PROGETTO PER UNA SCELTA CONSAPEVOLE
COUNSELING PER L’I.V.G.

Scegliere di interrompere o meno una gravidanza indesiderata si rivela, spesso, l’antefatto di un dramma esistenziale molto più profondo.
L’evento aborto, una scelta operata in particolari circostanze che fanno dell’interruzione volontaria di gravidanza un accadimen-to esistenziale, può incidere profondamente e negativamente sulla storia di una Persona, così come può accadere che il portare a ter-mine una gravidanza senza un valido processo di accettazione interna si riveli irrimediabilmente traumatico; a volte, quale testi-monianza di questo accaduto, restano evidenti problemi psichici, quando non patologie psichiatriche.
Ogni Persona come unica e irripetibile, in qualunque modo implicata in questa scelta, può essere in possesso di strumenti congrui alla propria storia o esserne sprovvista: ciò emerge spesso in psicoterapia, dove l’evento può essere riconosciuto come il trauma alla base di un cosiddetto disturbo post-traumatico da stress, patologia ormai sempre più frequente.
Al mutare delle circostanze esistenziali, il dramma rivive, sotto mentite spoglie, e si cristallizza in risposte egodistoniche.
La maggior parte degli studi clinici concordano sull’importanza delle circostanze nel determinare la scelta in un senso o nell’altro e la conseguente drammaticità dell’evento.
Le circostanze, però, assumono maggiore o minore importan-za se la persona possiede capacità di gestirle, capacità critica nei confronti delle varie possibilità presenti, capacità valutativa delle posizioni delle singole persone implicate, una giusta calibrazione del reale peso di ogni singola possibilità; una scelta di tale gravità dovrebbe essere una scelta “responsabile”, che prenda in conside-razione le istanze della persona, gli aspetti esterni alla persona, gli scopi, i significati ed i valori del singolo, la qualità del rapporto con il partner, le problematiche sociali.
In realtà chi deve scegliere è spesso una giovane donna, se non giovanissima, spaurita e confusa, o spavaldamente incauta, più raramente una donna matura che ha scarsi riferimenti affettivi e sociali, solo raramente donne che hanno serenamente pondera-to sul caso e che hanno trovato un valido aiuto tra i familiari o in un partner solerte.
A questo si aggiungono le pressanti concomitanze: genitori ri-gidamente severi, famiglie allo sfascio, impellenze economiche, di-soccupazione, emarginazione, ignoranza.
In un tempo estremamente breve, queste donne devono as-sumere una decisione per loro “epocale”, confliggendo con fami-liari, partner, società, soldi, morale comune e propria.
Tutto estremamente difficile.
L’attuale legge italiana, ha previsto, crediamo intelligentemen-te, un tempo di una settimana tra il primo contatto con la struttu-ra sanitaria e l’intervento di I.V.G. vero e proprio: in questo tempo la Persona può riflettere sulla scelta e, eventualmente, recedere. Ma se la capacità di decidere è fortemente compromessa dalla immaturità della donna, o da una grave difficoltà di relazione con le altre figure familiari, o dalla spada di Damocle di una possibile interruzione di un rapporto, più emozionale che ragionato, quel tempo, fosse anche prolungato all’infinito, non sarebbe mai suffi-ciente.
Invece quel tempo dovrebbe essere dedicato ad un lavoro sulla propria decisione profondo e serio: la realtà e che questo la-voro viene ignorato, o ridotto ad un atto burocratico, o considera-to come una specie di esame da superare. Spesso capita che la struttura sanitaria metta a disposizione uno psicologo per un e-ventuale consulto: quello psicologo diventa, nella maggioranza dei casi, il perito che certifica il possesso della facoltà di scelta della donna.
Nei casi più fortunati, più validi, in cui lo psicologo cerca di la-vorare sulle istanze della donna, grazie alle proprie competenze ed alla propria esperienza clinica, la donna si può sentire sotto esame come persona o sentire quel dialogo come un tentativo per sco-raggiare la scelta già espressa.
Quali le ragioni di questa disinterpretazione della figura dello psicologo? Egli è visto come uno specialista troppo “esperto” per non considerarlo come un avversario difficile da battere (“può pla-giarmi perché mi legge dentro”), un tecnico che deve valutare (“giudica se sono in grado di scegliere”), un professionista che de-ve solo avallare con la propria autorevolezza la decisione già pre-sa (“deve solo mettere una firma…”).
Tutto questo non fa altro che inasprire le istanze della donna che, a volte, reagisce in modo oppositivo e persevera in una scelta che, al contrario, era estremamente fragile e pronta ad essere cancellata.
Il dialogo con lo psicologo si rivela quantomeno inutile; ormai la prassi lo ha considerato pleonastico e le persone stesse che in-traprendono l’I.V.G. sanno che quel tempo sancito dalla norma le-gislativa è solo una pseudo-lista d’attesa.
In questo modo si deprezza a tal punto il processo di analisi della propria scelta che alla fine risultano inficiati i suoi principi ba-silari: la cognitivizzazione del momento esistenziale, la consapevo-lizzazione delle proprie istanze emotive, la valutazione delle conseguenze, la progettualità.
Nasce, quindi, l’esigenza di sostituire lo psicologo, troppo “au-torevole” e clinico, con un’altra figura di consultazione, un profes-sionista che non ha la specificità del primo, che non operi un’esplorazione introspettiva della Persona ma che aiuti la donna a leggere con chiarezza le proprie volontà di scelta.
Un professionista con queste caratteristiche necessita di com-petenza comunicative e psicologiche, proprie di quell’approccio che è tipico del Counseling Esistenziale, e di adeguate conoscenze Bioetiche.
L’imperativo categorico di questo professionista sarà l’epochè, la sospensione del giudizio, lo strumento per impedire qualsiasi forzatura in un senso o nell’altro e qualsiasi giudizio, sull’operato, sulle scelte, sui sentimenti delle Persone.
Il counseling è un procedimento che consente un ampliamen-to delle mappe interne. La persona attraverso questo tipo di lavo-ro dialogico amplia le sue mappe interne e trova possibilità rimaste nascoste o completamente nuove.
La speranza è che l’intervento di tale competenza, in quei fa-mosi sette giorni di ripensamento, possa modificare l’atteg-giamento di ineluttabilità che pervade molte scelte nei confronti di una gravidanza indesiderata.
Da qui nasce l’idea di questo progetto pilota, che coinvolgerà più centri sul territorio nazionale ma che avrà un’unica sede for-mativa, in funzione di una rigorosa asetticità della formazione dei singoli counselor.

Gianfranco Buffardi
Gonzalo Miranda L.C.

 


 

S.T.I.P. Presidente Gianfranco Buffardi,Tesoriere Giovanni Barbato,Direttore Scientifico Dante De Santis,
Consiglieri: Maria Rosaria Vigliotta, Titti Cocilovo, Lugi Di Nardo, Bruno Valente