamenti bizzarri e pratiche sessuali
inusuali. A volte in relazione a regressione, altre volte, a deviazioni
sessuali (coprofagia, travestitismo, alcune pratiche omosessuali, feticismo,
zoofilia…);
ü un altro gruppo presenta violenza, esibizionismo, voyeurismo,
telefonate oscene, sfruttamento sessuale d’adulti o bambini;
ü un’ultima categoria include gli individui che non hanno
nessun’attività sessuale adulta.
Spesso si sentono inadeguati rispetto a una relazione matura e si rifugiano
nella relazione sessuale con un bambino.
L’autore sostiene che molti negano d’aver
abusato e ritengono che il bambino menta, altri non si rendono conto
del danno che hanno provocato al bambino.
Il modo in cui l’abusante risponde può essere predittivo
rispetto alla prognosi.
Se l’abusante descrive la sua vittima in termini negativi, la
sua prognosi è negativa e il suo approccio suggerisce un povero
funzionamento del super-io.
Se egli riesce a trovare spiegazioni di fronte al comportamento del
bambino o a non descrivere il bambino in termini solo negativi, potrà
arrivare a provare la colpa, ad accettare la sua responsabilità
e a sperimentare preoccupazione verso il bambino, le sue risposte indicheranno
un buon funzionamento super-egoico e la sua prognosi sarà migliore”
(ibidem).
Malacrea (1998) riporta, come meccanismi di difesa costantemente presenti
nell’abusante, la negazione e la mancanza d’empatia.
Nella violenza verso i bambini l’abusante, per legittimare la
sua azione, sostiene che è stato il bambino a provocarlo, che
è lui che l’ha voluto.
La vittima di abuso sessuale, invece, oltre a sentire sgretolarsi l’immagine
di sé, sotto il peso dell’esperienza traumatica, vive anche
il timore che la propria immagine visibile all’esterno sia svilita;
la paura cioè di diventare lo zimbello del paese d’origine,
che il suo segreto venga conosciuto: allargamento a macchia d’olio
del vissuto di stigmatizzazione, proiettato dal mondo interno sul grande
schermo del mondo esterno, ma anche triste stato di fatto, se si pensa
alle reazioni che suscita anche nelle persone migliori l’apprendere
che chi ci sta vicino è stato vittima di abuso (Finkelhor, Browne,
1985).
Da qui nasce la necessità per la piccola vittima di “mantenere
il segreto”.
Sfortunatamente, il primo ed ovvio effetto del segreto è consentire
all’abuso di iniziare e perpetuarsi nel tempo senza che vengano
suscitati quegli interventi esterni che vi metterebbero fine.
Più in generale il segreto si configura come una barriera protettiva
che impedisce persino di guardare se stessi e di comunicare in proposito.
Va notato che il ritardo con cui solitamente vengono riferiti gli abusi
sessuali infantili provoca negli adolescenti disturbi affettivi cronici
e problemi del comportamento.
I bambini possono pure attirare l’attenzione dei professionisti
per il loro comportamento sessualmente reattivo.
I bambini con anamnesi di traumi, compresa la vittimizzazione sessuale,
possono presentare sintomi associati ad una diagnosi di disturbi di
stress post-traumatico (Post- Traumatic Stress Disorder – PTSD).
Le esperienze subite, sotto forma di immagini, emozioni, sensazioni
fisiche, parole, suoni, odori, sapori, incubi notturni, possono ritornare
frequentemente alla mente della persona abusata, insieme ad emozioni
fortemente disturbanti come depressione, ansia angoscia, irritabilità,
panico o rabbia.
Nei bambini i ricordi tendono a ripresentarsi sotto forma di incubi
popolati da mostri e nel ripetere- attraverso il gioco o il disegno-
qualche elemento saliente dei fatti accaduti.
I comportamenti che si incrementano in modo specifico nei bambini che
hanno subito un abuso sessuale comprendono eccessiva masturbazione,
vittimizzazione sessuale di un altro bambino e promiscuità.
Gli abusanti in genere, minacciano di ulteriori danni o di morte il
bambino, o un animale a cui è affezionato, o una persona a lui
cara, se comunicherà quanto gli è stato fatto. In molti
casi, la capacità di mettere sulla carta ciò che è
successo sembra aggirare le angosce interne e l’ingiunzione di
non dire a nessuno ciò che si è verificato e permette
al bambino abusato di “comunicare” in un altro modo più
sicuro.
L’abuso non può essere individuato con sicurezza sulla
base di un disegno e neppure di più disegni ma può essere
un buon indicatore.
Quando le persone sono state vittime di abusi, l’impatto di ciò
si rifletterà nella loro mappa degli aspetti. Le mappe non saranno
in grado di funzionare in modo integrato perché uno o più
aspetti di sé sono stati danneggiati e pertanto esse non possono
progredire in modo mirato, equilibrato, coeso.
E’ stata realizzata una lista che raccoglie gli studi condotti
nel 1988 dalla dr.ssa Spring su 8000 disegni ideati da soggetti adulti
che nell’infanzia hanno subito abusi.
Tendenze principali e indicatori correlati all’abuso ricorrenti
nelle creazioni artistiche infantili
v Contengono un notevole uso di occhi estrapolati dal corpo (adulti)
e oggetti a forma di cuneo (adulti).
v Mostrano esagerazioni sia nel colore che nel contenuto; possono essere
più intensi, possono essere evitati.
v Esibiscono in primo luogo caratteristiche di frammentazione, separazione
e confusione, a dimostrazione del grado di inadeguatezza.
v Esprimono molti aspetti angolosi nella composizione, ma includono
anche molti cerchi che non sono a forma di occhio.
v Lo stile tende ad essere inconsistente, fluttuante dall’uso
passivo a quello aggressivo del materiale e delle forme.
v Esprimono sentimenti intensi che consistono in rabbia e tristezza,
depressione e confusione, impotenza e ineluttabilità, minaccia
e paura, così come mancanza di controllo.
v Dimostrano un’assenza del senso del futuro e di piacere di vivere,
così come incapacità a risolvere i problemi.
v Rivelano una confusione generale circa la vita, ideazioni suicidarie,
distacco, incapacità a concentrarsi o comprendere il
loro stato emotivo, che è espresso verbalmente come una inadeguatezza
nel tentare di risolvere i problemi.
v Rivelano corpi frammentati, occhi e genitali estrapolati dal corpo,
figure umane disegnate in modo primitivo e altre forme che indicano
regressione a uno stadio di sviluppo precedente.
v Le vittime tendono a incentrare i loro disegni sul passato e i suoi
loro sentimenti legati alle esperienze traumatiche, ricordate o meno;
i bambini si concentrano su relazioni sgradevoli.
v Le vittime usano in modo consistente il rosso o il nero o una combinazione
dei due nello stesso disegno, in vari gradi di intensità e in
diverse configurazioni. Usano colori verdi giallognoli in modo meno
frequente di persone non vittime di abusi, ma usano il giallo con circa
la stessa frequenza.
(Spring, 1993)
Tutte le forme di abuso, maggiormente quelle che avvengono
all’interno di relazioni affettive significative, sviluppano nel
bambino sentimenti di paura, confusione e disorientamento.
Finkelhor e Browne (Genta, Tartabini, 1991) propongono un modello, basato
sull’effetto di quattro variabili, nella dinamica del trauma.
Le quattro dinamiche traumatogene sono:
Ø sessualizzazione traumatica;
Ø tradimento;
Ø indebolimento o impotenza;
Ø stigmatizzazione.
Queste dinamiche alterano l’orientamento cognitivo ed emozionale
del mondo del bambino e creano il trauma distorcendo il concetto del
Sé del bambino, il suo modo di vedere le cose e le sue capacità
affettive.
La sessualizzazione traumatica può presentarsi quando un bambino
è ripetutamente ricompensato da un offensore, per il suo comportamento
sessuale. Accade attraverso lo scambio di affetto, attenzione, privilegi,
e regali per il suo comportamento sessuale che un bambino impari ad
usarlo come una strategia per manipolare gli altri e soddisfare una
gran varietà di bisogni inappropriati. Capita quando certe parti
del corpo del bambino vengono feticizzate e gli sia data un’importanza
e significati distorti.
Il tradimento si riferisce alla dinamica attraverso la quale i bambini
scoprono che qualcuno del quale erano totalmente dipendenti ha causato
loro un danno.
L’indebolimento o impotenza o ciò che potrebbe essere chiamato
impoverimento, la dinamica di rendere la vittima impoverita, si riferisce
al processo nel quale il bambino, la volontà del bambino, i desideri
e il senso di efficacia sono continuamente contravvenuti.
E’ stato teorizzato che, un basilare tipo di indebolimento avviene
nell’abuso sessuale quando il territorio e lo spazio corporeo
del bambino sono ripetutamente invasi contro la volontà del bambino
stesso. L’indebolimento si rinforza quando i bambini vedono i
loro tentativi di impedire l’abuso frustrati. Aumenta quando i
bambini hanno paura e sono incapaci di farsi capire e credere dagli
adulti su quello che sta succedendo, o realizzare come le condizioni
di dipendenza li hanno intrappolati in quella situazione.
La stigmatizzazione è la dinamica finale e si riferisce a delle
connotazioni negative – es. cattiveria, vergogna e senso di colpa
– che vengono trasmesse al bambino in base alle esperienze e poi
incorporate nella sua concezione dell’immagine che ha di sé.
La stigmatizzazione è rinforzata dalle attitudini che la vittima
inferisce o che ascolta dalle altre persone della famiglia o della comunità;
ma viene anche rinforzata se, dopo la rivelazione, le persone reagiscono
con shock isteria, o incolpando il bambino per ciò che è
venuto alla luce.
Finkelhor e Browne (Genta, Tartabini, 1991) propongono
un modello in cui evidenziano le conseguenze problematiche connesse
a ciascuna delle quattro dinamiche traumatogene su descritte.
In conseguenza alla sessualizzazione traumatica si è dimostrato
che l’abuso e la molestia producono frequentemente problemi sessuali
come anorgasmia (difficoltà o impossibilità a raggiungere
l’orgasmo), vaginismo, difficoltà a lasciarsi andare, assenza
di sensazioni piacevoli o presenza di sensazioni piacevoli assieme a
quelle spiacevoli, sensi di colpa e di inadeguatezza eccessivi, sensazione
di essere indegni o “sporchi”, assenza di desiderio, disturbi
dell’eccitazione…
Le conseguenze connesse alla dinamica del tradimento sono maggiori quando
l’abuso sessuale viene commesso all’interno dell’ambiente
familiare. Frequentemente le vittime possono pensare che, se si sono
subite cose così gravi dai propri familiari, certamente delle
persone non ci si può fidare.
Questo può portare ad una profonda sfiducia nei confronti della
gente e/o attuare un comportamento aggressivo o manipolatorio, soprattutto
nei confronti delle persone dello stesso sesso dell’abusante.
Dalla dinamica dell’impotenza scaturiscono frequentemente problemi
d’ansia e depressione che talvolta possono insorgere fin dall’infanzia,
diventando parte dell’individuo, tanto da ritenere di non poter
essere fatto diversamente. Connessi più strettamente al corpo
sono emersi fra le vittime di abusi sessuali problemi psicosomatici,
disturbi del comportamento alimentare, auto-mutilazione, abuso di alcool,
farmaci e di sostanze.
Per quanto riguarda la stigmatizzazione è opportuno innanzitutto
sottolineare l’impatto psicologico che tale dinamica ha sulla
vittima. Essa, infatti, determina:
• senso di colpa, vergogna.
• Abbassamento della stima di sé.
• Sensazioni di essere diversi dagli altri.
Nel caso di una vittima di abuso sessuale si assiste tipicamente alla
presenza di una bassa autostima, alla sensazione di non essere veramente
degni di amore.
Tra le psicopatologie che, più spesso, sono
state messe in correlazione con l’abuso sessuale sono emerse con
maggiore prevalenza il Disturbo di Personalità Borderline ed
i Disturbi della Condotta Alimentare.
Nell’adulto, possiamo notare come conseguenze a lungo termine
dell’abuso sessuale infantile presentano caratteristiche cliniche
simili a quelle del Disturbo di Personalità Borderline: la scarsa
autostima, l’autoaccusa, la depressione, la mancanza di fiducia
nelle relazioni interpersonali, il comportamento autodistruttivo, lo
scarso controllo dell’impulso, il comportamento suicida, l’abuso
di sostanze e i problemi sessuali.
L’osservazione di soggetti che nell’infanzia hanno subito
gravi e continuativi abusi sessuali ha mostrato che essi tendono a sviluppare
stati dissociativi (Ross e coll., 1991), costituendo la dissociazione
una difesa estrema nei confronti di esperienze cui l’Io non è
in grado di far fronte.
Se, infatti, la dissociazione rappresenta nell’immediatezza dell’abuso
un tentativo adattivo, consentendo l’immediata esclusione di idee
e affetti insostenibili, nel tempo essa rivela la sua valenza disadattiva
e il suo peso patogeno non consentendo alcuna rielaborazione degli affetti,
generando una situazione di malessere soggettivo, e incrementando la
tendenza al passaggio all’atto.
Da studi condotti su gruppi di pazienti che durante l’infanzia
erano stati abusati sessualmente, è emersa anche la possibilità
di diagnosticare, oltre ad un Disturbo di Personalità Borderline,
anche Disturbi della Condotta Alimentare (D.A.P.).
Per tutte le persone il passaggio dall’infanzia all’adolescenza
è difficile, ma per chi è stato abusato questo passaggio
dal corpo di bimbo a quello di adulto può essere terribile.
La maggior parte delle ragazze abusate esprime ambivalenza e sovente
rifiuto per gli aspetti femminili del proprio corpo. Alcune provano
disprezzo e odio per le caratteristiche femminili come le mestruazioni,
la crescita del seno, ecc… In alcuni casi questo disprezzo può
manifestarsi nel tentativo di trasformare il proprio corpo in un corpo
atletico: farsi crescere i muscoli, sentirsi potenti (Jacobs Liebman,
1994).
Gli ultimi studi suggeriscono una relazione più forte tra abuso
sessuale e bulimia, mentre tutte le altre forme di maltrattamento infantile
sono associate ai disturbi alimentari più in generale.
Nella bulimia, infatti, dopo l’episodio d’indigestione eccessiva
di cibo da parte della persona, l’intenso senso di colpa e di
disgusto (la persona ha schifo di sé) porta a volersi purgare
del cibo ingerito vomitando, o con lassativi, o con un’intensa
attività fisica di tipo ginnico.
La specifica associazione tra molestia sessuale e bulimia è supportata
da ricerche che evidenziano come i genitori delle persone bulimiche
sono più disfunzionali, intrusivi e aggressivi e così,
potenzialmente, più abusanti. Al contrario i genitori delle anoressiche
sono più distanti e trascuranti.
In generale gli autori sono concordi nel ritenere che la bulimia assolva
a molte funzioni incluso un modo per anestetizzare sensazioni intensamente
negative, associate all’esperienza d’abuso, come la rabbia,
la paura e l’impotenza, e sia anche un modo per far fronte allo
stress e alla tensione.
Come si è potuto evidenziare da queste poche
pagine le situazioni sono sempre molto intricate e i vari problemi conseguenti,
come la stima di sé, l’incapacità a difendersi,
la sfiducia negli altri e nelle proprie capacità, ecc…sono
sempre compresenti, è solo una questione di quantità ma
gli ingredienti sono sempre gli stessi.
“Tutte le storie di violenza hanno una loro storia nascosta, e
inascoltata, a volte anche ai suoi diretti protagonisti, il cui linguaggio
è spesso decifrabile nel momento della trascrizione nei registri
della penalizzazione sociale, cioè sempre in ritardo rispetto
alle ferite che quelle storie producono”.
(Campanini, 1993)
A tal proposito l’US Advisory Commission on Child Abuse and Neglect
(Briere, 1992) afferma che abbiamo bisogno di linee guida, di sviluppare
una conoscenza e una consapevolezza collettiva.
Abbiamo bisogno di organizzazioni che, oltre a lavorare e studiare,
in questo campo, sappiano sviluppare ed integrare capacità interdisciplinari.
Questo è proprio ciò che si propongono di fare le realtà
territoriali dei centri anti-abuso:“Santa Maria Mater Domini”
di Marghera (Venezia) e l’ “Aurora” di Lecce all’interno
dei quali ho avuto la possibilità, durante la stesura della mia
tesi, di approfondire la conoscenza del problema “abuso sessuale
sui minori” nel contesto familiare e non e soprattutto comprendere
le strategie utilizzate da personale specializzato per affrontare tale
problema.
Tutto nasce a partire dall’attività di una piccola associazione
di volontariato, il Centro Santa Maria Mater Domini di formazione e
consulenza alla coppia e alla famiglia, nata a Venezia nel 1988 per
dar vita ad un consultorio familiare e poi per focalizzare l’attenzione
sulla problematica degli abusi sessuali intra- ed extrafamiliare ai
bambini.
Con il passare degli anni, l’associazione è giunta alla
consapevolezza della necessità di un’ulteriore specializzazione
per poter intervenire sul fenomeno; così viene elaborato un nuovo
progetto pilota approvato dalla Regione Veneto: il Centro antiabuso
(CAA) che nasce a Marghera (Venezia) nel 1997 e si occupa della prevenzione,
dello studio e della presa in carico delle situazioni in cui si verifica
abuso sessuale sui minori.
Il Centro, come dice il suo nome, lavora su tre piani:
Ø culturale: attraverso un’attività di prevenzione
sul territorio;
Ø clinico: attraverso la presa in carico delle situazioni sospette
o conclamate segnalate dai servizi, dai Tribunali e dalle Questure e
Procure;
Ø di studio e ricerca: sul fenomeno dell’abuso, attraverso
uno specifico centro studi.
Per essere prese in considerazione dal Centro le segnalazioni devono
già aver superato il vaglio o degli operatori territoriali o
delle Questure.
Non vengono prese in considerazione segnalazioni private, che sono invece
orientate ai servizi. La maggior parte dei casi che accedono al CAA
sono inviati dai Tribunali (ordinari o per i Minorenni), i quali chiedono
a operatori esperti di svolgere uno studio sul minore e sugli adulti
coinvolti.
E’ evidente che il fondamento su cui si basa il CAA è il
lavoro di rete che aiuta il bambino a sostituire nella propria realtà
l’ordine, la chiarezza, la capacità di ascolto alla disattenzione
e alla confusione dei ruoli che il bambino ha già sperimentato
in famiglia e che rischia di trovare anche nei servizi.
Pertanto con il CAA si è cercato di elaborare un progetto in
cui l’obiettivo da perseguire dovesse essere condiviso da tutti
gli operatori presenti nel caso. La modalità che più di
ogni altra assume significato nell’intervento pluridisciplinare
è rappresentata dall’équipe.
Il lavoro di équipe è fondamentale perché rappresenta
un momento privilegiato per favorire un continuo scambio ed aggiornamento
tra la realtà clinica e quella educativa presente nel progetto
e soprattutto per poter definire chiaramente i contesti all’interno
dei quali ciascuno opera.
Il Centro Anti Abuso è costituito da due strutture congiunte,
una clinica per la valutazione diagnostica e la terapia individuale
e familiare e una di ospitalità che garantisce un ambiente di
vita idoneo e protetto.
La creazione di una comunità terapeutica caratterizzata da un
intervento che garantisca la permanenza limitata nel tempo del minore
risponde all’obiettivo di superare due modalità di approccio
al problema, ancora diffuse:
§ l’ottica assistenzialistica che rischia di esaurirsi solo
nell’intervento di allontanamento del bambino dalla famiglia
§ l’ottica individualistica che concentra l’attenzione
e l’intervento solo sulla vittima e sull’abusante (l’attenzione
viene infatti posta all’intero sistema abusante).
L’ospitalità dei minori presso il Centro Anti Abuso è
sempre finalizzata a garantire loro protezione su due diversi versanti:
v protezione fisica: il collocamento nella comunità spesso rappresenta
per il bambino la garanzia dell’interruzione del rapporto abusante.
Anche se questa è solo la prima fase di un percorso più
lungo;
v protezione psicologica: questa è un’esperienza legata
alla prima (infatti senza una protezione fisica non ci può essere
una protezione psicologica) ma che la supera e che ha una valenza ricostruttiva
per questi bambini.
La protezione psicologica si struttura su diversi versanti:
- la valutazione: ossia riuscire a comprendere quali sono gli esiti
traumatici;
- l’accompagnamento terapeutico: nel senso di riparare ciò
che l’abuso ha intaccato (stima di sé, fiducia negli adulti…);
- l’accompagnamento nel percorso giudiziario: l’abuso in
quanto reato penale innesca un percorso giudiziario nel quale il minore
è direttamente coinvolto.
Per tali motivi diventa importante accompagnare il minore in questo
percorso, aiutarlo a capire cosa succede, aiutarlo a contrastare l’idea
di non essere creduto, proprio per evitare una vittimizzazione secondaria.
E’ importante soffermarsi sull’importanza della protezione
del minore nell’ambito del percorso giudiziario perché
ci si è accorti di quanto sia necessario offrire al bambino,
che è il testimone chiave di quanto è accaduto, un sostegno
che lo aiuti a affrontare quelli che possono essere gli aspetti negativi
implicati nel sistema di giustizia penale (la lunghezza dei procedimenti,
la possibile stigmatizzazione, il ricordo frequente e ripetuto dell’abuso
subito, l’aumento dei sentimenti di colpa, di paura) restituendoli
così anche quelli che possono essere aspetti positivi: un sentimento
di controllo sugli eventi in contrasto con il vissuto di impotenza,
il riconoscimento pubblico che il bambino non è responsabile
dell’accaduto e che l’abuso non può essere accettabile.
Quando questo tipo di protezione viene ben attuata
e il bambino affronta con strumenti adeguati il processo, si è
riscontrato che, paradossalmente, da questa esperienza possono derivare
effetti positivi e terapeutici.
L’impostazione metodologica del CAA tiene in gran considerazione
il ruolo della famiglia, quale promotrice sia dell’agio che del
disagio dei bambini.
L’approccio relazionale a tale proposito permette di avvicinarsi
alle famiglie problematiche con una modalità che essendo orientata
al gruppo, al sistema e non al singolo definito patologico, permette
di concentrare l’attenzione sulle modalità relazionali
e sulle dinamiche comunicative.
Quindi si può dire che questo può rappresentare un approccio
che, sia a livello preventivo sia a livello clinico, specie con famiglie
in cui è stato perpetrato un abuso sessuale, può aiutare
ad uscire dallo schema reo- vittima e di conseguenza da una inutile
“caccia al mostro”, per intervenire invece a livello di
riorganizzazione dei pattern comunicativi e relazionali che possono
avere reso possibile l’abuso.
Il Centro “L’Aurora” inizia la propria
attività nel febbraio 2002 e prende vita dalla sinergia tra un’esperienza
tradizionale, quale l’Associazione EMMANUEL di Lecce, che già
da molti anni si occupa del sostegno e della protezione dei minori,
e le più avanzate tecniche di intervento a favore dei bambini
a disagio, recentemente sperimentate nel Centro Anti Abuso di Marghera.
Tale progetto pilota è stato elaborato da un’équipe
integrata composta da psicologi, assistenti sociali, educatori, consulenti
legali appartenenti alle due associazioni che hanno messo in comune
le rispettive competenze ed esperienze.
Il centro “L’Aurora” utilizza, quindi, una metodologia
pratica e riferimenti teorici simili a quelli usati dal Centro Anti
Abuso di Marghera.
Il Centro sorge in seguito alla constatazione di più elementi:
• le sempre più frequenti ed allarmanti situazioni di fragilità
coniugale e familiare, nelle quali spesso il bambino si trova ad essere
vittima;
• la maggiore sensibilità dell’opinione pubblica
rispetto alle sofferenze dei bambini;
• la necessità di avere a disposizione, nel territorio
salentino, un Centro residenziale specializzato per situazioni di maltrattamento
e abuso sessuale su minori.
L’obiettivo generale che si vuole perseguire con il lavoro svolto
nel centro è:
¨ intervenire laddove, in forma acuta o cronica, si siano create
condizioni di deprivazione, di maltrattamento e di abuso sessuale all’infanzia;
¨ sostenere il minore nell’elaborazione del trauma subito
e nella gestione del cammino giudiziario;
¨ ripristinare in generale condizioni socio-affettive ed ambientali,
in particolare legami di fiducia nei confronti degli adulti, per favorire
la costruzione di una personalità adeguata, partendo, se possibile,
proprio dalla famiglia del bambino;
¨ promuovere una cultura di rispetto e di promozione nei confronti
dei cittadini più deboli, nei servizi, nella scuola, nella società.
“L’Aurora” può ospitare al massimo sei minori
infraquattordicenni, inviati dai Servizi Territoriali e dal Tribunale
per i Minorenni.
La struttura è di tipo residenziale e risponde tempestivamente
a situazioni di bisogno temporaneo di ospitalità, con finalità
non solo assistenziali e protettive ma anche valutativo-terapeutiche
garantendo la tutela del minore nell'arco di 24 ore e per tutto l’anno.
Tale struttura è suddivisa in due settori annessi ed indipendenti:
• una casa famiglia in cui all’interno vi sono: tre camere
da letto da due posti ciascuna, una camera per il turno notturno degli
educatori, tre bagni di cui uno per portatori di handicap, una sala
da pranzo e una sala per attività di studio e/o ricreative.
La struttura è dotata anche di ampi spazi esterni, tali da consentire
attività diversificate a seconda delle necessità e delle
richieste degli ospiti;
• un settore psico-sociale dotato di: una sala d’aspetto,
una sala per le visite familiari, gli uffici per la segreteria e le
riunioni d’équipe, un’infermeria e una stanza per
la terapia con specchio unidirezionale.
Il Centro dispone anche di auto e un pulmino per l’accompagnamento
dei minori.
Nei confronti del minore il Centro “L’Aurora” offre:
¨ accoglienza specializzata, che consta non solo del normale accudimento,
ma anche di un’azione terapeutica rispetto al trauma subito attraverso
interventi sia informali che strutturati degli educatori supervisionati
settimanalmente, o attraverso interventi terapeutici formalizzati a
seconda dell’età e delle necessità del bambino/ragazzo;
¨ conservazione dei rapporti con la famiglia mediante visite periodiche
supervisionate da personale specializzato (salvo diverse indicazioni
del giudice);
¨ conservazione delle attività scolastiche eventualmente
in atto prima dell’accoglienza del minore; promozione di attività
socio-ricreative per favorire il processo di socializzazione generalmente
compromesso; laboratori artistico-ricreativi, di musicoterapia e di
psicomotricità;
¨ partecipazione, nei termini adeguati all’età, alla
vita della Casa Famiglia ispirata ad uno stile familiare;
¨ sostegno personalizzato all’attività scolastica;
¨ soggiorni marini e/o montani;
¨ per tutti gli ospiti che ne abbiano necessità, colloqui
periodici formalizzati con un terapeuta specializzato nel trattamento
dei minori abusati;
¨ servizio di pronta accoglienza: ossia la Casa Famiglia è
disponibile a riservare un letto per un intervento immediato che potrà
essere richiesto dagli operatori del territorio.
L’accoglienza in regime di urgenza avrà la durata massima
di un mese, durante il quale il Servizio inviante e il Tribunale per
i Minorenni o il Tribunale Ordinario valuteranno l’opportunità
o meno della presa in carico da parte del Centro.
Al fine di migliorare la qualità dell’intervento, l’operato
degli educatori e dell’équipe psico-sociale è sottoposto
periodicamente a monitoraggio e valutazione dei risultati conseguiti
e documentati, attraverso una supervisione a cura di psicoterapeuti
familiari affiliati al CISMAI (Coordinamento Italiano Servizi contro
il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia).
Fortunatamente nell’ultimo decennio, anche grazie all’attività
dei Centri Anti-abuso, sono stati sviluppati molti programmi di prevenzione
dell’abuso sessuale.
Nei programmi di prevenzione appare cruciale aiutare i bambini a:
¨ rompere il silenzio: l’abuso sessuale si protrae nel tempo
solo se viene mantenuto il segreto. Per tale motivo i bambini devono
essere in grado di rompere il silenzio e poter parlare con qualcuno
di cui hanno fiducia quando si sentono feriti o in pericolo.
¨ dare potere ai bambini: fin dalla prima infanzia i bambini devono
imparare che il loro corpo appartiene a loro stessi e devono avere la
forza e la sicurezza di sé per poter rifiutare richieste e comportamenti
illeggittimi e/o offensivi.
¨ nominare correttamente le parti del corpo: “come si insegna
a dire al bambino : questo è il pollice, la mano e le dita, così
possono ugualmente essere nominati i genitali, il sedere, i seni”
(Dawn Haden, 1986). Questo insegnamento è importante perché
in caso di abuso sessuale il bambino ha la possibilità di riferirlo
e di nominare correttamente le parti implicate;
¨ proteggere le parti private: bisogna insegnare ai bambini che
le loro parti private sono speciali e per questa ragione vengono tenute
coperte. E’ importante insegnare loro che a nessuno è consentito
toccare queste parti, a eccezione del personale medico se queste parti
sono ferite o doloranti.
Si può anche dire ai bambini che è una cosa accettabile
per i più piccoli (al di sotto dei tre anni circa) stare in casa
o in spiaggia nudi, ma questo cambia quando si diventa più grandi.
Così durante la crescita, i bambini imparano che le parti private
(cioè le parti normalmente coperte dal costume da bagno) devono
restare private;
¨ riconoscere i propri sentimenti: è di fondamentale importanza
insegnare ai bambini il rispetto per i loro stati emotivi comprendendo
che questi fungono da campanelli di allarme che ci aiutano in situazioni
di pericolo, segnalandoci che c’è qualcosa che non va.
Quindi possiamo concludere dicendo che “c’è una grande
consapevolezza che l’abuso è un problema all’interno
della comunità (Dawn Haden, 1986).
Proprio per far fronte a questo problema vengono sostenuti, in tutto
il mondo, programmi di sensibilizzazione verso i genitori, verso gli
insegnanti e i bambini di ogni ordine e scuola.
Occorre pertanto che i bambini siano a conoscenza del proprio corpo,
dei propri confini e soprattutto sappiano che hanno tutto il diritto
di dire no e chiamare qualcuno per farsi aiutare.
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