“ Rompere il silenzio…”
Abuso sessuale e strategie di risposta

Maria Grazia Campa
Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica

 

“ Le ferite lasciate da un abuso
durante l’infanzia
lasciano una traccia indelebile
che condiziona inevitabilmente
le scelte o il modo di vivere futuro.
Sono storie di perdite precoci:
la perdita dell’innocenza,
dell’infanzia, dell’amore
e delle illusioni.
Il sesso fra un adulto
ed un bambino comporta quasi
sempre la brutalità emotiva
e fisica;
è un crimine che mutila e storpia
per tutta la vita…”
(Stein, 1987)

I maltrattamenti e le violenze sui bambini ed adolescenti sono sempre esistiti, ma solo in tempi recenti si è preso consapevolezza della gravità del fenomeno “abuso”.
Esistono una “cecità” ed una “sordità” sociali che tendono a non far vedere i fatti, minimizzare la realtà: “in fin dei conti è soltanto un bambino”. Si può dedurre che il potere sociale degli adulti abbia ostacolato, inibito e rallentato la conoscenza e l’accettazione della realtà degli abusi.
Spesso si è increduli davanti a notizie dolorose che riguardano questo tema, si stenta a credere e a legittimarne l’esistenza. Non esiste contesto che non sia stato testimone di questi fatti: la famiglia, la scuola, l’oratorio, la strada…
Nell’80 per cento dei casi il bambino conosce il suo abusante e nel 60 per cento delle volte la violenza si consuma in casa ed ha conseguenze ancora più traumatiche perché nasce da una relazione di fiducia che viene tradita.
Numerose ricerche mostrano come la violenza e quindi l’abuso siano legati essenzialmente a 3 fattori: sociali, familiari e individuali (Montecchi, 1998).
La violenza è, inoltre, legata a variabili strutturali, come le precarie condizioni socio-economiche e culturali delle famiglie, le separazioni coniugali, la degradazione territoriale…
Ad un bambino che ha subito violenza gli viene tolta, “strappata”, una buona parte del processo di crescita che non potrà mai più recuperare.
Il bambino subisce un trauma devastante, al quale si va poi ad aggiungere l’intervento del dopo abuso, quando verrà interrogato più e più volte dai genitori, dagli insegnanti, dalla polizia…
Aggiungendo a tutto questo l’aggravante che in molti casi l’autore dell’abuso è proprio un genitore, per cui chi di dovere nella tutela del minore provvederà anche ad allontanare il bambino dal nucleo familiare affidandolo ad un centro di accoglienza.
Tutto viene condotto su un bambino, sempre e soltanto su un bambino.
L’abuso sessuale comprende tutte le pratiche manifeste e mascherate a cui vengono sottoposti i bambini per coinvolgerli in attività sessuali.
Secondo il Child Protection Council in Quinn:
”L’abuso sessuale è l’implicazione di un bambino o adolescente in un’attività con un adulto o una persona più grande di lui, nella quale il bambino o la persona giovane, è usata come un oggetto sessuale per la gratificazione dei bisogni e dei desideri dell’adulto e nella quale il bambino è in difficoltà per la dissimetria di potere che esiste nella relazione”
Uno dei motivi più comuni ed evidenti per cui i bambini non riescono a rilevare la violenza subita è la paura.
Il bambino che è vittima di abuso sessuale non solo teme ripercussioni fisiche, ma anche la perdita potenziale dell’ambiente familiare e/o dell’amore e delle attenzioni da parte del genitore che non gli fa del male.
Le vittime di abuso sessuale spesso sentono la vergogna o i sensi di colpa e trovano poche occasioni sicure per rivelare la loro vittimizzazione.
Anche l’ignoranza dei confini personali e dei contatti fisici appropriati, specialmente nei bambini piccoli, favorisce il silenzio del bambino o una rivelazione tardiva.
Va anche notato che alcuni aggressori sessuali, invece di ricorrere alle minacce, si procurano l’acquiescenza e il silenzio del bambino mediante doni e/o speciali privilegi.
Secondo Sgroi gli individui che abusano dei bambini non sembrano primariamente motivati da un desiderio sessuale, quanto piuttosto da problemi di potere. Tutti i comportamenti sessuali sono accompagnati da motivazioni non sessuali, quali: bisogno d’affetto, di conferma, di considerazione.

Coulborn Faller (1989) nel suo studio sull’abusante, attuato attraverso interviste semi-strutturate, evidenzia diversi comportamenti:
ü esiste una categoria che è caratterizzata dalla presenza di comportamenti sessuali atipici e dall’assenza delle attività sessuali tipiche.
Frequentemente è espressione d’inibizioni e si presenta in forma compulsiva. Nella storia soggettiva troviamo esperienze d’abuso o una famiglia abusante;
ü un’altra categoria presenta, nella storia personale, esperienze d’implicazioni sessuali con persone più giovani o più vecchie. Mentre le relazioni sessuali con i più giovani sono chiaramente identificate come attrazione sessuale, la relazione con le persone più adulte rappresenta bisogni di relazione con figure parenterali che si prendano cura di lui;
ü un altro tipo è definito da un comportamento sessuale promiscuo. Per alcuni c’è l’interesse sessuale, ove il sesso, per molti di questi, è un modo di relazionarsi;
ü un gruppo racchiude comportamenti bizzarri e pratiche sessuali inusuali. A volte in relazione a regressione, altre volte, a deviazioni sessuali (coprofagia, travestitismo, alcune pratiche omosessuali, feticismo, zoofilia…);
ü un altro gruppo presenta violenza, esibizionismo, voyeurismo, telefonate oscene, sfruttamento sessuale d’adulti o bambini;
ü un’ultima categoria include gli individui che non hanno nessun’attività sessuale adulta.
Spesso si sentono inadeguati rispetto a una relazione matura e si rifugiano nella relazione sessuale con un bambino.

L’autore sostiene che molti negano d’aver abusato e ritengono che il bambino menta, altri non si rendono conto del danno che hanno provocato al bambino.
Il modo in cui l’abusante risponde può essere predittivo rispetto alla prognosi.
Se l’abusante descrive la sua vittima in termini negativi, la sua prognosi è negativa e il suo approccio suggerisce un povero funzionamento del super-io.
Se egli riesce a trovare spiegazioni di fronte al comportamento del bambino o a non descrivere il bambino in termini solo negativi, potrà arrivare a provare la colpa, ad accettare la sua responsabilità e a sperimentare preoccupazione verso il bambino, le sue risposte indicheranno un buon funzionamento super-egoico e la sua prognosi sarà migliore” (ibidem).
Malacrea (1998) riporta, come meccanismi di difesa costantemente presenti nell’abusante, la negazione e la mancanza d’empatia.
Nella violenza verso i bambini l’abusante, per legittimare la sua azione, sostiene che è stato il bambino a provocarlo, che è lui che l’ha voluto.
La vittima di abuso sessuale, invece, oltre a sentire sgretolarsi l’immagine di sé, sotto il peso dell’esperienza traumatica, vive anche il timore che la propria immagine visibile all’esterno sia svilita; la paura cioè di diventare lo zimbello del paese d’origine, che il suo segreto venga conosciuto: allargamento a macchia d’olio del vissuto di stigmatizzazione, proiettato dal mondo interno sul grande schermo del mondo esterno, ma anche triste stato di fatto, se si pensa alle reazioni che suscita anche nelle persone migliori l’apprendere che chi ci sta vicino è stato vittima di abuso (Finkelhor, Browne, 1985).
Da qui nasce la necessità per la piccola vittima di “mantenere il segreto”.
Sfortunatamente, il primo ed ovvio effetto del segreto è consentire all’abuso di iniziare e perpetuarsi nel tempo senza che vengano suscitati quegli interventi esterni che vi metterebbero fine.
Più in generale il segreto si configura come una barriera protettiva che impedisce persino di guardare se stessi e di comunicare in proposito.
Va notato che il ritardo con cui solitamente vengono riferiti gli abusi sessuali infantili provoca negli adolescenti disturbi affettivi cronici e problemi del comportamento.
I bambini possono pure attirare l’attenzione dei professionisti per il loro comportamento sessualmente reattivo.
I bambini con anamnesi di traumi, compresa la vittimizzazione sessuale, possono presentare sintomi associati ad una diagnosi di disturbi di stress post-traumatico (Post- Traumatic Stress Disorder – PTSD).
Le esperienze subite, sotto forma di immagini, emozioni, sensazioni fisiche, parole, suoni, odori, sapori, incubi notturni, possono ritornare frequentemente alla mente della persona abusata, insieme ad emozioni fortemente disturbanti come depressione, ansia angoscia, irritabilità, panico o rabbia.
Nei bambini i ricordi tendono a ripresentarsi sotto forma di incubi popolati da mostri e nel ripetere- attraverso il gioco o il disegno- qualche elemento saliente dei fatti accaduti.
I comportamenti che si incrementano in modo specifico nei bambini che hanno subito un abuso sessuale comprendono eccessiva masturbazione, vittimizzazione sessuale di un altro bambino e promiscuità.



Gli abusanti in genere, minacciano di ulteriori danni o di morte il bambino, o un animale a cui è affezionato, o una persona a lui cara, se comunicherà quanto gli è stato fatto. In molti casi, la capacità di mettere sulla carta ciò che è successo sembra aggirare le angosce interne e l’ingiunzione di non dire a nessuno ciò che si è verificato e permette al bambino abusato di “comunicare” in un altro modo più sicuro.
L’abuso non può essere individuato con sicurezza sulla base di un disegno e neppure di più disegni ma può essere un buon indicatore.
Quando le persone sono state vittime di abusi, l’impatto di ciò si rifletterà nella loro mappa degli aspetti. Le mappe non saranno in grado di funzionare in modo integrato perché uno o più aspetti di sé sono stati danneggiati e pertanto esse non possono progredire in modo mirato, equilibrato, coeso.
E’ stata realizzata una lista che raccoglie gli studi condotti nel 1988 dalla dr.ssa Spring su 8000 disegni ideati da soggetti adulti che nell’infanzia hanno subito abusi.


Tendenze principali e indicatori correlati all’abuso ricorrenti nelle creazioni artistiche infantili


v Contengono un notevole uso di occhi estrapolati dal corpo (adulti) e oggetti a forma di cuneo (adulti).
v Mostrano esagerazioni sia nel colore che nel contenuto; possono essere più intensi, possono essere evitati.
v Esibiscono in primo luogo caratteristiche di frammentazione, separazione e confusione, a dimostrazione del grado di inadeguatezza.
v Esprimono molti aspetti angolosi nella composizione, ma includono anche molti cerchi che non sono a forma di occhio.
v Lo stile tende ad essere inconsistente, fluttuante dall’uso passivo a quello aggressivo del materiale e delle forme.
v Esprimono sentimenti intensi che consistono in rabbia e tristezza, depressione e confusione, impotenza e ineluttabilità, minaccia e paura, così come mancanza di controllo.
v Dimostrano un’assenza del senso del futuro e di piacere di vivere, così come incapacità a risolvere i problemi.
v Rivelano una confusione generale circa la vita, ideazioni suicidarie, distacco, incapacità a concentrarsi o comprendere il
loro stato emotivo, che è espresso verbalmente come una inadeguatezza nel tentare di risolvere i problemi.
v Rivelano corpi frammentati, occhi e genitali estrapolati dal corpo, figure umane disegnate in modo primitivo e altre forme che indicano regressione a uno stadio di sviluppo precedente.
v Le vittime tendono a incentrare i loro disegni sul passato e i suoi loro sentimenti legati alle esperienze traumatiche, ricordate o meno; i bambini si concentrano su relazioni sgradevoli.
v Le vittime usano in modo consistente il rosso o il nero o una combinazione dei due nello stesso disegno, in vari gradi di intensità e in diverse configurazioni. Usano colori verdi giallognoli in modo meno frequente di persone non vittime di abusi, ma usano il giallo con circa la stessa frequenza.
(Spring, 1993)

Tutte le forme di abuso, maggiormente quelle che avvengono all’interno di relazioni affettive significative, sviluppano nel bambino sentimenti di paura, confusione e disorientamento.
Finkelhor e Browne (Genta, Tartabini, 1991) propongono un modello, basato sull’effetto di quattro variabili, nella dinamica del trauma.
Le quattro dinamiche traumatogene sono:
Ø sessualizzazione traumatica;
Ø tradimento;
Ø indebolimento o impotenza;
Ø stigmatizzazione.
Queste dinamiche alterano l’orientamento cognitivo ed emozionale del mondo del bambino e creano il trauma distorcendo il concetto del Sé del bambino, il suo modo di vedere le cose e le sue capacità affettive.
La sessualizzazione traumatica può presentarsi quando un bambino è ripetutamente ricompensato da un offensore, per il suo comportamento sessuale. Accade attraverso lo scambio di affetto, attenzione, privilegi, e regali per il suo comportamento sessuale che un bambino impari ad usarlo come una strategia per manipolare gli altri e soddisfare una gran varietà di bisogni inappropriati. Capita quando certe parti del corpo del bambino vengono feticizzate e gli sia data un’importanza e significati distorti.
Il tradimento si riferisce alla dinamica attraverso la quale i bambini scoprono che qualcuno del quale erano totalmente dipendenti ha causato loro un danno.
L’indebolimento o impotenza o ciò che potrebbe essere chiamato impoverimento, la dinamica di rendere la vittima impoverita, si riferisce al processo nel quale il bambino, la volontà del bambino, i desideri e il senso di efficacia sono continuamente contravvenuti.
E’ stato teorizzato che, un basilare tipo di indebolimento avviene nell’abuso sessuale quando il territorio e lo spazio corporeo del bambino sono ripetutamente invasi contro la volontà del bambino stesso. L’indebolimento si rinforza quando i bambini vedono i loro tentativi di impedire l’abuso frustrati. Aumenta quando i bambini hanno paura e sono incapaci di farsi capire e credere dagli adulti su quello che sta succedendo, o realizzare come le condizioni di dipendenza li hanno intrappolati in quella situazione.
La stigmatizzazione è la dinamica finale e si riferisce a delle connotazioni negative – es. cattiveria, vergogna e senso di colpa – che vengono trasmesse al bambino in base alle esperienze e poi incorporate nella sua concezione dell’immagine che ha di sé. La stigmatizzazione è rinforzata dalle attitudini che la vittima inferisce o che ascolta dalle altre persone della famiglia o della comunità; ma viene anche rinforzata se, dopo la rivelazione, le persone reagiscono con shock isteria, o incolpando il bambino per ciò che è venuto alla luce.

Finkelhor e Browne (Genta, Tartabini, 1991) propongono un modello in cui evidenziano le conseguenze problematiche connesse a ciascuna delle quattro dinamiche traumatogene su descritte.
In conseguenza alla sessualizzazione traumatica si è dimostrato che l’abuso e la molestia producono frequentemente problemi sessuali come anorgasmia (difficoltà o impossibilità a raggiungere l’orgasmo), vaginismo, difficoltà a lasciarsi andare, assenza di sensazioni piacevoli o presenza di sensazioni piacevoli assieme a quelle spiacevoli, sensi di colpa e di inadeguatezza eccessivi, sensazione di essere indegni o “sporchi”, assenza di desiderio, disturbi dell’eccitazione…
Le conseguenze connesse alla dinamica del tradimento sono maggiori quando l’abuso sessuale viene commesso all’interno dell’ambiente familiare. Frequentemente le vittime possono pensare che, se si sono subite cose così gravi dai propri familiari, certamente delle persone non ci si può fidare.
Questo può portare ad una profonda sfiducia nei confronti della gente e/o attuare un comportamento aggressivo o manipolatorio, soprattutto nei confronti delle persone dello stesso sesso dell’abusante.
Dalla dinamica dell’impotenza scaturiscono frequentemente problemi d’ansia e depressione che talvolta possono insorgere fin dall’infanzia, diventando parte dell’individuo, tanto da ritenere di non poter essere fatto diversamente. Connessi più strettamente al corpo sono emersi fra le vittime di abusi sessuali problemi psicosomatici, disturbi del comportamento alimentare, auto-mutilazione, abuso di alcool, farmaci e di sostanze.
Per quanto riguarda la stigmatizzazione è opportuno innanzitutto sottolineare l’impatto psicologico che tale dinamica ha sulla vittima. Essa, infatti, determina:
• senso di colpa, vergogna.
• Abbassamento della stima di sé.
• Sensazioni di essere diversi dagli altri.
Nel caso di una vittima di abuso sessuale si assiste tipicamente alla presenza di una bassa autostima, alla sensazione di non essere veramente degni di amore.

Tra le psicopatologie che, più spesso, sono state messe in correlazione con l’abuso sessuale sono emerse con maggiore prevalenza il Disturbo di Personalità Borderline ed i Disturbi della Condotta Alimentare.
Nell’adulto, possiamo notare come conseguenze a lungo termine dell’abuso sessuale infantile presentano caratteristiche cliniche simili a quelle del Disturbo di Personalità Borderline: la scarsa autostima, l’autoaccusa, la depressione, la mancanza di fiducia nelle relazioni interpersonali, il comportamento autodistruttivo, lo scarso controllo dell’impulso, il comportamento suicida, l’abuso di sostanze e i problemi sessuali.
L’osservazione di soggetti che nell’infanzia hanno subito gravi e continuativi abusi sessuali ha mostrato che essi tendono a sviluppare stati dissociativi (Ross e coll., 1991), costituendo la dissociazione una difesa estrema nei confronti di esperienze cui l’Io non è in grado di far fronte.
Se, infatti, la dissociazione rappresenta nell’immediatezza dell’abuso un tentativo adattivo, consentendo l’immediata esclusione di idee e affetti insostenibili, nel tempo essa rivela la sua valenza disadattiva e il suo peso patogeno non consentendo alcuna rielaborazione degli affetti, generando una situazione di malessere soggettivo, e incrementando la tendenza al passaggio all’atto.
Da studi condotti su gruppi di pazienti che durante l’infanzia erano stati abusati sessualmente, è emersa anche la possibilità di diagnosticare, oltre ad un Disturbo di Personalità Borderline, anche Disturbi della Condotta Alimentare (D.A.P.).
Per tutte le persone il passaggio dall’infanzia all’adolescenza è difficile, ma per chi è stato abusato questo passaggio dal corpo di bimbo a quello di adulto può essere terribile.
La maggior parte delle ragazze abusate esprime ambivalenza e sovente rifiuto per gli aspetti femminili del proprio corpo. Alcune provano disprezzo e odio per le caratteristiche femminili come le mestruazioni, la crescita del seno, ecc… In alcuni casi questo disprezzo può manifestarsi nel tentativo di trasformare il proprio corpo in un corpo atletico: farsi crescere i muscoli, sentirsi potenti (Jacobs Liebman, 1994).
Gli ultimi studi suggeriscono una relazione più forte tra abuso sessuale e bulimia, mentre tutte le altre forme di maltrattamento infantile sono associate ai disturbi alimentari più in generale.
Nella bulimia, infatti, dopo l’episodio d’indigestione eccessiva di cibo da parte della persona, l’intenso senso di colpa e di disgusto (la persona ha schifo di sé) porta a volersi purgare del cibo ingerito vomitando, o con lassativi, o con un’intensa attività fisica di tipo ginnico.
La specifica associazione tra molestia sessuale e bulimia è supportata da ricerche che evidenziano come i genitori delle persone bulimiche sono più disfunzionali, intrusivi e aggressivi e così, potenzialmente, più abusanti. Al contrario i genitori delle anoressiche sono più distanti e trascuranti.
In generale gli autori sono concordi nel ritenere che la bulimia assolva a molte funzioni incluso un modo per anestetizzare sensazioni intensamente negative, associate all’esperienza d’abuso, come la rabbia, la paura e l’impotenza, e sia anche un modo per far fronte allo stress e alla tensione.

Come si è potuto evidenziare da queste poche pagine le situazioni sono sempre molto intricate e i vari problemi conseguenti, come la stima di sé, l’incapacità a difendersi, la sfiducia negli altri e nelle proprie capacità, ecc…sono sempre compresenti, è solo una questione di quantità ma gli ingredienti sono sempre gli stessi.
“Tutte le storie di violenza hanno una loro storia nascosta, e inascoltata, a volte anche ai suoi diretti protagonisti, il cui linguaggio è spesso decifrabile nel momento della trascrizione nei registri della penalizzazione sociale, cioè sempre in ritardo rispetto alle ferite che quelle storie producono”.
(Campanini, 1993)
A tal proposito l’US Advisory Commission on Child Abuse and Neglect (Briere, 1992) afferma che abbiamo bisogno di linee guida, di sviluppare una conoscenza e una consapevolezza collettiva.
Abbiamo bisogno di organizzazioni che, oltre a lavorare e studiare, in questo campo, sappiano sviluppare ed integrare capacità interdisciplinari.
Questo è proprio ciò che si propongono di fare le realtà territoriali dei centri anti-abuso:“Santa Maria Mater Domini” di Marghera (Venezia) e l’ “Aurora” di Lecce all’interno dei quali ho avuto la possibilità, durante la stesura della mia tesi, di approfondire la conoscenza del problema “abuso sessuale sui minori” nel contesto familiare e non e soprattutto comprendere le strategie utilizzate da personale specializzato per affrontare tale problema.
Tutto nasce a partire dall’attività di una piccola associazione di volontariato, il Centro Santa Maria Mater Domini di formazione e consulenza alla coppia e alla famiglia, nata a Venezia nel 1988 per dar vita ad un consultorio familiare e poi per focalizzare l’attenzione sulla problematica degli abusi sessuali intra- ed extrafamiliare ai bambini.


Con il passare degli anni, l’associazione è giunta alla consapevolezza della necessità di un’ulteriore specializzazione per poter intervenire sul fenomeno; così viene elaborato un nuovo progetto pilota approvato dalla Regione Veneto: il Centro antiabuso (CAA) che nasce a Marghera (Venezia) nel 1997 e si occupa della prevenzione, dello studio e della presa in carico delle situazioni in cui si verifica abuso sessuale sui minori.
Il Centro, come dice il suo nome, lavora su tre piani:
Ø culturale: attraverso un’attività di prevenzione sul territorio;
Ø clinico: attraverso la presa in carico delle situazioni sospette o conclamate segnalate dai servizi, dai Tribunali e dalle Questure e Procure;
Ø di studio e ricerca: sul fenomeno dell’abuso, attraverso uno specifico centro studi.
Per essere prese in considerazione dal Centro le segnalazioni devono già aver superato il vaglio o degli operatori territoriali o delle Questure.
Non vengono prese in considerazione segnalazioni private, che sono invece orientate ai servizi. La maggior parte dei casi che accedono al CAA sono inviati dai Tribunali (ordinari o per i Minorenni), i quali chiedono a operatori esperti di svolgere uno studio sul minore e sugli adulti coinvolti.
E’ evidente che il fondamento su cui si basa il CAA è il lavoro di rete che aiuta il bambino a sostituire nella propria realtà l’ordine, la chiarezza, la capacità di ascolto alla disattenzione e alla confusione dei ruoli che il bambino ha già sperimentato in famiglia e che rischia di trovare anche nei servizi.
Pertanto con il CAA si è cercato di elaborare un progetto in cui l’obiettivo da perseguire dovesse essere condiviso da tutti gli operatori presenti nel caso. La modalità che più di ogni altra assume significato nell’intervento pluridisciplinare è rappresentata dall’équipe.
Il lavoro di équipe è fondamentale perché rappresenta un momento privilegiato per favorire un continuo scambio ed aggiornamento tra la realtà clinica e quella educativa presente nel progetto e soprattutto per poter definire chiaramente i contesti all’interno dei quali ciascuno opera.
Il Centro Anti Abuso è costituito da due strutture congiunte, una clinica per la valutazione diagnostica e la terapia individuale e familiare e una di ospitalità che garantisce un ambiente di vita idoneo e protetto.
La creazione di una comunità terapeutica caratterizzata da un intervento che garantisca la permanenza limitata nel tempo del minore risponde all’obiettivo di superare due modalità di approccio al problema, ancora diffuse:
§ l’ottica assistenzialistica che rischia di esaurirsi solo nell’intervento di allontanamento del bambino dalla famiglia
§ l’ottica individualistica che concentra l’attenzione e l’intervento solo sulla vittima e sull’abusante (l’attenzione viene infatti posta all’intero sistema abusante).
L’ospitalità dei minori presso il Centro Anti Abuso è sempre finalizzata a garantire loro protezione su due diversi versanti:
v protezione fisica: il collocamento nella comunità spesso rappresenta per il bambino la garanzia dell’interruzione del rapporto abusante. Anche se questa è solo la prima fase di un percorso più lungo;
v protezione psicologica: questa è un’esperienza legata alla prima (infatti senza una protezione fisica non ci può essere una protezione psicologica) ma che la supera e che ha una valenza ricostruttiva per questi bambini.
La protezione psicologica si struttura su diversi versanti:
- la valutazione: ossia riuscire a comprendere quali sono gli esiti traumatici;
- l’accompagnamento terapeutico: nel senso di riparare ciò che l’abuso ha intaccato (stima di sé, fiducia negli adulti…);
- l’accompagnamento nel percorso giudiziario: l’abuso in quanto reato penale innesca un percorso giudiziario nel quale il minore è direttamente coinvolto.
Per tali motivi diventa importante accompagnare il minore in questo percorso, aiutarlo a capire cosa succede, aiutarlo a contrastare l’idea di non essere creduto, proprio per evitare una vittimizzazione secondaria.
E’ importante soffermarsi sull’importanza della protezione del minore nell’ambito del percorso giudiziario perché ci si è accorti di quanto sia necessario offrire al bambino, che è il testimone chiave di quanto è accaduto, un sostegno che lo aiuti a affrontare quelli che possono essere gli aspetti negativi implicati nel sistema di giustizia penale (la lunghezza dei procedimenti, la possibile stigmatizzazione, il ricordo frequente e ripetuto dell’abuso subito, l’aumento dei sentimenti di colpa, di paura) restituendoli così anche quelli che possono essere aspetti positivi: un sentimento di controllo sugli eventi in contrasto con il vissuto di impotenza, il riconoscimento pubblico che il bambino non è responsabile dell’accaduto e che l’abuso non può essere accettabile.

Quando questo tipo di protezione viene ben attuata e il bambino affronta con strumenti adeguati il processo, si è riscontrato che, paradossalmente, da questa esperienza possono derivare effetti positivi e terapeutici.
L’impostazione metodologica del CAA tiene in gran considerazione il ruolo della famiglia, quale promotrice sia dell’agio che del disagio dei bambini.
L’approccio relazionale a tale proposito permette di avvicinarsi alle famiglie problematiche con una modalità che essendo orientata al gruppo, al sistema e non al singolo definito patologico, permette di concentrare l’attenzione sulle modalità relazionali e sulle dinamiche comunicative.
Quindi si può dire che questo può rappresentare un approccio che, sia a livello preventivo sia a livello clinico, specie con famiglie in cui è stato perpetrato un abuso sessuale, può aiutare ad uscire dallo schema reo- vittima e di conseguenza da una inutile “caccia al mostro”, per intervenire invece a livello di riorganizzazione dei pattern comunicativi e relazionali che possono avere reso possibile l’abuso.

Il Centro “L’Aurora” inizia la propria attività nel febbraio 2002 e prende vita dalla sinergia tra un’esperienza tradizionale, quale l’Associazione EMMANUEL di Lecce, che già da molti anni si occupa del sostegno e della protezione dei minori, e le più avanzate tecniche di intervento a favore dei bambini a disagio, recentemente sperimentate nel Centro Anti Abuso di Marghera.
Tale progetto pilota è stato elaborato da un’équipe integrata composta da psicologi, assistenti sociali, educatori, consulenti legali appartenenti alle due associazioni che hanno messo in comune le rispettive competenze ed esperienze.
Il centro “L’Aurora” utilizza, quindi, una metodologia pratica e riferimenti teorici simili a quelli usati dal Centro Anti Abuso di Marghera.
Il Centro sorge in seguito alla constatazione di più elementi:
• le sempre più frequenti ed allarmanti situazioni di fragilità coniugale e familiare, nelle quali spesso il bambino si trova ad essere vittima;
• la maggiore sensibilità dell’opinione pubblica rispetto alle sofferenze dei bambini;
• la necessità di avere a disposizione, nel territorio salentino, un Centro residenziale specializzato per situazioni di maltrattamento e abuso sessuale su minori.
L’obiettivo generale che si vuole perseguire con il lavoro svolto nel centro è:
¨ intervenire laddove, in forma acuta o cronica, si siano create condizioni di deprivazione, di maltrattamento e di abuso sessuale all’infanzia;
¨ sostenere il minore nell’elaborazione del trauma subito e nella gestione del cammino giudiziario;
¨ ripristinare in generale condizioni socio-affettive ed ambientali, in particolare legami di fiducia nei confronti degli adulti, per favorire la costruzione di una personalità adeguata, partendo, se possibile, proprio dalla famiglia del bambino;
¨ promuovere una cultura di rispetto e di promozione nei confronti dei cittadini più deboli, nei servizi, nella scuola, nella società.
“L’Aurora” può ospitare al massimo sei minori infraquattordicenni, inviati dai Servizi Territoriali e dal Tribunale per i Minorenni.
La struttura è di tipo residenziale e risponde tempestivamente a situazioni di bisogno temporaneo di ospitalità, con finalità non solo assistenziali e protettive ma anche valutativo-terapeutiche garantendo la tutela del minore nell'arco di 24 ore e per tutto l’anno.
Tale struttura è suddivisa in due settori annessi ed indipendenti:
• una casa famiglia in cui all’interno vi sono: tre camere da letto da due posti ciascuna, una camera per il turno notturno degli educatori, tre bagni di cui uno per portatori di handicap, una sala da pranzo e una sala per attività di studio e/o ricreative.
La struttura è dotata anche di ampi spazi esterni, tali da consentire attività diversificate a seconda delle necessità e delle richieste degli ospiti;
• un settore psico-sociale dotato di: una sala d’aspetto, una sala per le visite familiari, gli uffici per la segreteria e le riunioni d’équipe, un’infermeria e una stanza per la terapia con specchio unidirezionale.
Il Centro dispone anche di auto e un pulmino per l’accompagnamento dei minori.
Nei confronti del minore il Centro “L’Aurora” offre:
¨ accoglienza specializzata, che consta non solo del normale accudimento, ma anche di un’azione terapeutica rispetto al trauma subito attraverso interventi sia informali che strutturati degli educatori supervisionati settimanalmente, o attraverso interventi terapeutici formalizzati a seconda dell’età e delle necessità del bambino/ragazzo;
¨ conservazione dei rapporti con la famiglia mediante visite periodiche supervisionate da personale specializzato (salvo diverse indicazioni del giudice);
¨ conservazione delle attività scolastiche eventualmente in atto prima dell’accoglienza del minore; promozione di attività socio-ricreative per favorire il processo di socializzazione generalmente compromesso; laboratori artistico-ricreativi, di musicoterapia e di psicomotricità;
¨ partecipazione, nei termini adeguati all’età, alla vita della Casa Famiglia ispirata ad uno stile familiare;
¨ sostegno personalizzato all’attività scolastica;
¨ soggiorni marini e/o montani;
¨ per tutti gli ospiti che ne abbiano necessità, colloqui periodici formalizzati con un terapeuta specializzato nel trattamento dei minori abusati;
¨ servizio di pronta accoglienza: ossia la Casa Famiglia è disponibile a riservare un letto per un intervento immediato che potrà essere richiesto dagli operatori del territorio.
L’accoglienza in regime di urgenza avrà la durata massima di un mese, durante il quale il Servizio inviante e il Tribunale per i Minorenni o il Tribunale Ordinario valuteranno l’opportunità o meno della presa in carico da parte del Centro.
Al fine di migliorare la qualità dell’intervento, l’operato degli educatori e dell’équipe psico-sociale è sottoposto periodicamente a monitoraggio e valutazione dei risultati conseguiti e documentati, attraverso una supervisione a cura di psicoterapeuti familiari affiliati al CISMAI (Coordinamento Italiano Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia).

Fortunatamente nell’ultimo decennio, anche grazie all’attività dei Centri Anti-abuso, sono stati sviluppati molti programmi di prevenzione dell’abuso sessuale.
Nei programmi di prevenzione appare cruciale aiutare i bambini a:
¨ rompere il silenzio: l’abuso sessuale si protrae nel tempo solo se viene mantenuto il segreto. Per tale motivo i bambini devono essere in grado di rompere il silenzio e poter parlare con qualcuno di cui hanno fiducia quando si sentono feriti o in pericolo.
¨ dare potere ai bambini: fin dalla prima infanzia i bambini devono imparare che il loro corpo appartiene a loro stessi e devono avere la forza e la sicurezza di sé per poter rifiutare richieste e comportamenti illeggittimi e/o offensivi.
¨ nominare correttamente le parti del corpo: “come si insegna a dire al bambino : questo è il pollice, la mano e le dita, così possono ugualmente essere nominati i genitali, il sedere, i seni” (Dawn Haden, 1986). Questo insegnamento è importante perché in caso di abuso sessuale il bambino ha la possibilità di riferirlo e di nominare correttamente le parti implicate;
¨ proteggere le parti private: bisogna insegnare ai bambini che le loro parti private sono speciali e per questa ragione vengono tenute coperte. E’ importante insegnare loro che a nessuno è consentito toccare queste parti, a eccezione del personale medico se queste parti sono ferite o doloranti.
Si può anche dire ai bambini che è una cosa accettabile per i più piccoli (al di sotto dei tre anni circa) stare in casa o in spiaggia nudi, ma questo cambia quando si diventa più grandi.
Così durante la crescita, i bambini imparano che le parti private (cioè le parti normalmente coperte dal costume da bagno) devono restare private;
¨ riconoscere i propri sentimenti: è di fondamentale importanza insegnare ai bambini il rispetto per i loro stati emotivi comprendendo che questi fungono da campanelli di allarme che ci aiutano in situazioni di pericolo, segnalandoci che c’è qualcosa che non va.
Quindi possiamo concludere dicendo che “c’è una grande consapevolezza che l’abuso è un problema all’interno della comunità (Dawn Haden, 1986).
Proprio per far fronte a questo problema vengono sostenuti, in tutto il mondo, programmi di sensibilizzazione verso i genitori, verso gli insegnanti e i bambini di ogni ordine e scuola.
Occorre pertanto che i bambini siano a conoscenza del proprio corpo, dei propri confini e soprattutto sappiano che hanno tutto il diritto di dire no e chiamare qualcuno per farsi aiutare.

 

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S.T.I.P. Presidente Gianfranco Buffardi,Tesoriere Giovanni Barbato,Direttore Scientifico Dante De Santis,
Consiglieri: Maria Rosaria Vigliotta, Titti Cocilovo, Lugi Di Nardo, Bruno Valente